cerca

Autonomia lombarda, astensionisti e no

Votare contro il referendum o tenere bassa l’affluenza? A sinistra è anche un gioco contro Gori

8 Ottobre 2017 alle 06:02

Autonomia lombarda, astensionisti e no

Manifesti di regione Lombardia sul referendum per l'autonomia (foto LaPresse)

Andreotti, ricordando Enrico Berlinguer, scriveva di un “avaro complimento” che gli era stato rivolto dal segretario del Pci: “La sua esperienza politica, la sua perspicacia, l’hanno portata certamente a intendere bene il significato della nostra astensione”. Chissà se qualcuno elogerà – fuori dai cabotaggi politici e dalla polemica partitica – la volontà praticamente di tutto il Pd che non sia al governo di qualcosa di astenersi il 22 ottobre in occasione del referendum per l’autonomia. Nel Pd, non si riesce a trovare nessuna delle prime linee che voti No. Non in Regione, non nel capoluogo. E anche nella sinistra più radicale pare proprio che stia prevalendo la linea di “far fallire” il referendum che Maroni potrebbe usare come volàno politico non presentandosi alle urne, piuttosto che barrando il No. Il caro vecchio astensionismo, con il suo doppiofondo.

 

Così, i dati di un noto istituto di ricerca, che circolano su e giù per Palazzo Lombardia (causando letizia), dovranno probabilmente essere rivisti. La fotografia, ad oggi, è un po’ straniante: l’affluenza è data tra il 40 e il 45 per cento (altissima, altissima) e il Sì, invece, tra l’80 delle province più benevole e il 67 di quelle più fredde (livello bassissimo, bassissimo per una consultazione che dovrebbe essere un plebiscito). Ma si sa, i numeri vengono costantemente influenzati e nel frattempo c’è stata la Catalogna, nonché lo scazzo atomico tra Giorgia Meloni e Maroni, con la leader di Fratelli d’Italia a dire che il referendum è una cavolata. Lasciando al freddo e al gelo, fuori dalla porta, tutti gli interessi lombardi, dove FdI conserva posti importanti in giunta, con Viviana Beccalossi. Maroni ha minacciato la guerra, ben instradato da Gianni Fava, in vista delle prossimi regionali. E tutta FdI lombarda sta correndo ai ripari, mentre la Meloni sta là, a Roma, guardando l’Italia dalla cintola in giù, dove il referendum puzza ancora di secessione leghista.

  

Tornando ai dem, come ha riconfermato sul Corriere della Sera Andrea Senesi, “gran parte dei dirigenti tifa per l’astensione” anche se il Sì è sostenuto da big come Beppe Sala, Giorgio Gori e – ultimo arrivato, e fuori regione – Michele Emiliano. Insieme a loro ci sono il sindaco di Lecco Virginio Brivio, il sindaco di Varese (terra dell’astensionista Alessandro Alfieri, segretario regionale Pd) Galimberti, il sindaco di Cremona. Poi ci sono ovviamente i fedelissimi di Gori. Poca temperatura, ma orientamento verso il voto positivo, anche da Milano, dove tutto il gruppo di Bussolati pare intenzionato a esprimersi favorevolmente. Ma la temperatura è bassa, appunto, e l’idea di fare uno scherzetto a Maroni nel caso l’affluenza alle 12 del 22 ottobre sia drammatica, solletica molti. Poi ci sono quelli che non votano, divisi tra chi è favorevole ma non vuole fare il gioco dei leghisti e chi è proprio contrario perché ritiene la consultazione è inutile. Come Enrico Brambilla, il capogruppo Pd in Regione. “Sono finiti i tempi del movimento nordista ‘né di destra né di sinistra’. Ed è pure tramontato il sogno federalista. In questo nuovo scenario il tentativo di Maroni appare fuori contesto, debole e tardivo”, scrive nel volumetto “Il referendum inutile: e l'autonomia necessaria” (Novecento Editore, 172 pagine, 12 euro).

 

Gli Mdp ex Pd Rosati e D’Avolio erano sulla linea del No, perché il referendum non serve, ma negli ultimi incontri pare che si asterranno. Addirittura Rifondazione e Sinistra italiana stanno battendo questa strada, seppur tra mille spinte verso il No. I pisapiani, in questo caso, sono i più netti: l’ex sindaco di Milano ha detto chiaro e tondo che il referendum non serve. Poi, sulla strategia di opposizione (astensione oppure no diretto) si vedrà, anche se la tattica vorrebbe la mancata presenza alle urne. Di certo, un minuto dopo l’esito del referendum, se sarà andato malino (sotto il 40 per cento) Roberto Maroni potrà dire tranquillamente che – fatta base elettorale i 7 milioni e 700 mila di lombardi – oltre due milioni e mezzo lo hanno “autorizzato” a battere i pugni sul tavolo di Roma. Se sarà andato bene, invece, la cifra assoluta potrebbe lievitare a 3,5 milioni, e oltre. In ogni caso, numeri importanti. Ecco perché il gioco è tutto sull’affluenza e la sinistra si presenta all’appuntamento in due blocchi: istituzionali, che hanno bisogno di affermare la necessità di autonomia da Roma, per il Sì e politici per il non voto. Pare che valga la battuta di Ficarra & Picone: “Vai a votare quest’anno?”. “No, ringraziando Dio non mi serve niente!”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi