Bettino Craxi (Foto LaPresse)

Via del Riformismo, città di Craxi

Redazione

Ogni anno, a metà gennaio, c'è chi propone di dedicare una strada all'ex leader socialista Ma il paese è pronto per la sua riabilitazione?

Puntualmente, ogni metà gennaio, c’è chi propone di dedicare una via di Milano a Bettino Craxi, morto in esilio ad Hammamet il 19 gennaio del 2000. Quest’anno il sindaco Giuseppe Sala, al suo primo gennaio, a domanda, ha risposto: “Su questi temi è giusto che ci sia libertà di coscienza, ognuno dice la sua, io prima di dire la mia rifletterò. È un tema che appartiene alla storia di Milano, è giusto discuterne, ma sono ancora molto lontano da esprimere un giudizio, lasciamo che la città e il Consiglio comunale facciano la loro parte”.

 

Il Consiglio comunale, come spesso in questi diciassette anni, ha scelto di non scegliere. E se apparivano scontate le posizioni di Lega e M5s, rischia di essere interpretata come una disordinata ritirata la scelta del gruppo Pd – dove fino a ieri si annidavano renziani doc – che ha votato no alla riabilitazione toponomastica del leader socialista. Il nodo da sciogliere non è certo il nome di un angolo della sua Milano da dedicare all’uomo che tentò di trasformare una sinistra datata, dogmatica e perdente, paralizzata dall’egemonia di un Pci condannato a un protagonismo in soffitta in una forza liberal socialista in grado di marciare verso la modernizzazione del paese.

 

L’ultimo sindaco riformista di quella stagione, Gianpiero Borghini, che guidò Milano già sotto i colpi di Tangentopoli (1992-1993) con un “governo di responsabilità civica”, una giunta con personalità come Guido Artom, Tiziano Treu e Franco Bassanini, può dare risposta ad alcune domande. La sinistra italiana, in primis il Pd, è oggi in grado di guardare con serenità alla parabola politica di Bettino Craxi? “Evidentemente non ancora, ma non solo la sinistra. È infatti importante capire che Bettino Craxi non ha rappresentato solo un elemento di rottura a sinistra, ma nell’intero sistema politico della Prima Repubblica. Un sistema fondato sull’ideologia dell’antifascismo, che riconosceva sì la legittimità democratica dei comunisti, ma al tempo stesso ne negava ogni possibile funzione alternativa di governo. È contro questa situazione, che altro non era, poi, che la conseguenza della mancata formazione, in Italia, di un’autentica alternativa socialdemocratica che si è battuto Craxi. Se pensiamo all’incredibile timidezza, alla subalternità introiettata che tra i socialisti dominava, anche dopo molti anni di centrosinistra, nei confronti del Pci, non si può che restare meravigliati dell’audacia della sfida di Craxi. La sua era una rottura definitiva dell’unità culturale e persino antropologica che aveva sempre caratterizzato tutta la Prima Repubblica. Non è quindi un caso – come ha notato proprio sul Foglio molti anni fa Adriano Sofri – che parta proprio da lì l’atmosfera agitata, carica di veleni e ostilità, che dalla fine degli anni Settanta ha caratterizzato, e ancora caratterizza, la discussione e la vita pubblica nel paese. Non è con Tangentopoli, insomma, che nasce quel sentimento di ostilità personale nei confronti di Craxi: è con la sua irruzione nel compromesso storico. Come diceva appunto Sofri, il Craxi bandito venne molto prima del Craxi corruttore e corrotto”.

 

“È un atto di civiltà e un debito della memoria. Ma non è questo che conta, oggi. Bettino Craxi non è un problema della toponomastica, ma della storia civile e politica dell’Italia”. Craxi scrisse di voler tornare in Italia da uomo libero. Il paese può, seppure tardivamente, rispondere a questa sua richiesta? “Craxi è morto in esilio, da ‘latitante’, come sottolinea sempre Antonio di Pietro. Ma anche da ‘capro espiatorio’, bisognerebbe aggiungere. E questa è una macchia che l’Italia, prima o poi, dovrà cancellare”.

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