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Location da urlo e forza produttiva, la Lombardia Film Commission rilancia il cinema
Da Palazzo Parigi a Villa Balbiano, fino a Villa Arconati. Circa 530 location raccolte nel database della fondazione non-profit tra ville di delizia, borghi, castelli, mulini e spazi industriali. "Si può fare ancora buon cinema italiano. E la Lombardia sta facendo la sua parte", dice Angela D’Arrigo
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30 APR 26

Foto Lapresse
Da ieri in sala per tutti, dopo una über-campagna marketing (ma ce n’era davvero tanto bisogno, per un sequel così atteso?) che non si è fatta oscurare della miriade di installazioni della Design Week appena conclusa (800 mila presenze, nuovo record), “Il Diavolo veste Prada 2” è in parte girato anche a Milano e in Lombardia. Per un Cenacolo ricreato in un teatro di posa (qualsiasi illuminazione avrebbe danneggiato l’originale), compare, ben riconoscibile, il vero chiostro della Pinacoteca di Brera, perfetta location per la sfilata di moda di “Runway”, la leggendaria rivista diretta da Miranda Priestly-Maryl Streep nel film (a proposito: copie della vera rivista usata sul set, vera ma sempre fake, sono state distribuite anche in alcune edicole del centro e ci dicono siano difficilissime da reperire). Altre location meneghine del film: Palazzo Clerici, il cortile della chiesa di Santa Maria delle Grazie, ovviamente la Galleria Vittorio Emanuele II. E poi Palazzo Parigi, l’hotel più chic della città e, fuori porta, oltre a Villa Balbiano (“Lake Como” non poteva mancare) anche Villa Arconati. A dieci chilometri dal centro, nel verde del Parco delle Groane, Villa Arconati è uno dei più importanti esempi di villa di delizia del patriziato milanese e visitarla è sempre un piacere: di questi tempi, fino al 5 luglio, la vulcanica Diana Segantini – ‘quel’ Segantini, Giovanni, il celebre pittore, è il bisnonno – cura “Luce”, mostra collettiva che ragiona sul tema dell’illuminazione nello spazio (opere, tra gli altri, di: Flavio Favelli, Julia Krahn, Antoni Taulé).
“Villa Arconati si è da poco inserita anche nel nostro database, insieme a molte altre realtà che possono essere contattate come location per produzioni cinematografiche di varia natura”, racconta al Foglio Angela D’Arrigo, neodirettrice della Lombardia Film Commission, fondazione non-profit i cui soci sono Regione Lombardia e Comune di Milano. Dopo un periodo di difficoltà – in seguito a un’inchiesta sulla compravendita di un capannone a Cormano, che ha coinvolto esponenti vicini alla Lega con varie condanne nel 2024 – la fondazione, oggi presieduta dalla capace Mariagrazia Fanchi, ha fatto un deciso cambio di passo per promuovere lo sviluppo delle imprese dell’audiovisivo, lo sviluppo del cine-turismo e supportare tutto il settore correlato. “In fondo siamo anche la prima regione in Italia per pubblico in sala”, ci dice D’Arrigo con orgoglio. Leggiamo con lei i dati dell’ultimo weekend, un fine settimana peraltro soleggiato in cui molti hanno preferito la gita fuori porta: 192 mila spettatori in sala in Lombardia, il 20 per cento del totale in Italia. Quando si parla di cinema in Italia, è tutta una questione di luci e ombre: solo nell’ultimo mese, ci sono state polemiche per l’assenza di film italiani al prossimo Festival di Cannes, il mancato sostegno pubblico ad alcune opere (come il documentario su Giulio Regeni), la ripartizione per il 2026 del Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo, e vari mal di pancia nella maggioranza sulla questione. La Lombardia osserva da lontano e, senza negare alcune storture (“a pagare maggiormente sono le maestranze”, dice D’Arrigo), prova a guardare alla luce in fondo al tunnel, anzi in fondo alla pianura per citare un titolo – “Le città di pianura” di Franco Sossai ambientato in Veneto – che ha sorprendentemente vinto la scommessa in sala, conquistando pubblico e critica.
“Segno – dice D’Arrigo – che si può fare ancora buon cinema italiano. La Lombardia, in questo sta facendo la sua parte, anche rilanciando il Milano Film Festival che aprirà a giugno. Non solo Milano, ma tutta la regione ha un alto potenziale di attrattività per il settore anche, e su questo aspetto stiamo lavorando, per location nuove e originali da offrire”. Circa 530 quelle raccolte nel database della Lombardia Film Commission tra ville di delizia, borghi, castelli, mulini e spazi industriali. “Penso ad aree che potrebbero essere maggiormente esplorate sul fronte del documentario, come il Varesotto e la zona del Sacro Monte di Varallo, oppure il Pavese”, conclude D’Arrigo, impegnata al momento nella riorganizzazione amministrativa dell’ente. Il modello cui ispirarsi? “La Baviera, direi, per una via lombarda alla produzione cinematografica capace di integrare fondi pubblici e privati”.