Contro la fretta
Non solo Kiefer, al Diocesano e all’Ambrosiana due progetti che valgono Pasqua
Da Sidival Fila a Hans Memling, con Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn e Danilo Sciorilli, due mostre milanesi restituiscono alla Pasqua il tempo lento della contemplazione
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2 APR 26

Anselm Kiefer, “Le Alchimiste”, Milano, Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi (foto di Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images)
Esempi di mostre ben pensate, in tempo pasquale. Certamente Anselm Kiefer e le sue Alchimiste, nella sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, è un progetto che funziona (c’è il nome dell’artistar, c’è la location, c’è la sostanza, c’è l’allestimento): non ci è dato avere numeri certi alla mano – a Palazzo Marino li custodiscono gelosamente – ma le code, specie il sabato e la domenica, e qualche chiacchiera con i gentilissimi custodi di sala ci dicono che, sì, è questa “la mostra di stagione”. Però questo è anche un momento speciale dell’anno e allora bisogna andare in due luoghi che, in modo diverso ma ugualmente intelligente, sostengono la sacralità dell’arte.
La Veneranda Biblioteca Ambrosiana, certamente. E’ appena stata realizzata l’installazione “Memoriae Cartoni Raphaelis” dell’artista e frate francescano Sidival Fila, 66 anni, brasiliano di origine ma residente a Roma da molti anni. Il progetto nasce da un’idea di Antonello Grimaldi, segretario generale della Veneranda, e della Fondazione Sidival Fila che, attraverso la sua pratica artistica, sostiene progetti sociali ed educativi in contesti svantaggiati. Ricorrono i 400 anni da quando, era il 1626, il cardinal Federico Borromeo acquisì il celeberrimo cartone preparatorio della Scuola di Atene: l’opera era conservata in un tessuto di lino che Fila, appena arrivato a Milano, ha voluto vedere (e già l’idea che in Ambrosiana tutto si conservi è notevole).
Fila, artista amato dai musei internazionali e dal mercato, è solito interrogare i tessuti per costruire nuove genesi artistiche: qui ha ridato nuova vita alle macchie, alle muffe, alle tracce di umidità del lino. “La materia racconta il servizio prestato. Ho apportato piccoli interventi simbolici, come il contorno delle macchie per sublimare il senso del limite e del negativo. Il disegno di Raffaello è fatto di pienezza e di linea. Il ‘lino della memoria’ vive invece di vuoto, di assenza. Diventa in fondo inscindibile al capolavoro che tanto a lungo ha custodito”. Cartone e il tessuto, trasformati in un polittico in cinque pannelli, sono ora uno di fronte l’altro: a sette anni dal riuscito allestimento (by Stefano Boeri) della Sala del Cartone, questo spazio dell’Ambrosiana si configura ancor di più come luogo di contemplazione.
La Veneranda Biblioteca Ambrosiana, certamente. E’ appena stata realizzata l’installazione “Memoriae Cartoni Raphaelis” dell’artista e frate francescano Sidival Fila, 66 anni, brasiliano di origine ma residente a Roma da molti anni. Il progetto nasce da un’idea di Antonello Grimaldi, segretario generale della Veneranda, e della Fondazione Sidival Fila che, attraverso la sua pratica artistica, sostiene progetti sociali ed educativi in contesti svantaggiati. Ricorrono i 400 anni da quando, era il 1626, il cardinal Federico Borromeo acquisì il celeberrimo cartone preparatorio della Scuola di Atene: l’opera era conservata in un tessuto di lino che Fila, appena arrivato a Milano, ha voluto vedere (e già l’idea che in Ambrosiana tutto si conservi è notevole).
Fila, artista amato dai musei internazionali e dal mercato, è solito interrogare i tessuti per costruire nuove genesi artistiche: qui ha ridato nuova vita alle macchie, alle muffe, alle tracce di umidità del lino. “La materia racconta il servizio prestato. Ho apportato piccoli interventi simbolici, come il contorno delle macchie per sublimare il senso del limite e del negativo. Il disegno di Raffaello è fatto di pienezza e di linea. Il ‘lino della memoria’ vive invece di vuoto, di assenza. Diventa in fondo inscindibile al capolavoro che tanto a lungo ha custodito”. Cartone e il tessuto, trasformati in un polittico in cinque pannelli, sono ora uno di fronte l’altro: a sette anni dal riuscito allestimento (by Stefano Boeri) della Sala del Cartone, questo spazio dell’Ambrosiana si configura ancor di più come luogo di contemplazione.
Al Museo Diocesano di Milano, per il consueto appuntamento in occasione della Pasqua, è invece arrivata (fino al 17 maggio) la Crocifissione di Hans Memling, gioiellino di Palazzo Chiericati a Vicenza. Non è esposta da sola, ma risuona grazie all’opera di quattro artisti contemporanei (Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn e Danilo Sciorilli) chiamati a un corpo a corpo con una pittura che, per sua natura, “non si concede al primo sguardo”. C’è un termine che Giuseppe Frangi, presidente dell’Associazione Giovanni Testori e co-curatore della mostra insieme a Nadia Righi e Valeria Cafà, sceglie per perimetrare l’incontro tra un artista di oggi e il capolavoro del Quattrocento fiammingo: deferenza, ovvero quel “rispetto spontaneo” che impone la distanza per permettere l’osservazione. Il fiammingo Memling dipinge questa tavola intorno al 1467 con una precisione che è quasi un esercizio spirituale.
La sua Crocifissione è retta da una “meccanica sottile e intima”, un gioco di verticalità e simmetrie che congela il dramma in un movimento immobile, ed è su questo che gli artisti contemporanei si sono fatti interpellare. Stefano Arienti agisce per trasparenze e sovrapposizioni con un intervento su grandi teli di polvere d’oro e argento mentre Matteo Fato si misura con la struttura stessa del dipingere: le sue opere sono accompagnate dalle loro stesse casse di trasporto, a ricordarci che l’arte, in fondo, è un oggetto.
La tedesca Julia Krahn s’immedesima fisicamente nello strazio di Maria, scolpendo volto e mani con le proprie fattezze e disponendole su un telo del medesimo blu del manto della Vergine. Danilo Sciorilli, infine, riporta la sacralità al quotidiano: tornato al suo paese d’origine, l’artista ha filmato il rito ordinario dello stendere i panni, cercando in quella naturalezza domestica la stessa tensione che lega le figure ai piedi della croce fiamminga. Evitando la trappola del confronto scontato e ancor di più dell’“intervento devozionale”, i progetti all’Ambrosiana e al Diocesano suggeriscono la pratica della deferenza, parola forse fuori moda ma auspicabile quando ci si accosta a un’opera d’arte.