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Niente muri, ma cara Moratti la sua riforma così non va

Daniele Bonecchi

Samuele  Astuti, responsabile del Pd per la Salute in regione, illustra il progetto della sinistra. Il nodo? I privati

Samuele Astuti, classe 1975, da Tradate, Varese, è il responsabile della Sanità per il Partito democratico al Pirellone. Lavoro pesante in un partito che ha imparato presto (anche per merito degli scivoloni della giunta Fontana) a presentarsi come “signor no”. Una tattica anche un po’ obbligata, soprattutto nei mesi più bui, e tenendo conto delle anime più oppositive del partito. Ma una strategia che rischia di essere debole, sul lungo periodo (e dove le cose sanitarie dovrebbero normalizzarsi) in una Lombardia dove si è sempre più propensi ai “sì” produttivi, quanti ne servono. Ma Astuti da Tradate (dove l’industria tessile ha lasciato il campo all’aerospaziale) è persona concreta – laureato alla LIUC di Castellanza, dove ora insegna – preferisce parlare schietto. Perché oltre la cortina dei no alla proposta di riforma appena presentata da Letizia Moratti, c’è un’idea: “Noi – spiega Astuti – abbiamo costruito una proposta che crea le basi per un sistema sanitario completamente nuovo, partendo da due presupposti. Il primo chiude la porta alle sperimentazioni fallimentari delle giunte di centrodestra, anche perché vogliamo rimanere nel solco delle leggi nazionali. Il secondo prende l’abbrivio dalle indicazioni di Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) che chiariscono alla Regione in quale direzione modificare la legge”. Fin qui il preambolo.

 

“Le Ats hanno fallito, l’attività programmatoria va portata all’interno di un’agenzia regionale. Perché bisogna andare oltre le Ats, che sono diventate luogo di burocrazia e non offrono i servizi dei quali i cittadini hanno bisogno. Occorre pensare a un’agenzia unica per la programmazione operativa del sistema socio sanitario”. E’ questo il nocciolo duro della proposta Pd. Ma Astuti non sfugge alla madre di tutti i pregiudizi: il rapporto tra sanità pubblica e gruppi privati. “Moratti parla di equivalenza, noi diciamo che occorre piena complementarietà. La mia posizione non è ideologica, perché non potremmo fare a meno delle strutture private in un sistema come quello lombardo. Abbiamo circa il 40 per cento delle prestazioni che sono erogate proprio dai privati. Il problema vero non sono le scelte aziendali degli ospedali privati: loro acquisiscono un budget col quale fanno ciò che vogliono. In realtà non c’è mai stata la volontà di Regione Lombardia di regolamentare il settore privato. E’ capitato troppo spesso che la sanità privata accreditata sia finita sulle pagine della cronaca giudiziaria. Evidentemente qualcosa non ha funzionato. La Regione non può abdicare rispetto alla programmazione. La Lombardia poi ha portato alla crescita a dismisura delle liste di attesa, evidentemente in carenza di una organizzazione in grado di programmare il sistema”.

 

L’accusa esplicita alla Regione è quella di aver distribuire per anni le risorse al sistema privato senza introdurre criteri organizzativi e priorità. “Ma la responsabilità non è del privato, è della Regione”, chiarisce il consigliere Pd. L’altro problema da affrontare – divenuto quasi un feticcio, con l’esplosione della pandemia – è quello della medicina territoriale. “Nella nostra proposta – che il Pd sta elaborando da prima prima dell’arrivo di Moratti, dunque non si tratta solo di una risposta di reazione – ci sono due momenti importanti: il distretto, con le Case della salute, gli ospedali di comunità e poi dall’altra parte il coinvolgimento dei sindaci. Il ruolo dei sindaci, nella proposta di legge voluta dalla Lega è assolutamente marginale. Sia in fase programmatoria, sia nell’esecuzione, che nel controllo. Noi vogliamo che i sindaci possano operare all’interno del servizio socio-sanitario. Ad esempio, ogni volta che viene fatta una programmazione del servizio, il coinvolgimento degli amministratori locali è importante. Il sindaco dev’essere protagonista della continuità assistenziale, per integrare i servizi sociali con quelli sanitari. E deve poter svolgere una funzione di controllo”.

 

Ma c’è un altro aspetto, “la scelta della Regione di concentrare tutta l’attenzione, sia organizzativa che economica sugli ospedali ha dimenticato per strada la medicina territoriale” (deficit che a onor del vero la riforma Moratti intende rimediare). “Una delle componenti tenute ai margini è stata quella dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta che ora devono essere coinvolti”. L’interrogativo sorge spontaneo (o quasi): in un momento così difficile per la salute della comunità può essere importante trovare una forma di collaborazione, nello spirito del governo Draghi? “Certo occorre dare risposte ai cittadini. Ma la bozza che ci è arrivata dalla giunta non ha nemmeno un cronoprogramma. Si parla di individuare le aziende ospedaliere senza indicarle. C’è ben poco da ragionare. Ciò che preoccupa è anche l’atteggiamento della Lega orientata a fare il minimo indispensabile, prendendo in considerazione solo gli obblighi di legge”, conclude Astuti.
 

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