Il Figlio

“Listen”, quel che succede quando nessuno ti ascolta. Un film

Annalena Benini

La violenza del “per il tuo bene”, il paradosso della protezione dei deboli. Servizi sociali

Un giorno suonano alla porta. A casa c’è tuo figlio con l’influenza, un’altra figlia più piccola a cui si è rotto l’apparecchio acustico, e un bimbo che tra poco deve essere allattato. La casa è un casino, ma tuo marito ti ha aiutato a mettere in ordine, ha raccolto i giocattoli rotti dal pavimento e li ha chiusi dentro un armadio, ha sprimacciato i cuscini, e adesso fuma davanti alla tivù anche se è una giornata di merda e non dovrebbe. Per comprare un nuovo apparecchio acustico a rate serve una busta paga: voi non avete una busta paga, avete solo il giorno di paga. Fino a qui, va tutto male, ma va tutto bene, è la vita. Giovani genitori portoghesi immigrati nella periferia di Londra, che vanno avanti come possono, parlano inglese, hanno la speranza di comprare in futuro cose più belle, di avere meno problemi, di non essere guardati dall’alto in basso dalla maestra della scuola materna per quindici minuti di ritardo.

 

È un giorno come tanti (e non è il giorno di paga), ma quel giorno suonano alla porta con puntualità britannica. Sono i servizi sociali inglesi, venuti a portare via i tuoi figli. Sono in quattro. Devono mettere al sicuro i bambini, dicono. Sono in pericolo, dicono, perché la bimba oggi a scuola aveva dei misteriosi lividi sulla schiena e non ha saputo dire come se li è fatti. State calmi, è per il loro bene, ci sarà una decisione tra settantadue ore, non siate aggressivi. Non peggiorate le cose, parlate inglese, siate educati, non stressate i bambini, state calmi state calmi state calmi. Persone con le divise che entrano in casa un lunedì pomeriggio e portano via i figli, per il loro bene, li trascinano via da dietro l’armadio dove si sono nascosti, e la bambina ha l’apparecchio acustico rotto quindi vede solo queste facce e le lacrime della madre, dà la mano a suo fratello grande (dodici anni), e le hanno sempre detto di comportarsi bene quindi ubbidisce e basta, con gli occhi sbarrati e il pensiero che sia colpa sua, dell’apparecchio rotto.

 

Il piccolo viene tolto dalle braccia del padre da una donna gentile, un’assistente sociale che lo guarda piangere disperato, gli dice: su su, e lo porta via. È l’inizio di un inferno e di un film importante, “Listen”, presentato alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti, diretto dalla regista portoghese Ana Rocha de Sousa. La madre a cui strappano i figli è interpretata magnificamente da Lùcia Moniz, che tutti abbiamo visto e rivisto in Love actually: la governante della casa in cui si rifugia Colin Firth dopo una delusione d’amore, la ragazza che lui chiederà in moglie per Natale dopo aver imparato un po’ di portoghese. Lieto fine, commedia indimenticabile, risate, fiducia nel mondo e negli esseri umani. Qui gli esseri umani invece usano il ricatto della protezione dei più deboli per distruggere una famiglia debole. Il ricatto della correttezza, delle regole giuste.

 

Alle visite gli assistenti sociali si trasformano in carcerieri: non permettono che si parli portoghese, ma nemmeno il linguaggio dei segni che la bambina sorda usa da sempre, e infatti lei dice alla madre, con i segni: qui nessuno mi parla. Gli assistenti sociali non conoscono il linguaggio dei segni, ma per il bene di quella bambina che hanno rapito e che fanno dormire in un stanzetta spoglia, non le permettono di stare con sua madre e suo padre e non le parlano. Le dicono solo: stiamo cercando una nuova famiglia, ma non è facile. Non sono interessati alla volontà di quei bambini, che ripetono continuamente: vogliamo andare a casa, vogliamo i nostri genitori.

 

Forse sono bambini plagiati, minacciati, e gli assistenti sociali devono proteggerli e seguire le regole. È difficile guardare questo film, ispirato a storie assolutamente vere, e poi non odiare la burocrazia, l’ottusità, la violenza camuffata da protezione dei minori e degli inermi. La violenza di chi ha il potere di avere ragione perché è più forte. L’Inghilterra ha rubato questi bambini, perché deve proteggerli, e in pochi giorni si prepara a separarli e a dare il via a procedure di adozione forzata.

 

Questi genitori smarriti e increduli alle visite abbracciano i loro figli e cercano di non impazzire nel vederli disperati, ma le visite vengono bruscamente interrotte perché “i bambini sono troppo stressati”. Viene richiesta distanza, buona educazione, linguaggio pulito, calma piatta anche mentre ti rapiscono i figli. Le regole sono queste, rispetta le regole, trovati un avvocato, se ne accetti uno d’ufficio perché non hai i soldi perderai i tuoi bambini per sempre. In “Listen” i genitori sono sospettati di qualcosa, fino a che si scoprirà, troppo tardi, che questo qualcosa non è mai esistito. Gli spettatori sentono crescere la rabbia insieme alla commozione e vorrebbero reagire, anche prendere a calci il muro. O prendere a calci almeno l’assistente sociale, che però applica spietatamente regole che esistono. Alla madre esce il latte dalla maglietta, ma non ha più il figlio da allattare. La bambina sorda, però, non la vuole nessuno. Buffo, era per il suo bene ma adesso anche il fratello deve lasciarla sola, c’è una nuova famiglia che lo aspetta contro la sua volontà.

 

Listen, ascoltare. Per essere ascoltati bisogna trovare qualcuno disposto a farlo. Chi ascolta una famiglia portoghese indigente, mentre ci sono famiglie inglesi pagate dallo Stato per gli affidamenti? Mentre ci sono regole precise, e anche la regola del sospetto funziona con grande efficienza britannica. Loro, forse, in qualche modo se la caveranno, una speranza c’è in “Listen”. Ma se un pomeriggio suonasse il campanello, dentro un’altra vita difficile? In un posto ricco al quale hai affidato le tue speranze, e che afferma di proteggere i bambini. La regola purtroppo diventerebbe: fare silenzio, prendere i figli e i passaporti, uscire dalla porta sul retro e non tornare mai più indietro. Finché le regole non cambiano, finché nessuno ti ascolta.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.