Un'Italia senza confini

Roberto Volpi

L’emergenza e l’integrazione. Chi scappa e chi mette su famiglia. Uno ius soli di fatto che produce centinaia di migliaia di nuovi cittadini italiani. Ritratto demografico di un paese con oltre cinque milioni di immigrati, che non si salverà accogliendo chiunque

Migliaia di sbarchi di individui dall’Africa in pochi giorni. E’ un fenomeno che fa parlare e un po’ fa anche paura. Ma non è corretto vedere in tutti costoro degli immigrati che si fermeranno stabilmente in Italia, come si tende a credere. Ci sarà intanto una selezione alla base. Poi si arriverà alla concessione di permessi di soggiorno di vario tipo, in base alle diverse motivazioni degli immigrati (motivi economici/di lavoro, ricongiunzioni famigliari, richieste di asilo e protezione umanitaria). Inoltre, non tutti i migranti che resteranno lo faranno sul suolo italiano. Le spinte ad andare al nord, oltre l’Italia, sono molto forti e riescono spesso a trovare una strada. Insomma, è soltanto con il tempo, mesi e magari un anno e anche di più, che potremo farci un quadro chiaro al riguardo di quel che sta avvenendo oggi.

 

L’immigrazione non ci salva dalla denatalità

 

Se pensate di continuare a trovarne le formidabili impronte quantitative dell’immigrazione dove sempre le avete cercate e trovate, vale a dire tra le poste che l’Istat quantifica indefettibilmente di anno in anno degli “iscritti dall’estero”, ai quali sottrarre, per avere un bilancio preciso, i “cancellati per l’estero”, ecco se ancora pensate che sia così semplice capire l’immigrazione da queste poste – pur con tutte le specificazioni e i dettagli del caso – rischiate di non capirla più, e con l’immigrazione rischiate di non capire più neppure quel che ne deriva.

 

Sono tempi paradossali, in certo senso, questi, per l’Occidente. Al paradosso dei tempi occorre poi aggiungere il paradosso di un paese, il nostro, l’Italia, che si azzuffa per trasformare in legge dello stato lo ius soli proprio nel momento, questo che stiamo vivendo, in cui praticamente ius soli è già, siamo già in regime di ius soli. Ed è qui, del resto, che ormai occorre andare a cercare l’immigrazione, se vogliamo capirla e capirne gli effetti senza nascondersi sotto qualche foglia di fico – sport che, come ogni buon italiano sa, non ci dispiace praticare.

 

Non basta sottrarre il numero Istat dei “cancellati per l’estero” da quello degli “iscritti dall’estero” per capire l’immigrazione

Nel 2016 sono state concesse, e dunque acquisite da parte di cittadini stranieri, 201.591 cittadinanze italiane. Una cifra la cui consistenza apparirà in tutta la sua portata considerando due elementi. Primo elemento: nel 2006, dieci anni prima, di cittadinanze ne erano state concesse 35.266, il 17 per cento di quelle di oggi (mutatis mutandi: le concessioni/acquisizioni di cittadinanza sono aumentate in dieci anni del 572 per cento). Secondo elemento: nel 2016 si sono iscritti come regolarmente residenti nei comuni italiani 262.929 stranieri, dunque in pratica è stato come se di 100 stranieri arrivati in Italia l’anno scorso 77 fossero diventati automaticamente italiani. Certo, non si tratta delle stesse persone, ma la proporzione è quella. Non basta. Ogni 100 stranieri residenti in Italia si concedeva, fino a una dozzina di anni fa, una sola cittadinanza; oggi se ne concedono quattro. La propensione a concedere la cittadinanza italiana ai cittadini stranieri è dunque quadruplicata. Ma allora, da cosa deriva questa impennata delle concessioni di cittadinanza che fa del nostro forse il paese europeo dove se ne concedono di più? Da cosa se non dall’applicazione assai pragmatica e nient’affatto ideologica di uno ius soli germogliato da quelle stesse leggi già esistenti in materia e che però, si badi, sembra quasi che non esistano neppure, tanto è confuso e rumoroso il livello dello scontro tra i partiti favorevoli e quelli contrari allo ius soli? Anche la chiesa è scesa sul terreno non si dica della guerra ma, indiscutibilmente, della battaglia ideale e culturale. Anche la chiesa parla del problema come fossimo all’anno zero; come se solo a partire da domani si potesse, grazie all’approvazione della legge in discussione, cominciare a parlare di ius soli e di cittadinanza ottenuta in forza di questo principio. E invece, ecco, negli ultimi cinque anni ci sono state ben 675.608 concessioni di cittadinanza a stranieri regolarmente residenti nel nostro paese. C’è l’acquisizione di cittadinanza da parte dei figli di cittadini stranieri con cittadinanza italiana, una volta che giungano alla maggiore età; c’è l’acquisizione di cittadinanza da parte degli stranieri nati in Italia che vi risiedano fino alla maggiore età. Rappresentano la grandissima maggioranza, almeno l’80 per cento, delle acquisizioni di cittadinanza. E di che si tratterebbe, se non di forme più o meno evidenti di ius soli? Ed è così che mentre lo ius soli macina, magari sotto spoglie non così evidenti e nette, le sue centinaia di migliaia di concessioni di cittadinanza all’anno, numeri da record, infuria la guerra attorno allo ius soli. E se non è un paradosso questo.

 

Ma, del resto, a suo modo l’immigrazione è questione ad un tempo drammatica, complessa e paradossale a sua volta. Proprio così: paradossale. Ricordate? Solo l’immigrazione avrebbe potuto, e dovuto, salvarci dall’altrimenti irreversibile calo delle nascite, dalla denatalità, dal super invecchiamento della popolazione, dalle prospettive demografiche di lenta ma irreversibile consunzione per il futuro. E’ forse successo qualcosa che assomigli sia pure alla lontana a tutto questo? No. 

 


Sgombero palazzi ex Ata Hotel occupati da immigrati in Via Lampedusa, a Milano (foto LaPresse)


  

L’aumento di anno in anno dei contingenti di stranieri giunti in Italia, dei cittadini stranieri residenti in Italia e, ora, più impetuosamente ancora, degli stranieri che acquisiscono la cittadinanza italiana, non sta producendo niente di tutto ciò. Stiamo assistendo, impotenti, proprio a ciò che ci eravamo illusi di scongiurare grazie agli immigrati, agli stranieri. Nessuno sottolinea il paradosso, il tema è di quelli ultra sensibili, si rischia come nulla di passare per razzisti e xenofobi, ma è un fatto che alla grande crescita della popolazione degli stranieri residenti in Italia, che ora si fanno in sempre più alte proporzioni cittadini italiani a tutti gli effetti, non ha corrisposto alcuna correzione in meglio di nascite, natalità, fecondità, invecchiamento. Non facciamo che segnare, anno dopo anno, un sempre nuovo minimo storico delle nascite. Tra i due fenomeni non c’è relazione di causa ed effetto, è fuori discussione. Anzi, è noto che la fecondità delle donne straniere è sensibilmente più alta di quella delle italiane, pur se ormai anch’essa inferiore alla fatidica soglia di sostituzione dei due figli. Però questo è, che la natalità non ha fatto che contrarsi mentre tutte le previsioni e proiezioni fatte a suo tempo sulle proprietà in certo qual senso salvifiche dell’immigrazione in campo demografico si sono rivelate una pia illusione. Né c’è un solo segnale che faccia sperare che sotto questo aspetto l’immigrazione potrà dare di più di quel che ha già dato. Semmai, i segnali vanno in senso opposto.

 

La seconda generazione di immigrati

 

Ecco dunque perché i contingenti degli stranieri che entrano ed escono dall’Italia da un lato, e la popolazione straniera residente in Italia che da questi movimenti risulta quantificata dall’altro, rischiano di non illuminarci a sufficienza sul fenomeno se non si tiene bene sotto osservazione una terza variabile che diventa ogni giorno più importante: le concessioni/acquisizioni della cittadinanza italiana da parte degli stranieri residenti nel nostro paese. Il punto è esattamente questo, che queste tre variabili – movimenti degli stranieri in entrata e uscita, popolazione straniera residente e concessioni/acquisizioni della cittadinanza da parte di stranieri residenti in Italia – formano un tutt’uno che richiede di essere letto, valutato e interpretato nel suo complesso, unitariamente e non già separatamente.

 

Ogni 100 stranieri residenti si concedeva, fino a una dozzina d’anni fa, una sola cittadinanza; oggi se ne concedono quattro

Vediamo allora come si presenta oggi questo “tutt’uno”. Eccone il quadro. Al 31 dicembre 2016 risultavano regolarmente residenti nel nostro paese 5 milioni e 47 mila stranieri, pari all’8,3 per cento della popolazione italiana, con una prevalenza femminile pari a 52,4 donne ogni 100 stranieri residenti. Rispetto al 31 dicembre di un anno prima, il 2015, gli stranieri residenti sono aumentati di appena 20.875 unità (+0,4 per cento). Se ci fermiamo a questo dato concludiamo che la popolazione straniera residente in Italia ha subito uno stop. Ma la bilancia dei movimenti migratori da e con l’estero attesta che nel 2016 262.929 nuovi stranieri sono stati iscritti nelle anagrafi dei nostri comuni, mentre da queste stesse anagrafi sono stati cancellati, perché andati a risiedere all’estero, 42.553 residenti in Italia. La differenza di 220 mila unità, però, non va a incrementare la popolazione straniera residente in Italia per il buon motivo che oltre 200 mila stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana passando così a incrementare direttamente la popolazione di cittadinanza italiana. Per intenderci, se nell’ultima dozzina d’anni non ci fossero stati riconoscimenti di cittadinanza la popolazione straniera sarebbe oggi di 6 milioni e 100 mila abitanti, non l’8,3 ma il 10,1 per cento della popolazione italiana. Grande attenzione ai riconoscimenti, dunque, perché sta arrivando alla maggiore età una generazione di stranieri che ha sempre vissuto in Italia, mentre altri giovani arrivano a quel traguardo essendo figli di stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana: tutti costoro, ammesso che la desiderino, e che non intendano andare da qualche altra parte, avranno la cittadinanza italiana senza che non un codicillo si debba aggiungere alle leggi vigenti. Nel 2015 il 50 per cento di quanti hanno acquisito la cittadinanza italiana aveva meno di 30 anni, è dunque una generazione assai giovane quella che si sta giovando delle acquisizioni di cittadinanza. La seconda generazione di immigrati sta assumendo rilevanti dimensioni nel nostro paese proprio in questi anni, determinando l’exploit delle concessioni di cittadinanza, e delle relative acquisizioni. E la seconda generazione di immigrati è proprio quella che tanti problemi ha creato, e crea, in molti paesi europei di più antica immigrazione del nostro.

 

Le concessioni/acquisizioni di cittadinanza, unitamente alla popolazione degli stranieri residenti, distintamente per le tre macro aree del paese – il nord, il centro e il Mezzogiorno –, evidenziano due modelli di migrazione per un verso e di accoglienza della stessa per l’altro che danno come pochi l’idea del dualismo del nostro paese.

 


Presidio antirazzista a Palazzo Marino a seguito del blitz dele forze di Polizia in Stazione Centrale (foto LaPresse)


 

Quasi tre concessioni/acquisizioni di cittadinanza su quattro (il 73 per cento) si registrano al nord, mentre nel Mezzogiorno non raggiungono l’8 per cento del totale italiano. Nel nord si sono avute 5 concessioni di cittadinanza ogni 100 stranieri residenti, nel Mezzogiorno meno di 2, con il centro Italia che si colloca, con 3 concessioni ogni 100 stranieri residenti, pressoché a mezza strada tra le aree del nord e del sud. Al nord prevale il modello migratorio della famiglia e della stabilità, quello degli stranieri che vi si stabiliscono pensando di viverci, lavorarci, crescerci i figli. Al sud il modello è principalmente quello dell’emergenza, dell’asilo, di chi cerca un primo approdo, di chi guarda già oltre, ad andarsene in altre regioni italiane o in altri paesi al di là dell’Italia. In effetti il divario nei tassi degli stranieri residenti, ch’è nel centro-nord quasi tre volte quello del Mezzogiorno (10,6 contro 3,8 stranieri residenti ogni 100 abitanti), testimonia già di per sé di un insediamento degli stranieri che segue la tradizionale direttrice sud-nord e che si stabilisce preferibilmente al centro-nord. Ma è soprattutto una concessione/acquisizione marcatamente “nordista” della cittadinanza italiana a risultare indicativa di una più antica stabilità insediativa, legata a più elevate capacità di accoglienza e a migliori prospettive future, degli stranieri nel nord Italia. Nel 2016, in tutto il nord i riconoscimenti di cittadinanza sono stati addirittura più numerosi dei nuovi stranieri residenti, con una punta nel nord-est, dove si sono avute ben 117 concessioni di cittadinanza ogni 100 nuovi stranieri residenti – proporzione che precipita a 25 concessioni di cittadinanza ogni 100 nuovi stranieri residenti nel Mezzogiorno. Del resto basti dire che gli stranieri residenti superano l’11 per cento della popolazione in sole tre regioni, Emilia-Romagna (11,9 per cento), Lombardia (11,4 per cento) e Lazio (11,3 per cento), ma mentre nelle prime due la concessione della cittadinanza italiana riguarda quasi 5 stranieri su 100 stranieri residenti, nel Lazio (che, poi, è essenzialmente Roma) non si arriva a 2. Si tratta di una differenza che da sola illumina due modi diversi, se non addirittura opposti, che hanno avuto e continuano ad avere gli stranieri di insediarsi nelle regioni italiane.

 

Se nell’ultima dozzina d’anni non ci fossero stati riconoscimenti di cittadinanza, la popolazione straniera sarebbe oggi di sei milioni e 100 mila abitanti, non l’8,3 ma il 10,1 per cento della popolazione

Una conferma viene dalla fecondità delle donne straniere, che solo al nord supera la soglia dei due figli per donna, arrivando a un valore di 2,06; valore che scende a 1,8 nel centro-sud e a 1,94 in Italia. Conferma di un modello di immigrazione che cerca con buona probabilità di trovare – in Lombardia come in Piemonte, in Veneto come in Emilia-Romagna, in Trentino come nel Friuli – lavoro e stabilità, e di conseguenza anche famiglie e figli. 

 

Famiglie che si ricongiungono dopo che un membro della coppia ha trovato di che vivere anche per l’altro membro rimasto in patria con già magari uno o più figli. Ma anche famiglie che si formano ex novo in Italia, il nuovo paese di residenza e, domani, di cittadinanza.

 

La popolazione mischiata

 

Le acquisizioni di cittadinanza portano popolazione straniera nella popolazione di cittadinanza italiana, cosicché non è più possibile distinguere i comportamenti demografico-sociali di quanti acquisiscono la cittadinanza italiana separatamente da quelli degli italiani di nascita. Ma c’è, e resta, un forte interesse a cercare di capire come si mischiano tra di loro la popolazione di cittadinanza italiana e quella straniera qui residente al di là delle concessioni/acquisizioni di cittadinanza.
Nel biennio 2014-2015 si sono avuti poco più di 48 mila matrimoni con almeno uno sposo straniero, 24 mila l’anno, pari al 12,6 per cento del totale dei matrimoni celebrati in Italia. I figli nati da coppie con almeno un genitore straniero sono stati nello stesso periodo 204.800, 102.400 l’anno, pari al 20,7 per cento dei nati in Italia nel biennio. Il tutto mentre, come detto, gli stranieri residenti in Italia rappresentano l’8,3 per cento degli abitanti. Sembra dunque esserci un contributo più che proporzionale degli stranieri sia ai matrimoni che, molto di più, alle nascite. Ma questo contributo va interpretato correttamente, perché si può ben dire che i poco più di 5 milioni di stranieri residenti in Italia possono giocare, tanto nel cercarsi un partner per il matrimonio che per fare dei figli, su un doppio tavolo: quello loro proprio, con partner e figli tra stranieri, e quello con i cittadini italiani. Anche questi ultimi possono fare altrettanto, beninteso, ma in modo quantitativamente ben più limitato: per parlare all’ingrosso, si può dire che gli stranieri hanno di fronte 55,6 milioni di cittadini italiani essendo 5 milioni mentre i cittadini italiani hanno di fronte 5 milioni di stranieri essendo 55,6 milioni: le possibilità di incrociarsi con partner di diversa nazionalità, e di farci figli assieme, sono ben più alte per gli stranieri che non per i cittadini italiani.
Chiarito questo non secondario aspetto si vede bene come il contributo degli stranieri alle nascite in Italia è decisamente più consistente del contributo da essi dato ai matrimoni celebrati nel nostro paese – e questa differenza è conseguenza, in primo luogo, ma non soltanto, della più alta fecondità delle donne straniere rispetto alle donne di nazionalità italiana. Ma anche i matrimoni degli stranieri in Italia suggeriscono interpretazioni capaci di illuminare il mondo di quanti vengono a stabilirsi in Italia per periodi che, pur non dipendendo evidentemente soltanto dai loro progetti iniziali, si fanno sempre più lunghi, fino a diventare definitivi. Di 100 matrimoni con almeno uno sposo straniero nel 2014-2015 quelli tra due sposi stranieri sono stati una netta minoranza, appena il 27 per cento, il 57 per cento è stato tra uno sposo italiano e una sposa straniera e il 16 per cento tra una sposa italiana e uno sposo straniero. Ma non si tratta, in ogni caso, di grandi numeri. E, oltretutto, questi numeri hanno tutti subito una più o meno marcata contrazione negli ultimi anni. Vediamo come si combinano tra di loro questi aspetti.
Intanto il primo aspetto ci dice che gli stranieri “giocano”, nel matrimonio, ben più sul tavolo dei cittadini italiani, per averli come partner, che non su quello loro interno ovvero, chiamiamolo così, endogamico. Più di 7 su 10 stranieri residenti in Italia che si sposano, infatti, sposano un cittadino italiano, non un altro straniero residente in Italia come loro. Ovviamente ciò implica che ci sia nei cittadini italiani una corrispondente disponibilità a un matrimonio misto, disponibilità che ritroviamo ben più tra i maschi che tra le femmine italiane. Queste ultime hanno in verità una assai modesta propensione a sposare cittadini degli altri paesi residenti nel nostro: lo fanno in circa 4 mila l’anno, pari ad appena il 2 per cento degli asfittici matrimoni che si celebrano annualmente in Italia. I maschi italiani hanno la propensione a un matrimonio misto molto più spiccata delle donne italiane, giacché in 13.650 in media all’anno, pari a poco più del 7 per cento di tutti i matrimoni, hanno impalmato donne straniere residenti in Italia. Una percentuale, questa, più che doppia di quella dei matrimoni tra sposi entrambi stranieri che si ferma, con appena 6.500 matrimoni l’anno, al 3,4 per cento dei matrimoni che si celebrano annualmente in Italia. Rispetto al biennio pre-crisi 2007-2008 i matrimoni nel loro complesso hanno perso quasi il 23 per cento. Ma, ed ecco il punto che occorre cogliere, quelli tra italiani hanno perso il 21 per cento, quelli misti con sposo italiano il 24 per cento, quelli misti con sposa italiana il 35 per cento e addirittura il 44 per cento hanno perso i matrimoni tra sposi entrambi stranieri.

 

La crisi dei matrimoni misti è stata dunque più profonda di quella tra italiani, mentre più profonda ancora, una vera e propria débâcle, si è rivelata quella dei matrimoni tra sposi entrambi stranieri. La popolazione straniera, se ne può concludere, si ricongiunge, più che sposarsi, con i partner lasciati nei luoghi d’origine e poi richiamati in Italia quando le condizioni lo permettono. Mentre nel sensibile calo del 35 per cento dei matrimoni misti con spose italiane è stata soprattutto la componente dei matrimoni con maschi dell’Africa settentrionale, quella numericamente più rilevante, a perdere posizioni passando da oltre 2 mila matrimoni l’anno a poco più di 900, con un decremento di oltre il 56 per cento.

 

Riepilogando: stranieri che non si sposano tra di loro ma che di preferenza si ricongiungono, riformando in Italia famiglie che si erano separate nell’immigrazione; numeri che testimoniano un mediocre successo delle coppie miste – e nessun successo, se non proprio il fallimento, di quelle con spose italiane; matrimoni tra non italiani che hanno lasciato sul terreno perdite proporzionalmente assai più forti di quelle subite dai matrimoni tra italiani. Il matrimonio non è precisamente un’etichetta di successo nella popolazione straniera; non lo è neppure il più sbrigativo matrimonio civile, che pure è a forte maggioranza il matrimonio delle coppie miste e di quelle tra stranieri.

 

Le concessioni/acquisizioni di cittadinanza evidenziano due modelli di migrazione e di accoglienza: quasi tre su quattro si registrano al nord, mentre nel Mezzogiorno non raggiungono l’8 per cento del totale italiano. 

Ma c’è un aspetto più importante, e largamente ignorato, nella congiunzione e nella commistione, chiamiamola così, delle popolazioni, italiana e straniera, al netto delle acquisizioni di cittadinanza, alla quale i matrimoni misti non riescono a imprimere una vera accelerazione: perché sono proprio questi matrimoni misti ad essere senza figli, molto più di quanto lo sono quelli tra italiani. Quelli tra coppie miste rappresentano il 9,2 per cento dei matrimoni celebrati in Italia ma i nati da coppie miste non sono che il 5,8 per cento dei nati in Italia. Un divario a tal punto ampio da suggerisci che le unioni miste rappresentano una sorta di ultima spiaggia, almeno per una quota assai rilevante delle stesse, alle quali si ricorre a età elevate, quando la fecondità è declinante o, diversamente, già espressa in precedenti situazioni di coppia o famiglia. Sia chiaro che questo non è un giudizio di merito, non è affatto improbabile che le coppie miste dimostrino una migliore e più duratura riuscita delle altre, in quanto coppie. Ma non sono coppie con capacità procreative davvero consistenti, che può essere stimata in un figlio in media per coppia, non è affatto da quelle parti, per concludere, che ci si può aspettare un aiuto alla declinante fecondità italiana. E questo mentre, all’opposto, ai pochi matrimoni tra stranieri, appena il 3,4 per cento dei matrimoni, corrisponde addirittura quasi il 15 per cento di tutte le nascite. Ma, si è detto, non si deve pensare che ciò derivi da una spropositatamente più elevata fecondità delle donne straniere quanto, piuttosto, dal fatto che quelle nascite sono dovute, in buona parte, a coppie che si sono ricongiunte dopo essersi già sposate in patria. Mediocri contingenti di matrimoni misti, dunque, e ancora più mediocri contingenti di nascite da coppie miste. Il connubio, il mixaggio tra le popolazioni di italiani e stranieri è poca cosa, ma nelle coorti delle nascite annue il peso della componente straniera si fa assai consistente grazie alla ricongiunzione delle famiglie. Quella stessa ricongiunzione che, dando maggiori prospettive di stabilità alle situazioni famigliari, è a sua volta una precondizione per il passaggio di tanti stranieri, attraverso la concessione/acquisizione, alla cittadinanza italiana.

 

Non solo Africa, ma soprattutto Africa

 

Nell’immigrazione verso il nostro paese prevale di gran lunga quella di provenienza europea, che ha raggiunto il 51,7 per cento, lasciando agli altri continenti poco meno della metà degli stranieri residenti in Italia: il 48,3 per cento. Il 51,7 per cento europeo si suddivide a sua volta nel 30,5 per cento che viene dall’interno dell’Ue e nel 21,2 per cento che viene da fuori dell’Ue, cosicché la componente extracomunitaria dei cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia ammonta complessivamente a 3 milioni e 510 mila unità, pari al 69,5 per cento di tutti gli stranieri residenti. Questa componente è a sua volta suddivisa in quattro parti, delle quali tre quasi alla pari: quella europea non Ue col 21,2 per cento; quella che viene dall’Africa, con il 20,8 per cento; quella che viene dall’Asia con il 20,2 per cento; e infine quella più recente di tutte che viene dalle Americhe (quasi al gran completo dall’America centrale e del sud) con il 7,3 per cento. In verità è l’Africa il continente, dopo l’Europa, che ben più fortemente contribuisce all’immigrazione in Italia. In relazione alle rispettive popolazioni continentali, infatti, gli stranieri europei residenti in Italia sono 35 ogni 10 mila abitanti dell’Europa, 9 ogni 10 mila abitanti del continente africano sono quelli dell’Africa, 5 quelli dell’America e solo 2 quelli dell’Asia.

 


Montecitorio. Presidio contro il decreto sicurezza e il decreto immigrazione "Orlando- Minniti" (foto LaPresse)


 

Anche nel 2016 è di gran lunga la Romania il paese con il più alto numero di cittadini residenti in Italia, ben 1 milione e 169 mila unità, pari a più del 23 per cento di tutti gli stranieri residenti in Italia Si può star certi, come a suo tempo per l’immigrazione turca in Germania, che di preferenza i successivi migranti da quel paese si dirigeranno verso di noi, vista la buona riuscita complessiva di quell’immigrazione. La stessa cosa succederà per quanti emigrano dall’Albania, visto e considerato che gli albanesi in Italia sono ben 448 mila, poco più di un terzo di quelli rumeni, è vero, ma l’Albania conta appena 2,9 milioni di abitanti, dunque in Italia risiede addirittura un sesto (il 16 per cento) degli albanesi che vivono nel loro paese. Anche quella dalla Romania è una migrazione verso il nostro paese di forte intensità, arrivando a rappresentare ben il 6 per cento di tutta la popolazione rumena. Visti questi numeri, tuttavia, non c’è che da attendersi un rallentamento importante negli arrivi ulteriori da quei paesi. Tutt’altra cosa è l’immigrazione cinese. I cinesi che risiedono in Italia sono 282 mila, rappresentano il quarto paese (dopo Romania, Albania e Marocco) per numerosità di immigrati, un’inezia se si pensa che la popolazione cinese ammonta a un miliardo e 376 milioni di abitanti. D’altro canto i cinesi sono fortemente presenti un po’ in tutto il mondo occidentale, dove costituiscono comunità molto ben identificate quanto sostanzialmente chiuse. Non a caso proprio i cinesi usufruiscono assai poco delle concessioni di cittadinanza italiana, se ne mostrano anzi quasi disinteressati – l’esatto opposto di albanesi e marocchini, in quali nel 2016 hanno registrato 8 concessioni di cittadinanza ogni 100 residenti delle corrispondenti nazionalità, una proporzione doppia di quella generale. I cinesi tendono a concentrarsi in grosse comunità interne alle nostre città, più di quanto non facciano gli altri stranieri. A Prato, in Toscana, la Chinatown italiana, se ne contano quasi 19 mila, pari a poco meno di un decimo della popolazione di quella città.

 

Ma è dall’Africa che arrivano le più grandi pressioni migratorie odierne e, considerata la situazione geo-politica del continente, altresì le più forti preoccupazioni in fatto di immigrazione per il futuro immediato. 

 

Su 10 stranieri residenti in Italia che si sposano, più di 7 sposano un italiano, non un altro straniero residente in Italia come loro. Tra gli italiani, i maschi hanno una propensione al matrimonio misto molto più spiccata delle donne

E tuttavia non si deve credere che situazioni e scenari di guerra, povertà, desolazione si trasformino sempre e comunque in consistenti flussi migratori in entrata nel nostro paese con caratteristiche di lunga permanenza e stabilità. Si prendano due paesi simbolo della precarietà estrema di certe aree del mondo: la Siria e l’Iraq. Al 31.12 del 2016 risultavano residenti in Italia 4.992 siriani e 3.540 irakeni, due tra le comunità internazionali meno rappresentate nel nostro paese. Queste comunità erano aumentate del 60 per cento, è vero, dall’inizio della grande crisi siriana, ma restando pur sempre su livelli minimi di immigrati rispetto a paesi pur vicini come per esempio l’Egitto, che conta quasi 113 mila residenti nel nostro paese. La vicinanza non sempre significa flussi migratori consistenti, le rotte migratorie possono prendere altre strade, i flussi non fermarsi nelle nostre contrade e proseguire oltre. Influiscono molti fattori che non sono semplicemente la vicinanza delle coste e dei confini italiani ma, per esempio, ed è forse il più potente tra tutti, la presenza o meno sul nostro territorio di comunità già insediate e affermate, particolarmente nel lavoro e nella possibilità di fare impresa, di immigrati delle stesse nazionalità.
D’altro canto, all’immigrazione tradizionale in certo senso prevedibile e che si dirige in Italia per cercarvi una sistemazione duratura, se ne va sempre più affiancando un’altra dovuta a ondate migratorie meno prevedibili, legate come sono alla ricerca di asilo e protezione da parte di stranieri in fuga da conflitti e persecuzioni. Nel 2015 “sono sbarcati sulle coste italiane oltre 149 mila migranti e sono state presentate 85 mila istanze di protezione internazionale”, documenta l’Istat, aggiungendo che “fra il 2014 e il 2015 è proseguita la crescita di individui in cerca di asilo politico e protezione umanitaria (+40,5 per cento): nel 2015 sono oltre 67 mila e rappresentano più del 28 per cento dei nuovi ingressi”. Tra le prime dieci nazionalità di provenienza di questi individui ce ne sono ben sei africane (a cominciare dalla capofila, la Nigeria), tre asiatiche (tra cui la seconda della graduatoria, il Pakistan) e impensabilmente una, l’Ucraina, europea.

 

Da una parte, quindi, si assiste a un consolidamento dell’integrazione degli stranieri che vivono ormai da anni soprattutto nel centro-nord nel nostro paese e che, in molti casi, ci sono addirittura nati. Dall’altra, l’Italia è interessata da ondate migratorie, non facilmente prevedibili, e che vanno in prima istanza a interessare il Mezzogiorno, legate all’evolversi della difficile situazione internazionale segnatamente nelle aree del Medioriente e dell’Africa settentrionale e centro-occidentale. Si tratta di due aspetti destinati a caratterizzare per lungo tempo quel fenomeno migratorio così pressante per un paese come il nostro, vicino a quasi tutte le aree a più alta instabilità politica del mondo.

 

Il modello diffusivo dell’immigrazione in Italia

 

C’è una capitale dell’immigrazione in Italia? No, non c’è. Non c’è una città che si stacchi prepotentemente dalle altre per presenza di stranieri residenti. La capofila è la città di Prato, Toscana, che abbiamo già incontrato: 192.469 abitanti, di cui 36.400 stranieri (tra i quali 18.954 cinesi), per una incidenza di stranieri regolarmente residenti pari a 18,9 ogni 100 abitanti. Ma a un decimale appena di distanza c’è Milano dove invece gli stranieri residenti sono 253.482, pari al 18,8 per cento degli abitanti. E a una distanza di quattro decimi da Milano c’è Brescia, che con il 18,4 per cento completa il podio delle sole tre città italiane di oltre 100 mila abitanti con più del 18 per cento di stranieri residenti. Ma si deve mettere in guardia il lettore da un indicatore come questo, sempre molto importante, indiscutibilmente, ma anche ingannevole mano a mano che si procede, come si sta facendo, con sempre maggiori concessioni/acquisizioni della cittadinanza italiana. La capofila della presenza straniera in Italia sarebbe la città di Brescia, per esempio, se proprio qui non fossero state concesse, nel 2016, in proporzione rispetto alla popolazione, più cittadinanze italiane di quanto non sia successo a Prato e Milano.

 

Nell’immigrazione verso il nostro paese prevale di gran lunga quella di provenienza europea, che ha raggiunto il 51,7
per cento. Ma è dall’Africa che arrivano
le più grandi pressioni migratorie odierne

Con una incidenza di oltre il 15 stranieri residenti ogni 100 abitanti ci sono invece 12 delle 46 città italiane con oltre 100 mila abitanti. Oltre alle tre appena citate, in ordine discendente da più a meno stranieri nella popolazione: Piacenza, Reggio Emilia, Parma, Bergamo, Padova, Firenze, Bologna, Vicenza, Torino. Non risulta nell’elenco la capitale, Roma, che con il 13,2 per cento di stranieri occupa soltanto la 17esima posizione dopo anche Modena, Bolzano, Verona e Venezia. Come si vede mancano anche altre grandi città italiane come Napoli, Palermo, Genova, rispettivamente la terza, quinta e sesta città italiana in ordine di grandezza. Nessuna città del Mezzogiorno è in graduatoria, essendo proprio Napoli quella a maggiore intensità di stranieri, pur se ha soltanto il 5,7 per cento di stranieri, un tasso che non è neppure un terzo di quello di Milano. D’altra parte Genova è con Trieste e Ferrara l’unica città del nord con oltre 100 mila abitanti a non raggiungere il 10 per cento di stranieri residenti. Queste tre città, peraltro, sono unite tra di loro da una caratteristica curiosamente, non meno che fortemente, negativa: sono le sole città di quella dimensione ad avere un numero di morti annue ch’è più del doppio del numero delle nascite. Demograficamente parlando sono città senza prospettive, e in quanto tali non sembrano offrire, congiuntamente alla situazione economica poco dinamica, prospettive favorevoli agli stranieri che pure guardano al nord.

 

La grande discriminante nella distribuzione territoriale degli stranieri in Italia è, come già si accennava all’inizio, quella geografica tra il centro-nord da una parte (10,6 stranieri residenti per 100 abitanti) e il Mezzogiorno dall’altra (3,8 stranieri residenti per 100 abitanti). Superata quella, l’immigrazione prende i mille rivoli dei mille campanili italiani. E neppure la diversa ampiezza demografica dei comuni italiani sembra contare in modo decisivo.

 


Stazione Ferroviaria di Brescia, controlli Forze dell'Ordine (foto LaPresse)


 

E’ fuori discussione che l’ampiezza demografica si faccia sentire; essere una grande città di oltre 100 mila abitanti significa esercitare una capacità di attrazione sugli stranieri che vengono a stabilirsi nel nostro paese indubbiamente superiore a quella esercitata da città piccole, dai piccoli comuni. Ma le differenze non sono abissali, non sono, per capirci, quelle che si registrano tra il Mezzogiorno e l’Italia del centro-nord. La differenza più significativa è quella che si riscontra tra i grandi centri da un lato e tutti quegli altri dall’altro. Così, mentre le città con oltre 100 mila abitanti hanno una presenza di stranieri residenti pari all’11,5 per cento della loro popolazione, tutte le altre città e comuni italiani hanno una presenza del 7,36 per cento, inferiore di poco più di più di un terzo, non già di tre volte. Una differenza significativa, indubbiamente, ma nient’affatto eclatante. Ancor meno lo è quella tra le città di medie dimensioni di 60-100 mila abitanti e tutte le altre che non raggiungono quelle dimensioni: non è così facile avvertire concretamente, nella vita di tutti i giorni di una piccola cittadina, la differenza tra 8,65 e 7,22 stranieri residenti per mille abitanti. In una cittadina di 20 mila abitanti, per esempio, la differenza in cifre assolute tra 1.730 e 1.444 stranieri residenti peserà quasi inavvertitamente sui rapporti tra italiani e stranieri e sulle concrete possibilità di integrazione di questi ultimi.

 

L’immigrazione in Italia, insomma, si disperde sul territorio, tra i tanti comuni italiani, con un carattere di diffusività che depotenzia la sua naturale tendenza alla concentrazione e ne limita i pericoli.

 

Dentro le città. Il fattore equilibratore delle donne

 

Il punto nevralgico dell’immigrazione restano le grandi città del nord, segnatamente Milano e Torino, più Roma per le sue dimensioni e le opportunità e i traffici di tutti i tipi, leciti e meno, che presenta agli occhi di chi arriva da fuori. Ciò non significa affatto che città di medie dimensioni come Brescia, Padova, Prato, tutte attorno ai 200 mila abitanti, o anche altre città grandi quasi il doppio come Firenze e Bologna, tutte peraltro con indici di stranieri residenti piuttosto elevati, non incontrino problemi di sorta nella gestione di una problematica fuor di dubbio complessa e difficile come questa. Ma in città, come sono queste ricordate, con periferie genericamente parlando non degradate – non almeno nel senso che si riconosce alla parola – né estese oltremisura, nient’affatto distanti dai centri storici e da quelli degli affari e dell’economia, tutto sommato raccolte, difficilmente questi problemi si infiammano in modo tale, per pericolosità e urgenza, da richiedere il ricorso a operazioni immediate di deciso e fermo contrasto e a strategie di contenimento di più lunga lena. D’altro canto, altre città, anche molto più grandi, come sono Napoli e Palermo, e la stessa Genova, presentano indici di stranieri troppo bassi per poter dar luogo a una qualche, vera patologia urbana. Cosicché le situazioni nelle quali si sente parlare di immigrazione in termini negativi, ed è sempre così che succede, sono a un tempo molte, perché molti sono i centri con una presenza numericamente rilevante di stranieri, e poche, perché poche sono le emergenze davvero importanti che si verificano.

 

Non c’è una città che si stacchi prepotentemente dalle altre per presenza di stranieri residenti. La capofila è Prato: 192.469 abitanti, di cui 36.400 stranieri, il 18,9 per cento. A un decimale appena di distanza c’è Milano

Specialmente nelle grandi città il problema più generale è quello di riuscire a evitare forti concentrazioni di stranieri in ambiti territoriali a un tempo chiusi e periferici, ovvero quello di imprimere sul territorio urbano lo stesso carattere della diffusività che vale per il territorio nazionale. Fermandoci, per i motivi detti, alle sole tre grandi città di Milano, Torino e Roma, in quest’ordine per intensità di stranieri residenti, un semplice prospetto ricavato dalla presenza di stranieri nelle zone di Milano, nelle circoscrizioni di Torino e nei municipi di Roma suggerisce che se non proprio come a livello nazionale una certa “equidistribuzione” degli stranieri si riesce a raggiungerla anche rispetto alle suddivisioni territoriali amministrative di queste città.

 

Il rapporto tra aree di massimo e minimo insediamento è di poco superiore a 2 a Milano e Torino e di poco inferiore a 3 a Roma. Ma è soprattutto il coefficiente di variabilità, i cui valori sono espressi in percentuale della media cittadina degli stranieri, a darci l’idea della diffusione/concentrazione degli stranieri. Così un valore di zero significa che in tutte le aree c’è la stessa incidenza di stranieri, e dunque la massima diffusione possibile, mentre più i valori sono alti e più si allontanano dalla diffusione per indicare concentrazione. Il valore di Milano ci dice che la variabilità media della presenza degli stranieri nelle aree in cui è suddivisa la città è il 25 per cento, un quarto esatto, della media di 18,8 stranieri residenti per 100 abitanti. Non molto, dal momento che se ne può dedurre che per i tre quarti della media c’è uguaglianza tra le aree, ovvero diffusione piuttosto che concentrazione degli stranieri. Analoghe considerazioni valgono per Torino e Roma – quest’ultima si dimostra, tra le tre, quella dov’è più sbilanciata la distribuzione territoriale degli stranieri all’interno della città.

 

Questo solo indicatore non chiude però la questione. Conta anche la provenienza degli stranieri e la concentrazione di stranieri della stessa nazionalità in ambiti urbani circoscritti. E’, quest’ultima, una analisi che ci porterebbe troppo lontano; quel che si può però sottolineare in questa sede è che il “rischio stranieri” a Milano appare superiore a quello di Torino e anche di Roma, nonostante ne presenti una più equilibrata distribuzione sul territorio, in quanto Milano registra, tra tutte le città italiane, la più bassa percentuale di europei sul totale degli stranieri residenti: appena il 20 per cento, un solo europeo ogni cinque stranieri residenti – quando la media nazionale, ricordiamolo, è del 51,7 per cento. Con asiatici che sono due volte gli europei e africani e sudamericani che sono tanti quanti gli europei la situazione di Milano appare ancor più complicata da questo che non dal fattore dell’accentramento, che riguarda al massimo, e relativamente, le due zone, sulle nove della città, dove gli stranieri superano il 20 per cento dei residenti. L’integrazione nel tessuto cittadino, e più in generale in quello del paese, è evidentemente più facile con chi ci è più vicino per storia e cultura, costumi, consuetudini; meno facile con quanti ci sono meno vicini, se non proprio lontani. Dunque a Milano le cose sono sotto questo aspetto più problematiche che in ogni altra città d’Italia per il combinarsi di un’alta incidenza della presenza straniera con un ancora più alto grado di “lontananza” di quella presenza.

 

Problematicità che diventa addirittura doppia quando in questa “lontananza” si perde o quantomeno si annacqua quel fattore equilibratore, e rasserenante, dell’immigrazione ch’è la presenza femminile. Questa presenza, che nel complesso degli stranieri residenti è pari al 52,4 per cento (il 50,4 per cento a Milano, il valore più basso tra le città con la maggiore incidenza di stranieri residenti), sale al 59 per cento tra stranieri europei, e addirittura al 62 per cento tra quelli sudamericani, per scendere al 45 per cento tra gli asiatici e a meno del 40 per cento tra gli africani. Sono particolarmente i paesi musulmani, tanto africani che asiatici, a far registrare i più marcati squilibri a sfavore delle femmine e a favore dei maschi nell’immigrazione. Una stima ragionata ci dice che nell’insieme dei paesi a maggioranza musulmana la proporzione delle femmine è di poco superiore a una su tre residenti in Italia di quei paesi. Diversamente, la presenza delle donne è altissima, a volte attorno al 70 per cento, tra i residenti in Italia di alcuni paesi dell’Est Europa (Ucraina, Moldova, Polonia) e dell’America latina, oltre alle Filippine. Questo succede grazie alla spiccata capacità delle donne di queste provenienze di inserirsi nelle grandi “pieghe” delle città ricche d’Italia – invecchiamento e disabilità, vedovanza e solitudine, nuclei famigliari ristrettissimi e malattie cronicizzate – che si va ad aggiungere alla già sperimentata capacità nel lavoro da domestiche, da decenni ormai assicurato più dalle straniere che dalle italiane.

 

A un’alta proporzione di femmine è collegato anche un rimpolpamento, assai necessario, delle esangui schiere delle donne italiane in età feconda e la stessa possibilità di matrimoni misti con italiani. Ma questi ultimi, si è detto, hanno una ben scarsa discendenza, mentre la più alta fecondità delle donne straniere, che si è espressa soprattutto nelle regioni del nord, a cominciare dall’Emilia-Romagna, sembra avere un qualche effetto depressivo sulla fecondità delle donne di cittadinanza italiana. Insomma, l’errore con l’immigrazione è mitizzarla, decantandone doti e qualità in lungo e in largo. Non è così. Ma ancora più grave è l’errore di sottovalutarla, pensando che qualche escamotage, qualche braccio di ferro, qualche faccia feroce basti a derubricare il problema.

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