Il campus di Yale. E’ uscito di recente negli Stati Uniti “Passing on the Right: Conservative Professors in the Progressive University”, ricerca rigorosa firmata dai politologi Jon Fields e Joshua Dun

Non sparate sui conservatori

Tutti protetti, meno gli intellettuali di destra: viaggio nel pensiero prevalente delle università americane. Si invoca un sistema di quote per i professori conservatori. Cresce il fenomeno del loro ritiro in piccoli campus monoculturali.

Accusare le università americane di essere bastioni del pensiero di sinistra non è più un gesto rivoluzionario. Era il 1951 quando il giovane intellettuale conservatore William Buckley denunciò nel pamphlet “God and Man at Yale” il clima antireligioso e anticapitalista che regnava nel campus, simbolo di una élite progressista che aveva organizzato i propri progetti di egemonia culturale attorno alle aule universitarie, dove il sapere arrivava agli studenti preventivamente masticato. Da lì veniva fuori la classe dirigente americana e globale. Buckley aveva capito quello che più tardi avrebbe fissato in uno dei suoi aforismi: “I liberal dicono di voler ascoltare altri punti di vista, ma rimangono scioccati quando scoprono che esistono punti di vista diversi dal loro”.

 

La sua Yale era dominata da un punto di vista prevalente, tutto veniva letto attraverso la lente del progressismo, i conservatori erano ostracizzati con modi molto gentili eppure perentori, l’intero discorso accademico era orientato in una direzione ideologica ben definita ma che si presentava come una pista per l’equidistanza. Buckley ha avuto l’ardire di sbugiardare la falsa idea della neutralità del pensiero liberal: il liberalismo, così come era stato ripensato dalla sinistra americana, non era un’anfora ideologica vuota da riempire con contenuti a piacere, ma era esso stesso un contenuto, sotto le mentite spoglie della neutralità. Non era che l’inizio di un fenomeno destinato a diventare un luogo comune. Gli anni Sessanta e Settanta hanno trasformato un atteggiamento accademico diffuso in pura militanza, egemonia esercitata senza infingimenti. Dalle manifestazioni per i diritti civili alle proteste per la guerra in Vietnam, da Berkeley ad Ann Arbor, dall’affirmative action alla teoria del gender, dal post strutturalismo di Foucault all’anti imperialismo di Chomsky, dal politicamente corretto alle culture wars, dai figli dei fiori al popolo di Seattle, l’accademia è diventata la fucina del pensiero progressista, con i professori conservatori relegati in modi sempre più espliciti negli scantinati della torre d’avorio oppure strumentalmente esibiti come prova del sorridente pluralismo accademico.

 


Studenti protestano a favore della libertà di pensiero presso l'Università di Berkeley


 

La politicizzazione del contesto universitario è diventato un totem polemico per i conservatori. La sovrapposizione fra ideologia progressista e accademia ha anche tenuto vivo, in ambito repubblicano, un pregiudizio di tipo anti-intellettualista che tende a identificare come malvagi i luoghi di trasmissione del sapere e a guardare con sospetto le aule dove si fanno esercizi di pensiero da esportare poi su vasta scala. L’idea è che quello che accade nei campus è destinato ad accadere nell’intera società, e l’ultima contesa in corso riguarda i regolamenti interni adottati dalla maggioranza delle università per giudicare gli abusi sessuali. Se nel sistema legale ordinario un reato deve essere provato “oltre ogni ragionevole dubbio”, nelle università, dove abbondano le segnalazioni di abusi, si è adottato il paradigma della “preponderanza delle prove”: per giudicare colpevole uno stupratore e prendere i provvedimenti disciplinari del caso basta un convincente ammontare di prove a suo carico, anche se c’è ancora spazio per ragionevoli dubbi. E’ un caso in cui una certa impostazione legale intrauniversitaria anticipa, e cerca di influenzare, le regole della convivenza ordinaria. I più attenti fra i giovani sostenitori di Bernie Sanders ci sono rimasti male quando, all’inizio della campagna, il candidato ha dichiarato di essere fermamente a favore della legge quando si tratta di giudicare gli abusi, mentre i suoi avrebbero voluto un appoggio totale al più severo metro di giudizio che vige in molte università. L’accademia ha una marcia progressista in più rispetto alla società civile.

 

Tutte queste cose i conservatori le sanno bene. Da anni gli intellettuali di destra tuonano contro il “bias”, il vizio democratico dell’accademia, il Partito repubblicano in molti stati cerca di promuovere finanziamenti ai dipartimenti di Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) a scapito delle facoltà umanistiche, più influenzate dal pensiero di sinistra, si invocano quote per i professori conservatori, da proteggere come una minoranza etnica, e si mostra un sistematico processo di esclusione di punti di vista alternativi dal dibattito. Il vecchio metodo “follow the money”, che fa scuola dai tempi del Watergate, funziona anche in questo caso: un’analisi delle donazioni elettorali dei professori universitari dell’Ivy League (il circuito delle istituzioni più nobili, dove si forma la classe dirigente) suggerisce che il 96 per cento di questi ha contribuito a campagne democratiche nelle ultime due tornate.

 

Il senatore Marco Rubio ha chiamato le università “campi di indottrinamento” ed è in crescita il fenomeno del ritiro dei conservatori in piccoli campus isolati e monoculturali, riserve che pagano la libertà ideologica con l’esclusione dai circoli che contano. Esiste un’enorme mole di studi sulla preponderanza della persuasione democratica nell’accademia. In “A Crisis of Competence: The Corrupting Effect of Political Activism in the University of California” alcuni ricercatori californiani hanno rilevato il legame fra l’attivismo politico all’interno del campus e il diminuire della rilevanza delle competenze, un effetto “corruttivo” che i dirigenti dell’università della California, che avevano commissionato lo studio, hanno poi deciso di tralasciare. Un sociologo dell’università del North Texas, George Yancey, ha osservato che il 30 per cento dei suoi colleghi sociologi non assumerebbe un candidato qualificato se sapesse che è conservatore. Il 15 per cento degli scienziati politici e il 24 per cento dei professori di filosofia ammette di avere un pregiudizio simile, e la cosa si aggrava ulteriormente se si tratta di evangelici o membri della National Rifle Association, la lobby delle armi. Robert Lichter, professore di comunicazione alla George Mason University e autore del fondamentale “The Media Elite”, ha notato che i professori conservatori tendono a lavorare per istituzioni meno prestigiose di quanto una fredda analisi dei loro titoli suggerirebbe. Paradossale il fatto che quegli stessi professori siano mediamente più prolifici, in termini di pubblicazioni, rispetto ai loro parigrado liberal, faccenda ancora più complicata se si considera che è più difficile ottenere la pubblicazione di ricerche che riflettono una visione del mondo conservatrice.

 

Il libro “Passing on the Right: Conservative Professors in the Progressive University”, una ricerca rigorosa firmata dai politologi Jon Fields e Joshua Dunn e di recente pubblicata in America per la Oxford University Press, dà conto dell’ostracismo, della discriminazione, delle ataviche inclinazioni democratiche e delle altrettanto ataviche antipatie per i conservatori, ma esibisce il raro pregio dell’equilibrio. E’ una ricerca condotta con un metodo scientifico esplicito e verificabile, non un pamphlet da dare in pasto a Fox News. Rispetto ad altre indagini simili sul “bias” democratico nell’accademia, lo studio dei due politologi si concentra sul racconto dei conservatori che abitano nelle facoltà di economia, scienze politiche, sociologia, storia, filosofia e lettere. La scelta di non indagare gli accademici che si occupano di scienze naturali e discipline matematiche deriva dalla convinzione che negli ambiti dove il metodo d’indagine è più stringente, le inclinazioni ideologiche tendano a essere meno influenti. Fields e Dunn hanno intervistato di persona 153 professori in 84 università, la maggior parte dei quali ha scelto l’anonimato, ammettendo nel campione soltanto quelli che si identificano come conservatori. Si tratta dello studio quantitativamente più vasto su una specie in via d’estinzione. Attraverso le testimonianze, i ricercatori hanno certamente trovato il “bias” ideologico di cui si è detto, ma hanno anche trovato altro. Innanzitutto, l’ostracismo non è definitivo. “Un terzo dei professori intervistati – scrivono Fields e Dunn – dicono di aver nascosto le loro convinzioni politiche prima di avere ottenuto il posto da ordinari. Certo, essere ‘in the closet’ non è facile (un professore particolarmente preoccupato ci ha detto: ‘E’ perfino pericoloso pensare qualcosa di conservatore quando sono nel campus, perché mi potrebbe sfuggire dalla bocca’), ma è una difficoltà temporanea, visto che tutti quelli che abbiamo ascoltato hanno dichiarato di essere usciti o di voler uscire allo scoperto dopo aver ottenuto il posto. Una volta diventati ordinari, i conservatori sono liberi di esprimere le loro opinioni politiche e di pubblicare ricerche che riflettono i loro interessi e le loro prospettive”.

 

Si tratta di un’osservazione cruciale, perché significa che la struttura stessa della carriera universitaria prevede un approdo che garantisce libertà politica in un contesto segnato da evidenti partigianerie. Appare paradossale, a fronte di questo dato, la campagna che da anni una fronda di conservatori fa per l’abolizione della “tenure”, il posto da ordinario, adducendo argomenti stranoti contro le baronie e i posti assegnati a vita che distruggono il merito e premiano l’appartenenza al clan: lo stesso dispositivo che tiene in ottima forma le élite accademiche di sinistra è quello che garantisce libertà ai professori conservatori che sono passati indenni da una gavetta fatta di circospezioni scientifiche e molti pranzi con i colleghi passati a mordersi la lingua quando esce il discorso su quanto sono trogloditi e zotici quelli che hanno votato George W. Bush. Un accademico che ha scelto l’anonimato perché spera ancora di ricevere un riconoscimento alla carriera che spetta ai suoi colleghi comminare, si definisce come “l’equivalente di un gay nel Mississippi del 1950”, ma molti altri pensano di poter uscire allo scoperto, prima o poi, senza conseguenze negative per la carriera. La ricerca svela poi che la maggior parte dei professori conservatori “giudica la campagna della destra contro le università esageratamente preoccupata per l’aspetto strettamente politico”, mentre non proprio tutte le occasioni di attrito e discriminazione sono create attorno alla linea di demarcazione fra liberal e conservatori. La battaglia è forse meno “politica” di come i teorici del vizio liberal tendono a rappresentarla.

 

Infine, con una certa sorpresa, gli autori della ricerca hanno scoperto che i loro colleghi conservatori non sono imbufaliti contro l’istituzione che li vessa per il loro credo politico, non si sentono martiri né membri di una ridotta sottoculturale che aspetta il momento giusto per lanciare una rivoluzione armata: “Per molti l’università stessa è il luogo in cui hanno cominciato a frequentare idee conservatrici e hanno maturato la loro identità politica”. Sembra improbabile, ma ci sono professori di letteratura che sono diventati di destra all’università. Insomma, la vita di un conservatore nell’accademia americana non è impossibile. Magari occorrerà rimandare quel corso su Hayek dopo il conseguimento della “tenure” oppure converrà evitare di proporre seminari su Jane Austen, ma una dose di duro lavoro, richiesta a tutti, e una extra dose di common sense permettono di navigare con un certo agio anche controcorrente. Il problema, semmai, riguarda la vocazione dell’accademia, il destino di un luogo educativo che dovrebbe essere guidato dalla stella polare della libertà e orientato all’apertura della mente: “I politici conservatori ragionevolmente si domandano quanto le scienze sociali e le discipline umanistiche allarghino effettivamente le menti, specialmente quando questi campi sono influenzati così in profondità da un progetto spirituale progressista. In ogni caso, gli accademici progressisti non possono avere tutto: non possono prestare le loro credenziali a crociate politiche e allo stesso tempo aspettarsi di essere trattati come istituzioni imparziali che galleggiano al di sopra di un mondo politicizzato”. Incoraggiando un certo conformismo ideologico, che va sempre attizzato con il mantice della militanza, l’accademia finisce per privarsi di una delle sue qualità più nobili, quella di essere indipendente dalla perniciosa logica delle fazioni. L’università liberal non è libera.

 

L’altro problema, paradossale, è che l’accademia liberal non è nemmeno egualitaria. Nel nome della protezione di tutti, l’istituzione ha organizzato l’intera vita dei campus. L’affirmative action protegge e favorisce le minoranze, comitati etici e altri organi vigilano sul rispetto dell’uguaglianza, sono garantiti i “safe space” per gli studenti che si sentono minacciati da gruppi egemonici, le “microaggressioni” sono punite severamente, la “diversity” è riverita come un vitello d’oro, i libri di testo sono corredati da avvertenze per non urtare la sensibilità degli studenti, perfino i costumi di Halloween sono controllati e sterilizzati da ogni possibile scorrettezza politica, ma nessuna di queste protezioni accordate ai gruppi più deboli è prevista per i conservatori. Che pure sono una specie bisognosa di protezione, in quell’habitat, e chi lo nega dovrà anche negare la veridicità delle affermazioni rese da 153 accademici conservatori ai loro colleghi (a loro volta conservatori) Fields e Dunn, che le hanno analizzate e organizzate secondo un metodo abbastanza rigoroso da passare il vaglio della casa editrice dell’Università di Oxford. Per questo, alla fine del libro, i due ricercatori ripropongono il dibattito sull’opportunità di introdurre quote per i conservatori, in modo analogo a quello che avviene per gli afroamericani o i nativi, questione che ciclicamente si ripropone e nel tempo ha trovato l’appoggio anche di intellettuali di sinistra. Ma l’originalità di “Passing on the Right” sta nel suggerire che un diverso atteggiamento nei confronti dei professori conservatori farebbe un buon servizio alla reale vocazione progressista e liberal dell’accademia, non sarebbe soltanto un ribilanciare le squadre per pagare il solito, formale tributo all’idolo dorato delle pari opportunità.

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