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Dux confidential: la biografia scritta da Margherita Sarfatti
Il testo vede ora la luce. L’amante e consigliera di Mussolini ne fa un ritratto brutale, e dice: “E’ colpa mia”. Descrive il Mussolini “privato”, quello che, alla sera, ascoltava suonare il violino nella casa di via Rasella
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18 MAY 26

Un uomo solo, del tutto anaffettivo, incapace di provare il minimo sentimento anche per i suoi familiari, nemmeno per la figlia Edda che tutti ritenevano esserne la prediletta, abituato a considerare gli altri solo come pedine al suo servizio, senza amici, diffidente verso i medici perché abituato ai vecchi metodi della “Giovanna, strega del villaggio”, un “po’ operaio di città e un po’ contadino di campagna”. Un uomo nonostante tutto insicuro, che si portava dietro il peso di un’infanzia povera e difficile, estremamente sospettoso, terrorizzato dall’idea che qualcuno volesse succedergli; comunque un attore, un grande attore, un uomo che per un certo periodo ha mostrato elevate doti politiche, quelle che ti fanno annusare l’umore della gente sfruttandolo a tuo favore, ma che da un dato momento in poi si è rinchiuso nella torre d’avorio di una vanagloria che gli ha fatto perdere il senso della realtà e l’ha inevitabilmente condannato alla fine.
E’ prima di tutto un ritratto intimo, psicologico, un finissimo affresco umano e ineguagliabile di Benito Mussolini il quadro che emerge dalla biografia del dittatore finora inedita in Italia scritta nel 1947 dalla donna che per vent’anni è stata vicino al figlio del fabbro di Predappio, l’ha conosciuto, l’ha amato, l’ha finanziato, l’ha consigliato, che con lui ha condiviso confidenze intime e politiche, ne ha raccolto gli sfoghi e le speranze, e che a quasi ottant’anni dalla sua stesura arriva per la prima volta nelle nostre librerie. E’ il famoso memoriale My Fault, che Margherita Sarfatti propose invano nel 1947 ad alcuni editori americani, e che per una serie di ragioni di cui adesso parleremo è rimasto sepolto in un archivio, dal quale riemerge solo ora con il titolo E’ colpa mia (Paesi edizioni).
Di My Fault i biografi della Sarfatti e dello stesso Mussolini favoleggiavano da tempo, e qualcuno era riuscito qua e là anche a riprodurne alcuni brevissimi passaggi, ma nessuno l’aveva pubblicato per intero. E’ un documento unico, in un paese in cui di Mussolini e su Mussolini si pubblicano ogni anno decine di testi, in cui nel corso del tempo tutte le persone vicine al dittatore avevano raccontato la propria versione dei fatti (la moglie Rachele, i figli, la sorella, il segretario particolare, l’autista, il maggiordomo, i gerarchi superstiti). Tutti meno la donna che come nessun altro ne conosceva i segreti, perché l’unica che gli aveva catturato l’anima. Margherita Sarfatti è stata la vera compagna di Mussolini, la vera moglie, e in ogni caso l’unica donna e forse più in generale l’unica persona al mondo, del suo mondo, che Mussolini considerasse al suo pari, l’unica in cui anche una volta salito al potere egli temesse il giudizio.
Ecco quindi spiegato il motivo per cui il memoriale sarfattiano riveste una straordinaria importanza per chi ama conoscere la storia del nostro paese in una fase fondamentale, pieno di quelli che oggi in gergo giornalistico chiameremmo di “retroscena”, in diversi casi inediti, o di ritratti al veleno delle persone vicine al capo del fascismo, siano essi i familiari, dipinti sostanzialmente come una galleria di mostri, siano i gerarchi con cui la Sarfatti ebbe a che fare, e di cui salva solo pochissime figure (gli altri sono tutti corrotti faccendieri, intenti a ingannare il Duce per arricchirsi e poi prenderne il posto).
Ma prima di tutto è interessante la storia del memoriale, che in sé spiega anche il motivo per cui un tesoro così ricco non è uscito per tanto tempo dagli scrigni in cui era stato conservato. Margherita iniziò a scrivere la biografia del duce già nei primi anni Quaranta, dal Sudamerica, dove alla fine del 1938 era scappata per sfuggire alle infami leggi razziali promulgate proprio dall’uomo che lei aveva amato (e che determineranno la morte di sua sorella Nella in un campo di concentramento tedesco nel 1945). Era una biografia “vera”, senza infingimenti e senza sconti, l’opposto del celeberrimo Dux, l’agiografia mussoliniana scritta da lei per Mondadori nel 1926 e che rappresentò un successo editoriale internazionale senza precedenti (diciotto traduzioni, centinaia di migliaia di copie vendute in tutto il mondo). Come accennato sopra, il memoriale dal titolo molto esplicativo di My Fault, Mussolini as I knew him fu proposto a due editori di New York che però lo ritennero non pubblicabile, troppo fresca era ancora la ferita della guerra. Una volta tornata in Italia, nel luglio 1947, la Sarfatti lo propose anche ad alcune case editrici italiane, per le quali valse sostanzialmente lo stesso discorso. Il manoscritto, quello che adesso viene pubblicato, conteneva peraltro pesantissimi giudizi su personaggi ancora in vita (Rachele, Edda, gli altri figli del duce, i figli di Ciano, i parenti dei gerarchi e di Claretta Petacci) che certamente avrebbero sollevato comprensibili questioni legali. Gli stessi figli di Margherita (Fiammetta e Amedeo) non avevano piacere che si mettessero sotto i riflettori i contorni di una relazione (quella della mamma con Mussolini) per diversi anni andata avanti quando il padre Cesare (e marito di Margherita) era ancora in vita (morì nel 1924). My Fault finì quindi in un cassetto, dal quale adesso riemerge. A ottant’anni di distanza, quelle (giustificate) remore hanno perso la loro virulenza, in certi casi anche diffamatoria, e tutto ha assunto il sapore di un documento storico. Che però in quanto tale mantiene la sua forza. Anzi.
I piani di interesse sono essenzialmente tre. Il primo è quello personale, il ritratto del Mussolini “privato”, quello che emerge nei lunghi colloqui con la Sarfatti stessa, alla sera mentre lei lo ascolta suonare il violino nella casa di via Rasella, che il duce abitò prima di trasferirsi a villa Torlonia, quando è a curarlo per i postumi della grave ulcera di cui Mussolini soffrì nel 1925, o mentre cavalcano insieme lungo la via Appia. Margherita racconta i tic, le fissazioni dell’uomo (che non chiama mai per nome, ma solo per cognome), le sue considerazioni sul potere e sugli uomini, il suo terrore delle medicine e di farsi prelevare il sangue, i vizi privati come quello di non lavarsi i denti o della cocaina di cui Mussolini fu per un certo periodo dipendente (intorno al 1920-21, quando in ogni caso la polvere bianca era in libera vendita), l’ossessione per le donne che lo portava a non risparmiare avances neppure alle mogli dei figli, alle tre figlie del portiere di villa Torlonia tutte sue amanti o alla sorella di Claretta, Miriam, anche lei finita nel letto del dittatore o a subire i ricatti sessuali da alcune donne di malaffare romane. Piccoli ritratti di una quotidianità mai raccontata ma rivelatrice dell’uomo, come quando Mussolini si intratteneva a giocare a cricket con i figli di Margherita e mandava all’aria il gioco appena si accorgeva di perdere, o la sua tendenza di scegliersi come maestri di scherma, di volo o di equitazione solo personaggi di basso spessore umano e professionale, per poterli meglio dominare.
C’è poi il comparto “familiare”, altrettanto interessante. Il ritratto che la Sarfatti fa dell’entourage mussoliniano, con il quale in vita Margherita ebbe rapporti pessimi e in seguito alle cui insistenze si deve sostanzialmente il suo allontanamento dal duce intorno al 1934-35, è agghiacciante. La moglie Rachele che, parlando con la Sarfatti, Mussolini chiamava spregiativamente “la signorina Guidi”, è una contadina rozza e ignorante, una cattiva madre, sporca, un’analfabeta che ebbe però almeno due amanti (l’esistenza di un amante nella vita di Rachele fu poi confermata nel 2025 da Alessandra Mussolini, ma quando Margherita scrisse My Fault la cosa era assolutamente inedita), che spediva al marito lettere piene di errori ortografici che poi Mussolini mostrava a Margherita, per deriderla. Rachele peraltro, secondo la Sarfatti, sarebbe stata la sorellastra di Mussolini stesso, nata dalla relazione clandestina tra Alessandro Mussolini, padre di Benito, e Anna Lombardi, madre di Rachele; la primogenita Edda, secondo Margherita, non era figlia di Rachele ma di una studentessa russa con la quale Mussolini intrattenne una relazione intorno al 1910. Edda viene descritta come una frivola arrampicatrice sociale, alcolizzata e mezza ninfomane, maleducata, dedita a passare da un letto a un altro e a spendere in vestiti fortune non guadagnate da lei; gli altri figli di Mussolini, “zucconi”, approfittatori delle proprie posizioni sociali, corrotti, uno dei quali, Bruno, morì non da eroe di guerra come veniva descritto (precipitò con il proprio aereo militare nel 1942) ma solo perché era decollato ubriaco. Margherita non risparmia ovviamente Clara Petacci, anche lei una profittatrice capricciosa e volubile, di cui Mussolini si invaghì proprio perché con la sua volgarità ne solleticava gli strati più bassi della personalità, e tutto il clan Ciano, anche loro corrotti a cominciare dal vecchio Costanzo per finire alla “marionetta” Galeazzo, gente che grazie al regime ha accumulato tesori enorme, certamente, dice Margherita, finiti al sicuro all’estero alla fine della guerra.
Il terzo filone, straordinario, è quello riservato alle rilevazioni storiche. Margherita è stata testimone d’eccezione, in certi casi anche protagonista in prima persona, ed è colei con cui Mussolini più si è confidato (perché con lei si confrontava e da lei accettava consigli, stimandola al contrario di quello che accadeva con Rachele o Claretta, che il dittatore considerava solo un passatempo rigeneratore). La Sarfatti racconta delle mire di Mussolini sulla successione al trono, che egli non voleva in nessun modo lasciare nelle mani del molle principe Umberto, e rivela un inedito retroscena su quanto accadde la mattina del 4 gennaio 1925, all’indomani del famoso discorso della dittatura, quello del “fuori il palo fuori la corda”. Un retroscena finora mai rivelato da nessuno storico del fascismo, De Felice compreso. Secondo la Sarfatti, il 4 gennaio mattina Mussolini si recò al Quirinale portando a Vittorio Emanuele il decreto di scioglimento del parlamento e di arresto immediato di tutti i capi delle opposizioni, decreto che però il re si rifiutò di firmare. Ne venne fuori uno scontro durissimo, Mussolini arrivò a minacciare il sovrano, ma il Savoia non cedette. Un retroscena che offrirebbe una spiegazione, fino ad adesso mai arrivata, delle parole pronunciate il giorno prima dal presidente del consiglio, alla Camera, secondo cui “entro 72 ore la situazione sarà chiarita su tutta l’area”. Non mancano poi altri particolari sconosciuti, relativi agli incontri con Hitler (al termine del primo, non visto Mussolini rivolse a Hitler un italianissimo gesto dell’ombrello ovviamente mai riportato dalle fonti coeve) o ad alcuni inquietanti accenni al delitto Matteotti.
In sostanza un documento unico, che storici e appassionati di storia avranno adesso a disposizione, e che certamente lascerà un segno nell’analisi del fascismo e forse contribuirà a far uscire dal cono d’ombra di una definizione riduttiva e affrettata la figura di una donna, giornalista, intellettuale, organizzatrice culturale, scrittrice, che ebbe certamente le sue colpe – appunto My Fault – ma che fu molto ma molto di più che l’“amante del duce”.