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Addio, natura. Il cibo sano e vincente ce lo dà la tecnologia
Il valore di ciò che portiamo in tavola sta nel lavoro, lungo e complesso, di chi lo produce. E se oggi possiamo mandare i prodotti in orbita è solo grazie all’innovazione
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9 MAY 26

Foto Getty
Quello che abbiamo visto giorni orsono fluttuare nella navicella Orion non è un semplice barattolo di Nutella, ma un raffinato prodotto tecnologico. Lo è a tutti gli effetti. Dunque, possiamo proporre un’ipotesi di lavoro: il cibo o è spaziale o non lo è. In altre parole, il cibo o è tecnologico o non lo è. E aggiungerei: il cibo italiano che viene amato ed elogiato è un prodotto tecnologico. Il made in Italy alimentare non è una creazione involontaria, ma nasce da continue innovazioni che spesso vanno avanti da decenni. Invece, il cibo italiano che non si impone è il risultato di facili slogan, nonché di scarse conoscenze agronomiche: ottimo per le brochure pubblicitarie, meno buono per il campo. Se vogliamo dare dignità al cibo, invece di rafforzare certe fortunate ideologie, tutta natura e biodinamica, andrebbe compreso come portare tecnologia là dove non ce n’è. Vanno indagati gli ostacoli e le potenzialità. Dobbiamo chiederci come migliorare la catena, e soprattutto, trattandosi di cibo, e quindi di cose che vengono raccolte, provare a evitare lo schiavismo, grande e dolorosa piaga, vergognosa e mortificante per chi la subisce. La tecnologia può anche sconfiggere lo schiavismo, liberare risorse e anche la mente di certi padroni e caporali, e portare con meno vincoli il cibo nello spazio. Comunque, non c’è solo la Nutella in orbita. Nel nostro paniere ci sono molti prodotti che in questi anni si sono imposti. Ma partiamo dalla Nutella, prendiamola come matrice di riferimento, per capire di cosa parliamo quando parliamo di tecnologia alimentare, per analizzare quali sono i problemi della nostra agricoltura.
La tecnologia può anche sconfiggere lo schiavismo, liberare risorse e anche la mente di certi padroni e caporali, e portare con meno vincoli il cibo nello spazio. Comunque, non c’è solo la Nutella in orbita. Nel nostro paniere ci sono molti prodotti che in questi anni si sono imposti
La Nutella nasce da una collaborazione internazionale, con molti attori sulla scena, ognuno a suo modo innovativo, persone che si danno da fare. A proposito di tecnologia, la Nutella si può paragonare a un cellulare. Quante persone ci vogliono per realizzare un cellulare?, si chiedeva Matt Ridley qualche anno fa. Dovete considerare la plastica, i microchip, il design. Se smontate questi elementi ne verranno fuori altri. Per la plastica ci vuole anche il petrolio (guardare cosa succede se si blocca uno stretto di cui la maggior parte di noi ignorava l’esistenza), quindi ci sono migliaia e migliaia di persone che lavorano per tirare fuori e distribuire il petrolio. Altre migliaia per assemblare la platica che struttura il nostro cellulare. Vanno considerati poi i microchip, circuiti elettronici stampati sul silicio. A parte il ciclo del silicio su cui ci sarebbe da scrivere un voluminoso saggio (roba da miniera e in parte roba da contrabbandare), il microchip è, come già la parola suggerisce, un oggetto piccolissimo. Eppure incredibilmente grande: nel senso che un singolo microchip, per quanto invisibile, può venir disegnato da ditte informatiche diverse e prodotto poi da altre ditte informatiche dislocate in mezzo mondo. E così via, ogni volta che smontate un prodotto tecnologico viene fuori un pezzo che probabilmente contribuite anche voi a realizzare. Anche quelli di noi che si sono ritirati nei boschi e vivono secondo natura: pure loro, per quanto si credano assolti, sono per sempre coinvolti.
La Nutella, dunque, è un prodotto tecnologico. Ricorda il cellulare. Esistono più di dieci stabilimenti di produzione di Nutella, cinque dei quali si trovano nell’Unione europea, uno in Russia, uno in Turchia, uno in nord America, uno in sud America e uno in Australia. Metteteci le nocciole che vengono dalla Turchia ma non solo, l’olio di palma da Malesia, Papua Nuova Guinea e Brasile. Il cacao principalmente da Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria ed Ecuador, lo zucchero principalmente dall’Europa e l’aroma di vaniglia dagli Stati Uniti e dall’Europa. Sentite aria globale? Vogliamo fare il conto delle persone impegnate nella realizzazione del famoso vasetto di cioccolato? Che tra l’altro facciamo in Italia, il vaso di vetro, dico, perché siamo virtuosi riciclatori di vetro – anche il latte scremato viene dalle nostre parti.
La Nutella, dunque, fluttua nello spazio del mercato da svariati decenni. Al pari di altri prodotti tecnologici che fluttuano anche loro. Ora, proviamo a metterla così. La Nutella, considerato il tasso di innovazione che amplia la catena del valore, vista la collaborazione globale di cui si avvale, è diventata un brand che orbita nello spazio anche perché gli svariati attori che prendono parte al gioco (ognuno fa un pezzo e forse nessuno più, da solo, riesce a fare la Nutella), hanno i piedi ben piantati per terra. Per guardare le stelle, bisogna avere i piedi per terra e migliorare la terra. E’ una legge che va considerata: la terra, del resto, ha la sua brutalità, se non è ben trattata non restituisce nulla. Non ci credete? Chiedete a tutti i bambini morti per fame dal Neolitico fino all’altro ieri, guardate le foto dei vostri nonni, a neanche quarant’anni sembravano già anziani. Se oggi viviamo più a lungo, con tutta la dose di narcisismo e protagonismo che ne consegue, lo dobbiamo principalmente al miglioramento della terra.
I prodotti tecnologici li amiamo e li odiamo, e siamo portati a considerare il cibo tutt’altra cosa che un cellulare. Crediamo sia un dono. Un semplice prodotto che viene fuori spontaneamente dalla terra, senza che nessuno di noi se ne avveda. Abbiamo queste credenze ataviche, come se si trattasse di una questione religiosa: accogliamo un dono che la grande Madre Natura ci ha offerto. E’ questo che sosteniamo quando con orgoglio affermiamo: io vado dal contadino mio amico che mi regala i prodotti direttamente dalla terra, garantendone così il valore e la bontà. Mica compro nei tanto odiati supermercati. Ma quando ci addentriamo tra spazi immensi e sconosciuti, disorientati come siamo, allora è proprio un supermercato che cerchiamo, così come in mare cercheremmo la luce di un faro. La sensazione di prendere il cibo che la Natura ci regala è dura a morire, e più andiamo avanti, più si rafforza. Questo è vero, ma è uno dei famosi bias che ci rendono più ottusi, nonostante i master e i dottorati che prendiamo in giro per il mondo.
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Perché il cibo per fortuna è tecnologia, anche quello del contadino che conosciamo noi. Il successo di un cibo si misura e si qualifica non perché viene fuori dalla terra spontaneamente ma perché dietro a quel prodotto c’è un lavoro decennale che coinvolge svariati attori. Vale per la Nutella, per il cellulare e per la fragola o per la zucchina. Il successo di un prodotto si misura anche perché, per fortuna, non è come natura lo crea. Il cibo ha successo se è tecnologico, altrimenti non è.
Alcuni grandi brand dell’agroalimentare hanno fatto campagne sulla natura amica e divina, hanno pubblicizzato Madre Natura come marchio di fabbrica. Ma è un trucco. Da una parte si professano aziende naturali e dunque benevole distributrici di bontà, dall’altra assoldano i migliori pubblicitari delle migliori agenzie per colorare la terra: a suo modo un’innovazione commerciale. Da una parte fanno ruzzare le galline in casa (una pratica che se solo la scoprissero i Nas, farebbero chiudere l’intero reparto), dall’altra parte quelle aziende sanno benissimo che senza un apporto tecnologico costante i loro prodotti non possono sembrare naturali: faticherebbero a uscire dalla terra. La verità? Quei prodotti che vanno nello spazio, simbolicamente e non, si diffondono, vengono fuori, germinano, fioriscono, grazie all’innovazione. Senza innovazione non si va da nessuna parte. Vale per il cellulare e per la fragola, la gallina, la zucchina, per l’orto sotto casa per il supermercato che appare negli stradoni periferici. Dobbiamo ripeterlo e infine ammetterlo. Ci conviene. Solo una maggior consapevolezza del perché e di come e di quanto la terra necessita di tecnologia, salverà le giovani menti dallo stress del contadino sotto casa. Questa consapevolezza ha dei vantaggi: ci prepara all’ascolto, all’analisi della realtà, alla metodologia, all’epistemologia agronomica, all’impegno, allo studio, tutti strumenti per superare le asperità della contingenza. Ci prepara a mandare i prodotti nello spazio.
Certo, non starò qui ad elogiare l’innovazione come motore delle magnifiche sorti, anche perché ogni sogno di innovazione produce la sua inaspettata dose di incubi reazionari, gotici, incubi che poi dobbiamo ritrasformare in sogni, in un continuo via via di immaginazione, progettazione e realizzazione, su e giù, impegno e rotture di scatole. Non è questo che voglio difendere. Però fa piacere far notare che quella pianta di grano che poeticamente accestisce, colorando le sponde collinari di verde, quelle plantule cariche di bacche, che siano solanacee o cucurbitacee, per poter produrre bene, per consentire una minino spreco di risorse, devono essere tecnologiche. Dunque, tornando a noi, se per guardare le stelle bisogna avere i piedi ben piantati per terra, allora per darci lo slancio e incentivare l’arco, anche la terra deve essere tecnologica.
Magari la Nutella come esempio non vi convince, troppo evidente la matrice industriale, poi l’olio di palma vi fa impressione, certi dietologi su TikTok ve l’hanno fatto odiare, e allora guardiamo altri prodotti: cerchiamo di capire quali prodotti italiani possono andare nello spazio. Perché se lo possono permettere solo grazie all’innovazione. Del resto, tutti i prodotti che mangiamo sono innovativi. Alcuni poi sono giovanissimi, nati dalla ricerca genetica a largo raggio che è iniziata e si è sviluppata negli anni Ottanta. Forse, come sostiene uno dei nostri maggiori genetisti e agronomi, Luigi Cattivelli, non c’è un prodotto che mangiamo che non sia nato negli anni Ottanta. Quindi da quel decennio alcune nostre migliori aziende hanno cominciato a innovare e hanno fondato il Made in Italy. Facciamo alcuni esempi generici di innovazione varietale, prima di fare i nomi. Vi piacciono le pesche? Io che sono nato nel 1966, fino agli anni Ottanta sapevo che le pesche maturavano a fine luglio e agosto. Oggi invece puoi trovarle al supermercato a fine giugno. Pesche italiane, ovvio. Sono pesche precoci, precocissime, ma abbiamo anche pesche tardive. Poiché la maturazione di un frutto, così come il momento in cui una pianta fiorisce, è geneticamente predeterminato, le pesche precoci sono semplicemente piante geneticamente selezionate per fiorire prima. Non vi convince il sapore, vero? La pesca che matura ad agosto è più saporita. Però se non vuoi aspettare fino a fine agosto nessuno ti toglie lo sfizio di mangiarla, e nessuno può dire che grazie alla tecnologia non avremmo una buona pesca a fine giugno, perché si sta lavorando in tal senso. E in realtà la pesca è saporita eccome. Colta al momento giusto offre più di 400 profumi e sapori differenti. Il problema è capire il momento giusto. La pesca ha una maturazione lentissima, un periodo durante il quale non sa di niente, poi improvvisamente matura, pochi giorni in cui il gusto esplode, e poi marcisce. Non è il prodotto che non sa di niente perché non ci sono più le pesche di una volta. E’ la genetica delle drupacee. Dunque è un problema di logistica, che riguarda come fare a raccogliere la pesca in tempo e farla arrivare sulle nostre tavole. Problema che può essere superato con gli strumenti della genetica.
Vogliamo affrontare il caso del pomodoro? I pomodori da industria si possono raccogliere (senza utilizzare schiavi) grazie alle macchine. Secondo voi, un po’ come l’uovo e la gallina, cosa è venuto prima: le macchine o il miglioramento genetico? Qualcuno ha inventato per prima le macchine per la raccolta di pomodoro? O è vero il contrario? Certo, esistevano prototipi di macchine per la raccolta di pomodoro, quello che non esisteva erano i pomodori capaci di essere raccolti in macchina, perché per essere raccolti in macchina un pomodoro deve avere due caratteristiche particolari: primo, il picciolo si deve staccare. Altrimenti te lo trovi dentro la scatola di pomodoro, cosa che accadeva, almeno fino agli inizi degli anni Ottanta, perché quando staccavi il frutto dalla pianta di pomodoro, il picciolo rimaneva attaccato al frutto e allora manualmente dovevi rimuoverlo. L’operazione era difficoltosa, e spesso i piccioli finivano nella produzione industriale, deprezzando i prodotti. Perché oggi questo non succede più? Perché sappiamo che esiste un gene che consente alla bacca di staccarsi dalla pianta di pomodoro lasciando il picciolo attaccato alla pianta. Una banalissima innovazione genetica ha permesso di migliorare la racconta meccanica.
Non sanno più di niente? Sicuri che prima sapessero di qualcosa? O era la fame che ce li faceva apprezzare? Fatto sta che, siccome mangiare bene e sano e con gusto è una sacrosanta esigenza, la ricerca genetica si sta muovendo per produrre pomodori più saporiti. Diamo credito ai nuovi strumenti agronomici e biotecnologici, anziché denigrarli.
Ancora: all’inizio del Novecento un campo di grano produceva 10-15 quintali per ettaro, cioè 10-15 massimo 20 volte il seme. Oggi un campo di grano produce 6-8-10 tonnellate per ettaro nel centro d’Europa, 4-5 volte di più. Più del 50 per cento dell’incremento produttivo è dovuto in massima parte alla genetica che ha migliorato la pianta. Anche se si è portati a pensare che l’aumento di produzione sia legato alla fertilizzazione e varie altre tecniche. Nella sostanza la pianta di grano produce di più perché è più bassa. Nel caso del frumento, infatti, l’abbassamento della taglia (ormai i frumenti sono alti 70-80 cm) è associato a un aumento della produzione, mentre 100 anni fa erano alti 1,50-1,80: questa diminuzione di quasi un metro di altezza ha determinato un aumento di 2-3 volte la qualità produttiva –concimando di più, questo è aumentato ancora. In Italia, poi, è stato il genetista Nazareno Strampelli ad avere, negli anni nei primi anni del Novecento, due intuizioni: la prima è quella di abbassare la taglia per rendere le piante più resistenti all’allettamento (il vento soffia dove vuole e abbatte quello che vuole, figurarsi le piante di grano alte). La seconda idea è stata quella di fare piante più precoci perché tutte le piante di frumento fino agli anni Venti del Novecento, in Italia, fiorivano a fine maggio, quando il clima era troppo caldo e quindi la pianta non riusciva a riempire il seme. Strampelli intuì che una pianta adatta agli ambienti italiani non è una pianta che fiorisce tardi ma è una pianta che fiorisce presto, così introdusse un gene che anticipa la fioritura di 10-15 giorni. Risultato? Semi più grossi e produzione maggiore.
Quindi, anche se ci piace immaginare campagne pubblicitarie con slogan nostalgici, tipo “qui si mangia e si coltiva come una volta”, anche quelli che dicono di coltivare come una volta usano (per fortuna) prodotti migliorati grazie alla tecnologia di ogni ordine e grado, e dalla capacità di unire più innovazioni. Si spera sempre nell’effetto del moltiplicatore Keynesiano. Tra l’altro la tecnologia c’era anche un volta, era meno efficace ma c’era, altrimenti non sarebbe mai esistita l’agricoltura.
Se così stanno le cose, possiamo chiederci: a parte la Nutella che fluttua liberamente nello spazio, quali altri cibi sono così tecnologici da diventare migliori di quelli di ieri ed essere esportati all’estero? Non sono tanti, ma nemmeno pochi. Diciamo che ciò che manca per rafforzarli non è tanto la tecnologia ma la materia prima: la terra. Avete sicuramente ascoltato o partecipato a un dibattito in cui si parlava male dell’agricoltura intensiva. Sfruttamento delle risorse, disboscamento, dittatura della genetica e della chimica. Ma in Italia dove e come puoi praticare l’agricoltura intensiva? In quali pianure? A parte quella Padana, resta poco e niente. Certo il Fucino, la Maremma, la piana del Sele, quella di Sibari, ma la nostra agricoltura è collinare per la maggior parte, quando non è montana. E non ci si può spingere molto oltre. In collina infatti vigono altre leggi, un altro mondo. Questa fame di terra porta anche a una difficoltà a innovare, e le aziende sono in media molto piccole. Ci sono poche grandi aziende che alzano la media, Bonifiche Ferraresi, Generali, per esempio, ma la media italiana è attorno agli 11 ettari. Come valutare questa realtà? L’economista che è in noi userebbe la parola “polverizzazione”. Sottolineerebbe la difficoltà di lavorare in economia di scala. Il romantico che è in noi si concentrerebbe sulle storie familiari di queste aziende. Spesso condotte da persone anziane con forte radicamento e cura del territorio, il che non è mica male, anzi. Sono famiglie di agricoltori che andrebbero sostenute e incoraggiate, che – poco o male – producono. Sono vere entrambe le visioni. Pensate a un’azienda collinare. Quante difficoltà deve superare per lavorare la terra, roba da voler mollare tutto. Però pensate anche a quella famiglia che là lavora, con dedizione, e che non molla. La soluzione è, ancora una volta, nell’innovazione. Esempio: il consorzio di Bufala della Mozzarella Campana. La mozzarella è uno di quei formaggi famosi nel mondo – tra l’altro hanno anche prenotato il biglietto per andare nello spazio (forti anche dell’interessamento del centro aerospaziale di Capua). I dati dell’export sono questi: valgono il 35 per cento della produzione (che si attesta a 57 mila tonnellate nel 2025). Il primo paese in cui il consorzio esporta è la Francia, che da sola assorbe un terzo dell’export. Poi Germania, Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi, Stati Uniti, Giappone, Emirati, Nuova Zelanda e Australia. Non male per un formaggio a pasta filante. Non male per un formaggio nato in zone oscure, buie, arretrate, in terreni o paludosi, tanto argillosi che spezzavano gli aratri o sabbiosi dove tutto affondava. E poi c’erano le bufale, e da tempo immemorabile. Sguazzavano tra i mazzoni e gli acquitrini: da una parte Caserta, dall’altra Salerno. I due capoluoghi ospitavano pezzi di territorio che erano zone di nessuno, a causa dell’isolamento e della miseria nei secoli e nei secoli. Si dice che qui gli uomini sono retrocessi a livello di tribù.
Un vecchio documentario della Rai, nei primi anni Sessanta, raccontava il percorso di avvicinamento al territorio delle bufale. Veniva descritto un luogo simile al far west, dove per anni i cavalli impazzivano, gli uomini li seguivano e gli unici animali che invece vivevano bene (negli acquitrini) erano le bufale. Un luogo da cui arrivavano leggende o voci inquietanti. Per esempio: si sparava e tanto e anche bene. Quando all’inizio del secolo arrivò il circo di Buffalo Bill e lui in persona sfidava tutti a tirare con la pistola e il fucile, ebbene, qui, nei mazzoni, ebbe problemi: perse su tutta la linea. Oppure: i mandriani vivevano per mesi e mesi isolati dal mondo, smettevano di parlare e si esprimevano con grida e fischi. Naturalmente vigeva solo la legge della violenza, e infatti, per un nonnulla, si incendiavano i covoni dei vicini o si tagliavano i garetti agli animali (così per regolare i conti). Poi 45 anni fa è arrivato il Consorzio e lì è partita l’innovazione. E’ riuscito a unire quattro regioni: Campania (province di Caserta, Salerno, Napoli e Benevento), Lazio (province di Latina, Frosinone e Roma), Puglia (provincia di Foggia), Molise (Comune di Venafro), facendo squadra. Non una cosa facile, tenendo anche conto che si tratta di territori abituati – per le suddette ragioni storiche e antropologiche – al motto “chi fa da sé fa per tre”. A fare i gradassi, a giocare a chi ha il trattore più bello, più potente, e non perché quel mezzo fosse funzionale all’economia aziendale. Si è trattata di un’innovazione culturale. Anche essa va considerata quando si parla di sviluppo tecnologico. Avere cultura aziendale significa – a parte, come dicevamo, trasformare dei terreni una volta paludosi in allevamenti razionali di bufale – anche acquistare una sala da mungitura nuova, così da poter consegnare il latte in tempo e risparmiare sui costi di consegna, e dunque sul prezzo finale del prodotto. E’ più facile investire in tecnologia aziendale se si avverte uno spirito di squadra, mentre è più facile lasciare la vecchia sala di mungitura e comprarsi un bel Suv, così per alimentare l’invidia altrui. Come è partito il consorzio di bufala, così da più tempo funzionano benissimo gli altri due consorzi, Parmigiano e Grana. Il Parmigiano alimenta consumi per oltre 3 miliardi di euro all’anno, con 292 caseifici produttori, oltre 2.100 allevatori e conferenti latte, e una filiera produttiva che coinvolge oltre 50mila persone. E a proposito di terra marginale e faticosa. Il Consorzio Parmigiano Reggiano è riuscito a preservare la dorsale appenninica emiliana, cosa non facile, visto certi luoghi dimenticati. Eppure, oltre il 21 per cento della produzione totale, circa 861.000 forme, si è concentrata negli 83 caseifici di montagna, che impiegano oltre 800 allevatori. Preservare un territorio com’era un tempo significa ucciderlo, sostenerlo con l’innovazione significa modernizzare quel paesaggio, renderlo riconoscibile. E apprezzato, sia dai suoi abitanti, sia dal circuito del turismo di qualità.
Poi abbiamo il Grana Padano Dop. A oggi il formaggio a indicazione geografica più venduto al mondo. Nel 2024 – ci dice Ismea - la produzione ha raggiunto 5.635.153 forme, per il 52 per cento destinate all’export, generando un valore alla produzione di 2,19 miliardi di euro: un record. Anche qui, cultura di squadra e innovazione zootecnica: 3.544 comuni in 32 province di cinque regioni: l’intera Lombardia, l’intero Veneto (escluse le province di Belluno e Rovigo), l’intera Emilia-Romagna sulla riva destra del fiume Po, le province di Trento e Bolzano (dove si produce il Trentin Grana), oltre ai territori delle province di Piacenza e dell’Oltrepò Pavese in Piemonte. Appositi criteri di alimentazione bovina, che privilegia fieno, foraggi e mangimi prodotti nell’areale.
Il cibo e la fabbrica del cibo o sono tecnologici o non sono. Essere tecnologici non è uno slogan. La tecnologia o è o non è
Prendete il vino. Prima dello scandalo al metanolo il nostro vino non era un granché. Altro che vino del contadino. Il 1986, l’anno dello scandalo, fu anche l’Annus horribilis: i morti, i feriti gravi e gli intossicati. E i consumi che – com’era ovvio – calarono drasticamente. Però fu anche l’anno della risalita, a parte la serie di provvedimenti dapprima d’urgenza, poi a lungo termine, destinati a rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle sofisticazioni alimentari. Nella sostanza lo stato si adoperò per evitare il rischio di immissione sul mercato di vini adulterati con metanolo, si istituì l’anagrafe vitivinicola su base regionale, destinata a raccogliere per ciascuna delle imprese che producevano uve, mosti, mosti concentrati, vini e derivati, i dati relativi alle rispettive attività. Poi, vennero potenziati i servizi di controllo aumentando gli organici territoriali, come ad esempio i Nas, e stabiliti nuovi range di quantitativi di metanolo ammessi nella produzione vitivinicola. A parte questo, lo scandalo del metanolo rappresentò uno spartiacque per il settore del vino italiano. Dapprima calò la produzione di vini da tavola, ma nel tempo cominciò la produzione di vini a qualità controllata (Doc e Igt). Come? Anche qui puntando su qualità, innovazione e valorizzazione del territorio, quindi, invece che segnare la fine del vino italiano, lo scandalo del metanolo rappresentò per certi versi un rinascimento.
Il cibo e la fabbrica del cibo o sono tecnologici o non sono. Essere tecnologici non è uno slogan. La tecnologia o è o non è. Se è, allora è sostenuta da un’analisi realistica, un quadro di insieme ben delineato. Quanta terra abbiamo, è poca, è tanta, è troppo intensiva, troppe estensiva, come farla fruttare, come essere sostenibili, quali strumenti usare, quali tecnologie incentivare, quali abbandonare? Che concimi innovativi ci sono? Che agrofarmaci? E le biotecnologie? Ma, come da esempi, con l’innovazione culturale si può fare squadra, e a costo di affrontare parecchie difficoltà, e scontrarsi con atteggiamenti paludosi, si può migliorare un territorio, farlo risplendere. Possiamo quindi far entrare la tecnologia nel lessico agricolo. Funziona. A parte la Nutella, i formaggi, i prosciutti, il vino e il caffè, che vanno fortissimi con l’export, in coda ci sono altri prodotti che potranno, simbolicamente o meno, essere lanciati nello spazio. Anche se non andranno in orbita, grazie all’innovazione miglioreranno parecchio e noi appresso a loro. Vogliamo quindi dire addio al contadino (donne e uomini) di una volta? Sì, certo, ringraziarlo per le sofferenze millenarie nonché i patimenti provati. Ma insomma, vogliamo innovare questa figura? Provare a entrare con sano spirito tecnologico nella catena alimentare, e non solo come consumatori finali indefessi e giudicanti? I gradi di separazione tra noi e un barattolo in orbita di Nutella sono pochi: non ci resta che prenderne coscienza e fare la nostra parte: meglio capire come davvero fluttuano le cose sopra di noi che proclamarsi sostenitori del tempo che fu.