Per l'Onu la tratta degli schiavi tra arabi e musulmani non è un crimine

Il romanziere algerino Kamel Daoud ha criticato la risoluzione delle Nazioni Unite che cancella la schiavitù praticata per secoli dagli arabi e dagli imperi africani e musulmani. Dagli storici all’indice ai libri al macero: guai a dire che l’occidente non aveva il monopolio della schiavitù, ma l’ha abolita per primo

di
6 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:36 AM
Immagine di Per l'Onu la tratta degli schiavi tra arabi e musulmani non è un crimine

Il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres. Foto Ansa

"L’Onu ha deciso che la tratta degli schiavi tra arabi e musulmani non è un crimine. Non è un crimine perché manca il colpevole ideale: l’occidente”. Così il romanziere algerino Kamel Daoud sul Point francese ha sollevato un piccolo vespaio. “L’occidente detiene il monopolio del male assoluto?”. Daoud critica la risoluzione dell’Onu A/80/L.48 adottata il 25 marzo. Cosa dice? Che la schiavitù transatlantica e il colonialismo occidentale costituiscono “cause sottostanti dei razzismi attuali” e chiede le riparazioni. La schiavitù praticata per secoli dagli arabi e dagli imperi africani e musulmani è cancellata. Si dice che “il XV secolo ha segnato l’inizio di questa storia eccezionale e oscura di cattura, deportazione forzata e riduzione in schiavitù su base razziale dei popoli africani”. Quindi, prima del XV secolo non esisteva la tratta degli schiavi. Apprendiamo anche che il colonialismo “è iniziato cinquecento anni fa”. Prima dell’èra delle grandi scoperte europee, non esisteva nemmeno il colonialismo: gli africani danzavano felici intorno al fuoco, tenendosi per mano. L’impero del Ghana, l’impero del Mali e l’impero Songhai? Mai esistiti. Non hanno mai praticato la schiavitù. Ma la specificità dell’occidente non è quella di aver praticato la schiavitù, semmai è quella di averla abolita per primo. Ma anche su questo: silenzio. Non una parola, ovviamente, in questa risoluzione del nostro grande forum mondiale. Nulla di tutto ciò che esce dall’Onu dovrebbe essere preso sul serio, ma questa visione della schiavitù è ormai dominante. Ci si giocano carriere, libri, titoli accademici, reputazioni. La risoluzione arriva a pochi mesi dalla morte dell’autore straordinario del “Génocide voilé”, la prima opera determinante sulla schiavitù praticata dal mondo arabo-musulmano. Tidiane N’Diaye è scomparso in Senegal a 75 anni. Lo si apprende quasi per caso tanto l’autore era escluso dal pantheon del riconoscimento; si attaccò violentemente il suo libro dopo la pubblicazione nel 2008, gli si contestò il termine di “genocidio”, gli si rimproverò l’uso del “pamphlet” e non degli strumenti austeri dell’analisi storica ortodossa. Tutta la macchina ideologica partecipò a delegittimarlo, a bandire la sua opera coraggiosa, a frammentare la sua inchiesta.
In Inghilterra uno storico di vaglia come David Starkey ha perso due cattedre e il suo editore Harper Collins per aver detto che la schiavitù non è “genocidio”. Se tutto è un genocidio, niente è genocidio. “Il numero di schiavi neri deportati nelle tredici colonie prima della Rivoluzione era di 310 mila” scrive Starkey. “La popolazione nera delle tredici colonie al tempo della Rivoluzione era di mezzo milione, con un aumento del sessanta per cento. Questo non è un genocidio, sebbene possa essere considerato una diaspora. Al contrario, il numero di ebrei in Germania nel 1933 era anch’esso di mezzo milione; nel 1945, dopo Hitler e l’Olocausto, era sceso a ventimila, con una diminuzione del 96 per cento. Questo è un genocidio”. Starkey è diventato persona non grata.
Per capire come ci siamo arrivati si deve leggere l’ultima opera del compianto Pierre Nora, per anni anima di Gallimard e fondatore della rivista Le Débat, che con “Une étrange obstination” è andato a chiudere il ciclo delle sue memorie. Nora ha visto nascere la messa sotto accusa della cultura occidentale e per questo ha fondato l’associazione “Libertà per la storia” per contrastare l’inondazione di “leggi memoriali”. Racconta nel libro: “Un giovane storico, di cui avevo appena pubblicato un ottimo libro sulla tratta degli schiavi, Olivier Pétré-Grenouilleau, venne perseguito per aver affermato che la tratta degli schiavi non rientrava fra i crimini contro l’umanità, perché il genocidio ebraico aveva come obiettivo lo sterminio”. Grenouilleau andò oltre, rifiutando di riconoscere la schiavitù come “genocidio” e di equipararla alla Shoah. “La tratta non aveva lo scopo di sterminare un popolo” disse Grenouilleau. “Lo schiavo era un bene che aveva un valore di mercato e che si voleva far lavorare il più possibile. Il genocidio ebraico e la tratta negriera sono processi differenti. Non esiste una scala Richter delle sofferenze”. Il ricercatore aveva pubblicato “Les Traites négrières” (Gallimard), opera monumentale che stabilisce un bilancio globale della schiavitù: nel quadro della tratta transatlantica condotta tra il 1450 e il 1869, undici milioni di africani furono strappati alla loro terra e deportati verso le Americhe o le isole dell’Atlantico. Ma, tra il 650 e il 1920, le tratte orientali (tra territori africani o verso l’oceano Indiano) furono responsabili della deportazione di 17 milioni di persone. Ancora di più, durante questi stessi tredici secoli, quattordici milioni di africani furono vittime della “tratta interna”, ovvero furono ridotti in schiavitù senza lasciare il continente. Ciò significa che la metà delle vittime della schiavitù furono vendute da commercianti che non erano né cristiani né bianchi. Questi dati contraddicevano la storia pia e accusatoria intorno alla quale si uniscono i “discendenti di schiavi”. Appoggiandosi sulla famigerata legge Taubira, collettivi di indigenisti sporsero querela contro lo storico per “negazionismo”. Come editore, Nora si è sentito interessato dalla censura di un libro che, “uno dei primi nella storia mondiale, ricordava le proporzioni più o meno uguali fra le razzie arabe, intra-africane e occidentali”. Nora se la prese con “l’abuso della nozione di crimine contro l’umanità” contro la “retroattività illimitata” e la “strumentalizzazione del passato secondo i criteri morali del presente”. Doppio peccato per uno storico. “E’ più urgente combattere la schiavitù contemporanea, che dilaga in tanti paesi, che criminalizzare il passato”. Denunciava una “memoria decoloniale” che ha messo in discussione “l’intera storia occidentale”. Le cose cominciano ad andare storte quando la storia, che non appartiene a nessuno e a tutti, “viene scritta sotto la pressione di gruppi di memoria interessati a far prevalere la loro verità particolare”. E così inizia un cambiamento di natura completamente diversa, un cambiamento di portata completamente diversa: “La nazione diviene un puzzle di comunità disparate. Il pentimento è finito con la liquidazione della storia nazionale. Oggi soffriamo la tirannia della memoria”.
Le cose cominciano ad andare storte quando la storia, che non appartiene a nessuno e a tutti, “viene scritta sotto la pressione di gruppi di memoria interessati a far prevalere la loro verità particolare”
La casa editrice inglese Bloombsbury si era rivolta a Nigel Biggar, docente all’Università di Oxford, per un libro sul colonialismo e la schiavitù. I termini erano stati concordati e Biggar aveva consegnato il manoscritto, intitolato “Colonialism: A Moral Reckoning”. Il libro sostiene che l’Impero britannico ha imparato dai suoi errori ed è stato sempre più spinto da ideali umanitari e liberali attraverso l’abolizione della schiavitù. Biggar accusa molti storici di “esagerare” i peccati del colonialismo, concludendo che sono animati dal “disprezzo per l’occidente”. Dopo aver letto il manoscritto, l’editor di Biggar a Bloomsbury gli aveva inviato un’email per dire che era “senza parole” per l’entusiasmo. “La tua ricerca è esaustiva. La tua argomentazione è trasmessa con cura e precisione. Questo è un libro importante”. Tuttavia, tre mesi dopo, Biggar ha ricevuto un’email da Sarah Broadway, uno dei capi di Bloomsbury, in cui si diceva che “le condizioni non sono favorevoli alla pubblicazione”. Biggar le ha chiesto di chiarire cosa intendesse e la casa editrice ha risposto: “Riteniamo che il sentimento pubblico sull’argomento attualmente non supporti la pubblicazione del libro e lo rivaluteremo l’anno prossimo”. Poi ha spiegato che Bloomsbury voleva liberare Biggar dal suo contratto. Biggar, a cui è stato detto da una fonte a Bloomsbury che i dirigenti senior hanno scelto di non pubblicarlo perché il personale più giovane non amava il suo lavoro, ha risposto: “Piuttosto che pubblicare argomenti convincenti e verità importanti che attirerebbero l’aggressione di questi illiberali, avete scelto di allinearvi”. Basta vedere quello che è successo anche all’American Historical Association dopo l’uscita di un saggio del presidente dell’associazione degli storici americani, James H. Sweet, professore all’Università del Wisconsin. A poche ore dalla pubblicazione, un vulcano di indignazione. E quarantotto ore dopo, Sweet ha pubblicato il mea culpa. Cosa ha scritto di così scabroso? Ha raccontato di una sua visita al castello di Elmina, sulla costa del Ghana. Costruita dai portoghesi nel 1480 per il commercio dell’oro, Elmina sorvegliava il mercato degli schiavi della costa ghanese. Un luogo cupo e sinistro che fa un’impressione dolorosa su tutti coloro che lo visitano. E poiché il Ghana è uno dei paesi più turistici dell’Africa occidentale, molti lo visitano. In particolare, Elmina è un luogo di pellegrinaggio per gli afroamericani. Ma Sweet ha identificato un problema.
Pochissime delle persone trasportate negli Stati Uniti passarono da Elmina. Elmina era un hub per i mercati di schiavi nei Caraibi e in Brasile. Ma ci sono pochi turisti dal Brasile e dai Caraibi e così Elmina ha adattato la storia per interessare i visitatori americani. Inoltre quando fu costruita Elmina, e per molto tempo dopo, gli europei non si avventurarono mai nell’entroterra africano, ma operavano sulla costa, trattando con schiavisti africani che vendevano loro schiavi locali e prigionieri di guerra. Ma tutto questo non viene raccontato. Arabi e africani che schiavizzano? Impossibile dice l’Onu. E questa falsificazione della storia ha infastidito Sweet. Sweet ha usato un gioco di parole - “Is History History?” - per il titolo del suo saggio che ha fatto tremare. La storia è usata a scopi ideologici piuttosto che storici. In America ha fatto scuola il New York Times con il “1619 Project”, articolato progetto affossato da Donald Trump che aveva come scopo dichiarato quello di “ripensare la storia del paese mettendo le conseguenze della schiavitù e il contributo dei neri americani al centro della nostra narrazione nazionale”. Non si tratta soltanto di ripercorrere la storia della schiavitù in America, iniziata nell’agosto del 1619 con lo sbarco in Virginia di una nave carica di schiavi africani, ma di smantellare e rifondare i presupposti su cui si basa il racconto tradizionale dell’esperimento americano, iniziato con la storia degli schiavi e non con la dichiarazione di indipendenza.
Intanto molti dei paesi che all’Onu hanno votato la risoluzione contro la tratta occidentale hanno ancora la schiavitù. La ong Free the Slaves stima un profitto di 1,6 miliardi di dollari (un importo superiore al Pil di otto paesi africani) derivante dalla schiavitù africana ogni anno. Si calcola che in Mauritania il venti per cento della popolazione è tenuta schiava. Molti sono dell’etnia Haratin, mauri neri, mentre la metà della popolazione è costituita da arabi e berberi. Un’inchiesta della Bbc ha scoperto che i lavoratori domestici in Arabia Saudita vengono venduti online in un mercato di schiavi in forte espansione. Il saggista algerino Mohammed Sifaoui ci ricorda che “la Mauritania è oggi il paese più schiavista al mondo. Anche il Qatar lo è, così come l’Arabia Saudita, sotto lo stendardo dei Guardiani dei luoghi santi dell’islam.” L’occidente non solo volta le spalle ai nuovi mercati di schiavi, ma il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite accoglie stati come il Sudan, dove decine di migliaia di donne e bambini cristiani sono stati ridotti in schiavitù durante i raid jihadisti; la Nigeria, dove la polizia ha salvato centinaia di ragazzi incatenati in una scuola islamica; il Pakistan, dove le donne cristiane sono spesso condannate alla servitù.
Timothée de Fombelle aveva tredici anni quando i genitori lo portarono in Ghana per la festa di Ognissanti. “Siamo arrivati sui binari e lì, sulla costa, abbiamo potuto vedere dove gli olandesi, i francesi e gli inglesi hanno tenuto gli schiavi oltre due secoli fa prima di inviarli in America o nei Caraibi. La vegetazione aveva invaso il posto, ma c’erano ancora gli anelli appesi al muro e immagini che non dimenticherò mai…”. Era nata così l’idea di “Alma”, uscito in Francia per Gallimard. De Fombelle ha scritto alcune delle opere più belle della letteratura francese per l’infanzia. “Alma” racconta la storia di una ragazza africana durante il periodo della schiavitù e ne evoca la lotta per l’abolizione. Ma a differenza di tutti i suoi lavori precedenti, questo di de Fombelle non sarà pubblicato in Inghilterra o negli Stati Uniti. De Fombelle è bianco e in quanto tale non può affrontare il tema della schiavitù. E oggi un bianco non può raccontare gli schiavi, figuriamoci averli liberati. Può solo inginocchiarsi, tacere e pubblicare l’articolo di Bernardine Evaristo nella copertina di Tutto Libri, lo storico supplemento culturale del quotidiano La Stampa di Torino: “Che bello sarà il mondo con i bianchi schiavi dei neri!”.