Opera di fede. Al Semperoper di Dresda, dove la voce di Wagner non smette di risuonare

Nel teatro dell'opera di Dresda, con la direzione di Daniele Gatti e la regia di Floris Visser, va in scena Parsifal, un'opera che rappresenta il culmine di tutte le esplorazioni compiute da Wagner. Un’opera stratificata in cui le storie dei protagonisti si intrecciano, immortalate in tutta la loro umanità con una domanda incombente: “Credo o no?”

di
30 MAR 26
Immagine di Opera di fede. Al Semperoper di Dresda, dove la voce di Wagner non smette di risuonare

Semperoper, teato dell'opera di Dresda

Dresda. Non si può comprendere Richard Wagner senza vivere la città “degli abitanti del bosco” (questo il significato dell’antico nome). La capitale della Sassonia, da molti considerata la più bella città tedesca, unisce arte barocca e moderna in una magnificenza che si specchia nelle acque dell’Elba, capace di sprigionare una luce che rischiara i luoghi dove un tempo regnavano distruzione e morte. Tra l’agosto del 1944 e l’aprile del 1945, i violenti bombardamenti rasero al suolo la città, facendo migliaia di vittime. La ricostruzione è avvenuta in più fasi fino al 2005, restituendo al mondo un piccolo gioiello di storia, arte e musica. Si diceva di Wagner e dei segni della sua presenza in città, le cui tracce sono più o meno note. A Dresda presentò Rienzi, L’Olandese volante e Tannhäuser; fu Hofkapellmeister e visse la città passeggiando lungo la Brühlsche Terrasse e sulle alture meridionali. A Graupa, oggi frazione di Pirna, il compositore soggiornò tra maggio e luglio del 1846. Qui, in una casa di campagna oggi nota come Lohengrinhaus, lavorò in modo decisivo alla composizione del Lohengrin, approfittando di un periodo relativamente tranquillo, fuori dalla vita teatrale cittadina. Tra dolci rilievi solcati da brevi corsi d’acqua sorge la Richard-Wagner-Stätten, e il Jagdschloss ospita una mostra permanente dedicata al compositore e al suo periodo sassone. Non è un luogo celebrativo in senso enfatico, ma uno dei pochi contesti documentati in cui si può collegare Wagner a una fase precisa del suo lavoro creativo. A Dresda, il compositore strinse rapporti con l’amico e collega August Röckel e con l’architetto Gottfried Semper; nel suo teatro d’opera, Wagner trovò le condizioni ottimali per l’allestimento delle proprie opere. “Semper è stato l’unico che si sia veramente interessato a me – scrive il compositore – mi ha veramente ascoltato”.
Il Semperoper domina la Theaterplatz, accanto al fiume Elba. E’ una struttura inaugurata nel 1841 e, negli anni, ricostruita per ben due volte: nel 1869, dopo un incendio devastante, e nel 1945, durante i bombardamenti alleati. Nel 1985 il teatro ha riaperto le porte al suo pubblico, ricostruito da artigiani e artisti locali secondo lo stile originale e con un’acustica tra le più precise al mondo. Al Semperoper, ancora oggi, Wagner è presente, “il suo spirito circola”, come dice il direttore Christian Thielemann. Una presenza che trova “voce” nella Sächsische Staatskapelle, una delle orchestre più antiche del mondo, la cui storia è indissolubilmente legata a Dresda, alla corte reale sassone e al suo teatro. Il suono inconfondibile dell’orchestra, l’oscurità degli ottoni, la cavata degli archi, ma anche la velocità con cui il suono “viaggia” nella sala: tutto è calibrato sui musicisti che formano questa perla della cultura occidentale. Dal 2024, a guidare la Staatskapelle è Daniele Gatti. Il direttore milanese, votato dai musicisti tedeschi come Direttore principale, è unito alla città da un forte legame. Lo incontriamo a Neumarkt, piazza dove svettano la Frauenkirche e la statua di Martin Lutero. “Mi trovo molto bene – dice al Foglio – poi dirigere questa orchestra è un privilegio e una grande responsabilità”. A Dresda, suonare la musica di Wagner non è solo un fatto estetico o celebrativo. E’ un rito che si svolge solenne, ancor prima che la musica vibri tra le volte. La première di Parsifal, poi, è un evento che richiama un pubblico planetario che occupa ogni posto in sala. Ci si trova immersi in una sorta di liturgia, solo apparentemente laica, che qui a Dresda non vedeva una nuova produzione dal 1988.
Di Parsifal, Gatti ne ha diretti molti, e con diverse compagini internazionali. Il primo nel 2008, a Santa Cecilia, e qualche mese dopo a Bayreuth, per ben quattro anni. “Ricordo bene quando, nel 2005, mi chiesero la disponibilità, dal 2008, per quattro anni al Festival di Bayreuth – dice il Maestro –. Quando mi confermarono il titolo provai una certa paura perché non mi sarei mai aspettato una richiesta di questo tipo”. Iconica la produzione del 2013 al Metropolitan di New York per il bicentenario della nascita del compositore, regia di François Girard e un cast stellare con Jonas Kaufmann, René Pape, Peter Mattei e Katarina Dalayman, inciso in un DVD realizzato per Sony. Poi tanta musica, ma non più Parsifal. “E’ un’esperienza spirituale, umana, troppo forte. Avevo bisogno di distaccarmi un po’”. Il Parsifal di Gatti ha subito, nel tempo, una naturale evoluzione, figlia del percorso umano e artistico del direttore. “L’idea, in quanto tale, rimane fedele a se stessa – continua il Maestro –. L’interpretazione deve necessariamente passare attraverso la sintassi musicale, che per me ha voluto dire la scelta dei tempi, del passo narrativo, diventato negli anni molto più fluido. Non ho mai rinnegato scelte che erano figlie di tanto studio e di una profonda convinzione: Parsifal è un’opera legata fondamentalmente alla nostra fede, alla fede di ciascuno. Siamo di fronte a una delle domande più decisive dell’esistenza umana: ‘Credo o no?’”.
Siamo nel 1882 e l’ultima opera del compositore tedesco risplende del cammino umano del suo autore e delle domande profonde di un uomo che, solo un anno dopo, morirà a Venezia. Nelle diverse interpretazioni che accompagnano questa complessa partitura, la lettura cristiana è quella che fece dire a Nietzsche: “[Wagner è] caduto singhiozzante ai piedi della Croce”. La solennità con cui il Parsifal fu originariamente presentato non fece che rafforzare l’impressione di rappresentazioni intese quasi come liturgie accompagnate da musica sacra. Altri non ne vedono un riferimento diretto alla religione: per loro, Wagner utilizza l’immaginario e i simboli cristiani proprio come aveva incorporato quelli del mito e della leggenda pagana nel Ring. Come scrisse lo stesso Wagner nel suo saggio tardo Arte e religione, l’arte è in grado di rivelare la “verità profonda e nascosta dei ‘simboli mitici’, nei quali la religione vorrebbe farci credere in senso letterale”. “Sicuramente assistiamo a un qualcosa di ‘altro’ dalla nostra realtà – continua Gatti –. Il Preludio strumentale è fondamentale per l’intera rappresentazione. E’ uno dei brani musicali più lenti mai scritti, con un numero incredibile di pause, veri momenti di assoluto silenzio. Ci vuole coraggio per sostenerlo: costringe a raccogliersi dentro. Ti trasporta in un mondo che non è la realtà. Immaginate di arrivare a teatro dopo una giornata piena di lavoro e impegni, ascoltate il preludio e, con quella musica, siete catapultati su un altro pianeta: il Monsalvat, il mondo del Graal dove vivono personaggi che hanno una purezza che a noi non è dato ancora avere. Sono persone elette che fanno parte di una congregazione capace di godere della miracolosa vista del Sacro Graal. Quando questo non avviene, cadono le tenebre. Questo preludio aiuta il pubblico a uscire dalla propria vita quotidiana; come ascoltatori, viviamo qualcosa che sembra non appartenere a questo mondo”.
Parsifal è anche un’opera stratificata in cui le storie dei protagonisti si intrecciano, immortalate in tutta la loro umanità. Questi livelli trovano grande spazio nella produzione presentata qui alla Semperoper, con la direzione di Gatti e la regia di Floris Visser (in scena sino al 6 aprile). L’ambientazione è quella dell’Abbazia di San Galgano, in Toscana, una suggestiva rovina gotica senza tetto, spesso associata al mito del cavaliere Parsifal, che nel 2021 ha ospitato le riprese del film omonimo del regista Marco Filiberti. Visser popola queste rovine, rese celebri nel mondo dal Nostalghia di Tarkovskij, con una serie di personaggi giunti qui alla ricerca di qualcosa: un miracolo, un viaggio d’avventura, una visita turistica. C’è anche una scolaresca con un giovane affascinato dalle gesta del suo mito, Parsifal, che si trova magicamente catapultato all’interno della vicenda, divenendo egli stesso protagonista. Si dice spesso che non si possa raccontare l’intera storia del Parsifal in una singola produzione. L’opera è vasta e onnicomprensiva: affronta moltissimi temi, il dolore e la sofferenza, la storia religiosa, il rapporto tra Antico e Nuovo Testamento e la storia del mondo nel suo complesso. Visser prova a portare tutto in scena, inserendo anche tematiche molto attuali come la fame, la guerra, il cambiamento climatico. Una lettura coerente al suo interno, con alcune ridondanze o messaggi a volte criptici, a volte didascalici. Nelle idee della regia, e ancor più nel trattamento musicale di Gatti, emerge evidente l’elemento del Mitleid, quel “soffrire con” che rende Parsifal “der durch Mitleid Wissende”, colui che diventa sapiente attraverso la compassione. “Lo si comprende bene - continua Gatti - dopo il bacio tra Kundry (il talentuoso mezzosoprano Michèle Losier) e Parsifal (il tenore Eric Cutler al debutto nel ruolo con qualche piccola apprensione). Egli si allontana e inizia il cambiamento, la vera maturità. Parsifal comprende la sofferenza, sente il dolore di Amfortas (il basso-baritono Oleksandr Pushniak); lo avverte quasi nel fianco, come dice la frase tedesca “mir hier zur Seite”, e poi lo sente nel cuore. Sentire nel cuore: questa è la compassione verso il prossimo, e tale comprensione si rafforza. Wagner, a questo punto, modifica la scrittura musicale: agita il canto di Kundry e rallenta il canto di Parsifal, che ora è chiamato a ritrovare la via”.
“Il Parsifal rappresenta il culmine di tutte le esplorazioni compiute da Wagner nelle sue opere precedenti”. Un monumento che rivela il filo che unisce tutta la sua produzione, un processo redentivo che, in modi e situazioni diverse, coinvolge tutti i suoi protagonisti. “In Wagner l’aspetto della trasfigurazione, cioè della redenzione, dell’‘arrivare a…’, è fortissimo – dice il direttore –: questo avviene dall’Olandese volante fino a Parsifal, passando attraverso Tristano, Ring e, in un certo senso, Lohengrin […]. Wagner è più interessato alla redenzione dell’anima, allo spirito dei suoi personaggi. Solo con i Maestri cantori il punto di vista cambia, diventa ‘verdiano’. In Verdi, l’altro autore a cui dedico tanta attenzione, troviamo il racconto delle miserie di noi uomini: la gelosia, il rapporto con il padre, il rapporto tra Stato e Chiesa. Sono cose scritte centinaia di anni fa e il genere umano non è molto cambiato”.
Il culmine di tutto questo trova la massima espressione nell’“Incantesimo del Venerdì Santo” del terzo atto. Qui Gurnemanz (il basso Georg Zeppenfeld sfodera un’interpretazione memorabile) spiega a Parsifal come la redenzione nasca dalla compassione. Il luminoso paesaggio primaverile mostra come tutto sia nuovo e come si ristabilisca un’armonia tra uomo, divino e creato. In questo momento (in verità in tutto il terzo atto), Gatti e la sua orchestra raggiungono la perfezione, una ricchezza timbrica, la plasticità del fraseggio che chiarisce (se mai ce ne fosse stato bisogno) perché la Staatskapelle è tra le più importanti orchestre al mondo e Gatti tra i più bravi direttori. Ci si commuove, malgrado ancora qualche forzatura della regia, ed è questa commozione a offrire il senso ultimo del fare musica. “Non so se la musica e la bellezza possano rispondere o risolvere il male presente nel mondo – dice il Maestro – ma sono certo che abbiamo bisogno di qualcosa che tocchi il nostro cuore e ci commuova, facendoci sentire meno protetti. Così possiamo incontrare l’altro, entrarci veramente in rapporto, provare quella compassione che non è pietismo ma compenetrazione”. Alla fine del concerto sono tanti gli occhi lucidi e l’applauso, lungo, sonoro e sincero, che abbraccia cantanti, orchestra e direttore ne è la prova. Uscendo dalla Semperoper è ormai buio. Eravamo entrati, accompagnati dal sole tiepido di una domenica di marzo in Sassonia. Ora la Theaterplatz è vuota, solo poche persone spariscono tra i vicoli del centro storico. Si ritorna alla vita quotidiana, ma con un’eco che sembra amplificarsi in tutta la piazza. E’ la voce di Gurnemanz che canta: “Das ist”, “Questo è” ciò che il mondo attende, qualcuno che possa piegarsi sulle nostre ferite.