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Woodcock fa il garantista: "Sì alla riforma sul sequestro degli smartphone"
Il pm napoletano, celebre per le sue indagini basate su intercettazioni massive, si dice "favorevole all'idea che ci sia un giudice che debba autorizzare l'intromissione negli smartphone". La riforma giace in Parlamento da due anni. L'appello dei giuristi al governo
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20 MAY 26

Henry John Woodcock (foto LaPresse)
“Sono favorevole alla riforma del sequestro degli smartphone”. A pronunciare queste parole, per quanto possa sembrare incredibile, è stato il pubblico ministero napoletano Henry John Woodcock, venerdì scorso a Modena, nel corso di un dibattito organizzato nell’ambito del Festival della giustizia penale, con la collaborazione dell’associazione “Italiastatodidiritto”. La dichiarazione fa notizia proprio perché espressa da un magistrato celebre per le sue indagini fondate sulla realizzazione massiccia di intercettazioni. Persino lo stesso Woodcock ha scherzato su questo aspetto nel corso dell’evento: “Qualche anno fa un mio collega per prendermi in giro mi diceva che l’Italia si divideva a metà tra quelli che avevo intercettato e quelli che non avevo ancora intercettato”. Nonostante questa sua fama da “intercettatore”, persino Woodcock riconosce ora la necessità di una riforma che disciplini il sequestro degli smartphone e l’acquisizione dei dati contenuti, che oggi in Italia possono essere disposti dal pm senza alcuna autorizzazione del giudice delle indagini preliminari, come invece avviene normalmente con la realizzazione delle intercettazioni.
“Sono favorevole all’idea che ci sia un giudice che debba autorizzare l’intromissione in questa che è la scatola nera delle nostre esistenze”, ha detto Woodcock impugnando il suo smartphone. “Più complicata – ha aggiunto – è l’idea di pretendere di inserire delle parole chiave per l’acquisizione delle conversazioni. Basti immaginare nei processi per traffico di stupefacenti le migliaia di espressioni che gli spacciatori e i trafficanti usano a proposito della droga. Però sono d’accordo con l’idea che debba essere un giudice, come per le intercettazioni, ad autorizzare l’acquisizione dei contenuti dello smartphone”.
E’ proprio questo il cuore di una direttiva europea del 2016 (la n. 680) che ancora non ha trovato attuazione nel nostro paese, così come di diverse sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea, che impongono un controllo preventivo da parte di un’autorità terza prima di consentire l’accesso a dati personali contenuti nei dispositivi elettronici. Il tema è diventato ancora più attuale alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 170/2023, che ha equiparato i messaggi elettronici, “e-mail, sms, WhatsApp e simili”, a corrispondenza tutelata dall’articolo 15 della Costituzione.
Proprio per venire incontro a queste sollecitazioni, nell’aprile 2024 il Senato ha approvato un disegno di legge con primi firmatari Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Giulia Bongiorno (Lega), con l’astensione del Pd e il voto contrario del M5s. La riforma prevede, appunto, che il pm non possa più disporre in autonomia il sequestro di uno smartphone o di un dispositivo informatico, ma che debba chiedere l’autorizzazione del gip (salvo i casi urgenti). Da oltre due anni, però, il testo è fermo alla commissione Giustizia della Camera. Eppure basterebbe soltanto la volontà politica da parte della maggioranza di centrodestra, ancora frastornata dalla sconfitta al referendum. Una riforma, magari migliorata, potrebbe infatti trovare anche il consenso del Pd: nel corso dell’incontro di Modena, infatti, anche la vicepresidente del Senato Anna Rossomando (Pd) si è espressa a favore dell’adeguamento della normativa sul sequestro degli smartphone, pur evidenziando alcune criticità presenti nel testo Zanettin-Bongiorno.
Proprio per cercare di dare una scossa su questo fronte, nei giorni scorsi Guido Camera, avvocato e presidente dell’associazione “Italiastatodidiritto”, ha inviato una lettera-appello al Guardasigilli Carlo Nordio e ai presidenti della Camera e della commissione Giustizia di Montecitorio, Lorenzo Fontana e Ciro Maschio, affinché venga data “attuazione urgente” alla delega europea con l’introduzione di regole certe sull’“accesso ai dati digitali e sequestro dei dispositivi elettronici”. “Questa inerzia non è più sostenibile – si legge nella lettera –. Il Parlamento non può rinunciare al proprio ruolo su una materia che incide direttamente sulla libertà dei cittadini”. L’appello è stato sottoscritto da importanti figure del mondo giuridico e accademico, come Giorgio Spangher, Vittorio Manes, Adolfo Scalfati, Oliviero Mazza e Luca Luparia.
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Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021), "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023), "Massacro giudiziario" (Liberilibri, 2026). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]