Fossimo un paese portato per le lingue, saremmo costantemente immersi nella quarta dimensione del deep state. Nel paese degli acchiappia-critrulli e delle inchieste infinite che siamo, la verità alternativa, il doppiofondo, il complotto di famiglia o dei servizi sono il companatico del crime quotidiano. Ci vorrebbe un antropologo per distinguere in categorie gli italiani: quelli dalle vite normali si saziano ingordi del basic crime: Garlasco, Erba, la ricina. Poi c’è una categoria più esoterica, più addentro agli arcana: giornalisti, pistaroli, magistrati in servizio o in persone che amano invece riaprire il vaso di Pandora di inchieste infinite, e travasarlo nei vasi comunicanti della misteriologia italiana. Nulla è chiarito per sempre. Servisse una capitale per il loro (doppio) stato, è Ustica. O Bologna. Basta un’intervista dal carcere a Roberto Savi, la Uno bianca.
L’intervista dal carcere di Bollate di Francesca Fagnani a un logoro ergastolano, Roberto Savi, il capo della banda della Uno bianca, si è trasformata in un attimo nel nuovo capitolo dell’eterno doppio stato. Il protocollo dei Savi, ma non di Sion. La procura di Bologna ha già acquisito il video dell’intervista di
“Belve Crime” della Rai e si prepara alla trasferta in carcere per audire il detenuto ancora troppo reticente, col sospetto è che abbia accettato di parlare “per ottenere benefici” (a 72 anni, dopo 30 di galera?).
Poi l’Associazione familiari delle vittime della Uno bianca – in realtà di otto delle 24 vittime, guidata da Alberto Capolungo, fratello dell’ex carabiniere ucciso in una (finta, dice ora Savi) rapina in un’armeria. Un delitto su commissione. Sono indignati anche con la Rai, queste cose deve dirle ai giudici non alla televisione. Una intervista “disgustosa” e “sospetta”. Addirittura. Va detto che è proprio sulla base di loro esposto che la procura di Bologna ha già riaperto un’inchiesta dal 2023 (tre anni, a quasi 30 anni dall’arresto della banda attiva per sette anni dal 1987 e 1994).
Infine, potevano mancare, i magistrati che avevano indagato un tempo, e ora si sentono vittime di depistaggio? Hanno scritto direttamente una lettera alla Stampa: “Le nostre indagini furono ostacolate”. Lucia Musti e Giovanni Spinosa sono i magistrati che seguirono le inchieste, ora parlano di aspetti mai chiariti, “ricostruzioni artefatte”. Ricordano che i giudici ritennero probabili collegamenti con traffici illeciti, rapporti con la camorra, appoggi esterni. Ma non si arrivò a nulla, ipotesi non corroborate dai fatti. I protocolli dei Savi del Pilastro. Nella penombra del carcere di Bollate, per 45 minuti, Roberto Savi appare più che altro un vecchio stanco e reticente. Parla a monosillabi e monconi di frasi, soprattutto smentisce molto del romanzo. Lui e suo fratello Alberto sarebbero cresciuti nella pedagogia dell’estremismo da un padre violento e neofascista. Risposta: “Non c’era nessuna politica”. Gli chiede Fagnani: perché se la sentiva di continuare a uccidere? “Non so”. Gli parla del clima del tempo, “la strategia della tensione”. Il titolare dei nuovi protocolli fa una faccia come dire: “Eh?”. Il succo delle rivelazioni che hanno suscitato il pandemonio è in pochi minuti. Sintetizzandolo dalla prosa hard boiled di un articolo della Stampa: dietro la banda ci sarebbe stata la mano di “soggetti anonimi avvezzi al sabotaggio”, che si è servita di loro per “interessi sovversivi, poi ha deciso che gli esecutori potevano essere sacrificati, inventando la storia della loro cattura”. L’accusa, sempre l’hard-boiled, Fagnani si ferma un passo prima, è di “essere eredi del capitolo emiliano-romagnolo della strategia della tensione”.
Ora, la strategia della tensione era finita da un pezzo, la strage alla stazione di Bologna è del 1980. “Si è detto che c’erano altri soggetti al pilastro”. Risposta: “Non lo so”. Ma c’è il “livello superiore”. In realtà Savi ne aveva già parlato, di legami “con loro”, i servizi, o spezzoni di corpi in divisa dediti al crimine, esattamente come i Savi, tutti agenti di Polizia, In realtà nei processi non furono trovati riscontri. Le condanne furono per i reati di criminalità. Ora Savi ha parlato di omicidi eseguiti su commissione. In realtà solo uno, quello di Pietro Capolungo, un “ex carabiniere legato ai servizi dell’Arma”. Ma trasformare una brutta storia di crimine e probabili traffici illeciti e d’armi in una spy story è un passo lungo. Anche sull’arresto della banda, nessun complotto. “Loro” li avrebbero mollati, è il romanzo. Roberto Savi invece dà ancora la colpa a Eva Mikula, la donna di suo fratello, diventata una “infame”. Che ci siano stati incroci e zone più nere che grigie in molti di quei sette anni che costarono 24 morti è evidente. Costruire da lì il protocollo dei Savi della Repubblica molto meno. Ma volete che non ci sia (a Bologna!) lo strascico della strategia della tensione (“Eh?”). Tranquilli, c’è un’indagine riaperta da tre anni, i fascicoli addirittura raddoppiati. Agli inquirenti interessano gli approfondimenti del Ris, del Ros, della Digos, i fascicoli da rileggere per benino.
I magistrati avrebbero già raccolto “elementi significativi su chi aiutò la banda”. In divisa o no. Anche il sindaco Lepore si è affrettato a chiedere supplementi di chiarezza. Dunque tranquilli, tutti i conti alla fine torneranno, ogni tassello andrà al suo posto. E se proprio non se ne venisse a capo, della nuova narrazione dei protocolli di Savi del Pilastro, una bella commissione parlamentare d’inchiesta non si negherà a nessuno. Ben scavato, vecchia belva.