Il vero "caso" Minetti è l'inerzia dei magistrati di sorveglianza

Il caso Minetti non sarebbe mai nato se la magistratura avesse fatto il suo lavoro, accogliendo l’istanza di affidamento ai servizi sociali avanzata nell’aprile 2022. Le toghe invece avevano fissato l'udienza al 3 dicembre 2025, cioè tre anni e mezzo dopo. Oggi Minetti avrebbe già finito da tempo di espiare la sua pena

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1 MAY 26
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Ansa

Il “caso” Minetti non sarebbe mai nato se la magistratura avesse fatto il suo lavoro. No, non nella fase di istruzione, cioè di verifica, della richiesta di grazia, ma nella fase di esecuzione delle due condanne che l’ex consigliere regionale aveva subìto. Se infatti la magistratura di sorveglianza avesse dato seguito all’istanza di affidamento in prova ai servizi sociali avanzata nell’aprile 2022 dai legali di Minetti, quest’ultima avrebbe concluso di espiare la sua pena all’incirca nell’agosto 2025. La questione della grazia non si sarebbe mai posta, e di conseguenza nessun “caso” imbarazzante, persino per il Quirinale, sarebbe emerso. Invece la magistratura ha preferito, come spesso accade, non decidere, fissando l’udienza per la discussione dell’istanza di affidamento ai servizi sociali al 3 dicembre 2025, cioè tre anni e mezzo dopo la richiesta. 
Quella del 2022 è una data cruciale presente nell’istanza di grazia avanzata dai legali di Minetti, ma che è stata ignorata da tutti. Quell’anno la procura generale della Corte d’appello di Milano ha emesso il provvedimento di cumulo di pena per Minetti, comprendente due sentenze definitive di condanna (una a 2 anni e 10 mesi e un’altra a 1 anno e 1 mese). Pena complessiva: 3 anni e 11 mesi. Trattandosi di una pena inferiore ai quattro anni, la procura generale ha emesso un decreto di sospensione dell’ordine di esecuzione e i legali di Minetti hanno depositato istanza di affidamento in prova ai servizi sociali, come previsto dall’articolo 47 dell’ordinamento penitenziario. Questo avveniva nell’aprile 2022. L’udienza per discutere dell’istanza di affidamento ai servizi sociali è stata fissata dal tribunale di Sorveglianza di Milano al 3 dicembre 2025, cioè tre anni e mezzo dopo.
In questo frangente, però, nulla avrebbe impedito al giudice (monocratico) di sorveglianza di concedere a Minetti l’affidamento in via provvisoria, che poi il tribunale (collegiale) avrebbe ratificato all’udienza fissata nel 2025. E’ una procedura prevista proprio dall’articolo 47, comma quattro, dell’ordinamento penitenziario per evitare che i condannati siano costretti ad aspettare anni prima di conoscere il loro destino (se finire in carcere o ottenere l’affidamento ai servizi sociali). Nel caso di Minetti, essendo agevole accertare la presenza di un domicilio e di un reddito, sarebbe stato semplice seguire questa procedura.
Nessun magistrato di sorveglianza, però, si è preso la responsabilità, come spesso accade, di seguire questa strada. Se ciò fosse avvenuto, Minetti avrebbe potuto cominciare a espiare la sua pena fuori dal carcere a partire dalla primavera 2022. Poiché anche coloro che ottengono l’affidamento ai servizi sociali possono beneficiare della riduzione di pena di 45 giorni per ogni semestre (in presenza di buona condotta e partecipazione al percorso rieducativo), Minetti si sarebbe ritrovata a dover espiare una pena pari a 3 anni e 2 mesi. In altre parole, all’incirca nell’agosto 2025 Minetti avrebbe finito di scontare la pena. L’intera questione della grazia non si sarebbe mai posta, e di conseguenza non sarebbe emerso nessun “caso” sui quotidiani letti con particolare attenzione dal Quirinale.
Il caso Minetti, insomma, segnala in realtà l’esistenza di una “filiera” giudiziaria malata, completamente disfunzionale, in cui i condannati sono costretti ad aspettare anni per vedere discussa la propria domanda di affidamento ai servizi sociali perché nessun magistrato di sorveglianza si assume la responsabilità di decidere sul caso, per timore – si presume – di possibili sviluppi negativi della concessione della misura alternativa alla detenzione (si pensi a una fuga all’estero o alla commissione di un reato grave da parte del condannato).
Ma il sistema di concessione delle misure alternative al carcere non può ritrovarsi bloccato a causa delle paure dei magistrati. Anche a questo puntava la riforma Nordio bocciata al recente referendum: a responsabilizzare finalmente le toghe rispetto ai compiti che sono loro attribuiti e al ruolo che ricoprono. Ma sappiamo come è andata a finire.