Un flop l’inchiesta di Reggio sul patto tra politica e ’ndrangheta

Nell'operazione "Ducale", condotta dalla Dda di Reggio Calabria, gli inquirenti chiedono per tre volte l'arresto di esponenti politici locali per aver alterato la competizione elettorale, in combutta con la mafia. Per tre volte viene negato fino a che il gup non archivia il caso

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1 APR 26
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È l’11 giugno del 2024 quando scatta l’operazione “Ducale”, condotta dalla Dda di Reggio Calabria, che porta all’emissione di 14 misure cautelari. Complessivamente, gli indagati sono 22. Sembrerebbe una delle tante operazioni contro la ‘ndrangheta reggina, se non fosse che fra le persone coinvolte ci sono anche nomi di politici di peso, accusati di voto di scambio politico-mafioso. Il primo è l’allora sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, del Partito democratico. Insieme a lui viene indagato, con la stessa accusa, anche il capogruppo di Fratelli d’Italia nel Consiglio regionale, Giuseppe Neri (che poco dopo si autosospende dal partito). Fra le persone sottoposte a indagini c’è anche il consigliere comunale Francesco Sera (che lascerà il ruolo di capogruppo Pd). L’accusa di voto di scambio politico-mafioso cade, inoltre, anche sulla testa dell’allora assessore comunale Pd di Reggio Calabria, Domenico Battaglia, del consigliere comunale della Lega, Mario Cardia, e dell’ex senatore Giovanni Bilardi. Secondo gli inquirenti, politica e ‘ndrangheta avevano stretto un patto per scambiarsi favori e ottenere reciproci vantaggi nella Pubblica amministrazione. Al centro dell’inchiesta c’è la cosca reggina degli Araniti.
In carcere, infatti, finisce il presunto boss Domenico Araniti, detto “il Duca”. Stando alla tesi della Dda, uno degli arrestati, Daniel Barillà, genero di Araniti, avrebbe alterato le operazioni elettorali nelle tornate del 2020, quando si è votato per le elezioni regionali e comunali di Reggio Calabria, e del 2021, anno in cui si è nuovamente votato per la Regione Calabria. Barillà, questa la ricostruzione degli inquirenti, si sarebbe procurato le schede elettorali di cittadini impossibilitati a recarsi al seggio e, con la complicità di scrutatori compiacenti, avrebbe fatto convergere i loro voti su Neri e Sera. In cambio, lo stesso Barillà avrebbe ottenuto nomine in enti pubblici come professionista esterno. La Dda è così convinta della propria ricostruzione accusatoria da chiedere persino l’arresto per Neri e Sera. La richiesta, però, viene respinta dal gip (secondo il quale “i presupposti legittimanti la misura cautelare” non erano “compiutamente integrati”). Ma la procura non si arrende e ricorre al Tribunale del Riesame, che però le dà torto confermando la decisione del gip. Una doppia pronuncia che avrebbe potuto indurre gli inquirenti a rassegnarsi. E invece no. La Dda, infatti, convinta delle proprie argomentazioni e della necessità di far scattare la custodia cautelare per Neri e Sera, chiama in causa anche la Cassazione. Inutilmente, perché anche la Suprema corte respinge il ricorso. L’arresto dei due politici, dunque, viene negato per ben tre volte. Con valide ragioni, emergerà poco dopo. Nell’aprile del 2025, infatti, la procura chiede il rinvio a giudizio per 18 persone, ma stralcia la posizione di Neri e Sera. Pochi giorni fa, l’epilogo. Il gup di Reggio Calabria accoglie la richiesta di archiviazione avanzata dalla stessa procura nei confronti dell’ormai ex consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Giuseppe Neri, e del consigliere comunale del Pd Giuseppe Sera, per i quali era stato chiesto l’arresto non una, non due, ma ben tre volte. Stesso destino, archiviazione, per l’ex primo cittadino Falcomatà (nel frattempo approdato in Consiglio regionale), per Domenico Battaglia, attuale sindaco facente funzioni di Reggio Calabria e candidato del centrosinistra alle prossime elezioni comunali, per il consigliere comunale Mario Cardia e per l’ex senatore Giovanni Bilardi.