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Dimissioni e spaccature tra le toghe dopo la nomina di Tango all’Anm
L’elezione di Tango a presidente dell’Anm fa esplodere le tensioni fra i magistrati. La corrente moderata di Magistratura indipendente accusata dai suoi iscritti: "Ha consegnato l’Anm alla sinistra giudiziaria"
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31 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 01:44 PM

Giuseppe Tango (LaPresse)
La magistratura non balla il tango, tutt’altro. L’elezione di Giuseppe Tango come nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati, anche se avvenuta di fatto per acclamazione, ha generato tensioni notevoli nella magistratura associata. A partire, paradossalmente, proprio dalla corrente da cui proviene Tango: quella moderata di Magistratura indipendente (Mi), che detiene la maggioranza relativa al direttivo dell’Anm (e a cui notoriamente appartiene anche il sottosegretario Mantovano). Poche ore dopo l’elezione di Tango, Claudio Maria Galoppi si è dimesso da segretario generale di Mi, con una lettera rivolta alla presidente del gruppo, Loredana Miccichè, contenente parole molto dure nei confronti dei suoi colleghi di corrente: “Ho maturato con sofferenza questa decisione – ha scritto Galoppi – dopo avere amaramente constatato attorno a me mancanza di trasparenza, carrierismi, personalismi e attaccamento alle ‘cariche’ piuttosto che leali e approfonditi confronti sui contenuti dell’azione associativa”. Galoppi è una figura storica e di peso della magistratura moderata: è stato componente del Csm dal 2014 al 2018, poi consigliere giuridico di Maria Elisabetta Alberti Casellati quando era presidente del Senato, poi presidente della commissione ministeriale istituita da Nordio per l’esercizio delle deleghe in materia di ordinamento giudiziario.
Le dimissioni di Galoppi costituiscono il segnale più evidente della profonda spaccatura vissuta all’interno di Mi attorno all’elezione di Tango al vertice dell’Anm, in sostituzione del dimissionario Cesare Parodi. Il giovane magistrato palermitano viene infatti ritenuto da molti suoi colleghi di corrente troppo schiacciato sulle posizioni delle correnti più di sinistra della magistratura (Area e Md). L’ala tradizionalista di Mi avrebbe di gran lunga preferito che a essere eletto presidente dell’Anm fosse stata una figura più moderata, come Antonio D’Amato, procuratore di Messina ed ex membro del Csm.
“Dentro Magistratura indipendente c’è una spaccatura enorme. In verità le crepe si erano già aperte con la decisione della dirigenza del gruppo (Galoppi incluso) di schierarsi a testa bassa per il No al referendum”, dice al Foglio un magistrato di primo piano, da tempo iscritto alla corrente moderata, che in questa fase preferisce non esporsi pubblicamente. “Non a caso diversi esponenti della corrente, inclusa la consigliera togata al Csm Bernadette Nicotra, si erano espressi a favore del Sì al referendum – aggiunge –. L’elezione di Tango, personalità vicina e gradita ad Area e a Md, rappresenta il colpo finale sugli equilibri interni”.
“Se la scelta del presidente spettava a Mi, questa sarebbe dovuta avvenire liberamente. Invece si è assistito a una scelta indirizzata dalle correnti di sinistra in favore di un magistrato, Tango, che durante la campagna referendaria si era espresso in modo scomposto, facendo addirittura riferimento alla deriva autoritaria del governo”, afferma un’altra toga, sempre di Magistratura indipendente.
Il successore naturale di Parodi avrebbe dovuto essere D’Amato. Quest’ultimo, però, una volta resosi conto che la sua candidatura sarebbe stata “impallinata” da Md e Area (e forse anche da alcuni rappresentanti di Mi), ha preferito tirarsi indietro. Sorprendentemente, Mi non ha neanche preso in considerazione l’ipotesi di proporre Gerardo Giuliano, che è stato vicepresidente del Comitato per il No promosso dall’Anm, uscito vincitore dalla disputa referendaria. Così, alla fine Mi ha promosso e ottenuto l’elezione di Tango.
Insomma, “di fatto hanno consegnato l’Anm alla sinistra giudiziaria, con la foglia di fico della presidenza affidata a Mi”, sintetizza una toga moderata, evidenziando le conseguenze di questa scelta: “In questo modo Mi ha completamente annacquato la sua identità. Qual è oggi la differenza tra Mi, Unicost e la sinistra giudiziaria?”, si chiede il magistrato. “Mi riferisco soprattutto al rapporto con la giurisdizione. Le correnti di sinistra hanno una visione del mondo completamente antitetica alla nostra. Basti considerare che Stefano Musolino, segretario generale di Magistratura democratica, in apertura dell’ultimo congresso di Md ha parlato ancora di funzione sociale della giurisdizione”, aggiunge. “C’è un problema di ideali, di visione del ruolo della giurisdizione. In questo modo si rischia di lasciare senza rappresentanza il trenta per cento della magistratura”, conclude la toga.
Al caos interno a Mi si aggiungono le dimissioni di Natalia Ceccarelli (del gruppo Articolo 101) dal direttivo dell’Anm. La giudice, che si è impegnata in prima persona per il Sì, ha annunciato il suo passo indietro con un pesantissimo j’accuse nei confronti dei colleghi: “Nessun cittadino si sentirà più garantito nelle aule di giustizia dopo aver assistito alle scene di giubilo di cui si sono resi protagonisti i magistrati, con balli e cori da stadio intonati contro il massimo esponente di un altro potere dello stato, e contro una giovane collega”, ha detto Ceccarelli, imputando all’Anm una “martellante campagna di disinformazione” sul referendum e un “vero e proprio furto di verità”.
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Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021), "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023), "Massacro giudiziario" (Liberilibri, 2026). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]