Il folle processo alla famiglia nel bosco spiegato con i casi rimossi di familismo morale e immorale in giro per l’Italia

In certi accampamenti ci sono bambini educati a rubare per conto della comunità famigliare. Nelle scuole si fa molto, si fa quel che si può, che non è sempre molto. Dovevano proprio prendersela con una piccola comunità forse piena di illusioni, ma condotta da princìpi solidamente regressivi nella civiltà del progresso?

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28 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 09:41 AM | 29 MAR 26
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Foto ANSA

Da mesi processiamo una famiglia angloaustraliana che voleva tenere tre figli in un boschetto, al riparo dalla civiltà relazionale di Trescore Balneario, risparmiando sapone, magari, cercando pulizia nel contatto con animali e natura e acqua del pozzo, sfiduciata nello sviluppo scolastico, fiduciosa sopra tutto nell’apprendimento casalingo e nei suoi ritmi dissonanti con l’obbligo, estranea al mondo digitale e alle sue relazioni pericolose, a rischio al massimo di una intossicazione da funghi porcini, innamorata dell’Italia e dei suoi valori, addirittura. E non ci rendiamo conto, nel paese che da cinquant’anni fa di Pier Paolo Pasolini un Santo laico del finto pensiero cattolico, dell’enormità di quello che è successo nel mondo dell’igiene assoluta e dell’obbligo praticato, nel mondo stregato e fatato della civiltà educativa spinta, non solo le coltellate, lo smartphone al collo, la scacciacani nello zaino, il manifesto dal titolo neocontemporaneista, “La soluzione finale”, tradotto con l’AI, l’isolamento, il disprezzo per l’umanità, la fobia omicida verso i genitori e gli insegnanti, la competizione per il buon voto in forma di bullismo estremo contro la profia, la sensazione di impunità del tredicenne non processabile.
Ora il Cretino Collettivo che ha dannato e perseguitato i coniugi Trevallion, con il cestino da picnic e tutto il resto, si sente edificato e assolto da una bella lettera di perdono, di comprensione, di empatia verso il piccolo carnefice potenziale, di solidale riconoscimento della comunità in cui vive, di amore eterno per la scuola, scritta dall’ospedale dalla professoressa mezza ammazzata e dettata al suo avvocato. Cosa fatta capo ha. Invece questa storia di Trescore Balneario, di un bambino che non conosce il bosco, il vento, la penuria, la fatica e l’allegria della famiglia, ma vive nella foresta dei simboli e delle immagini TikTok, nella pazzia di Telegram, nel divorzio suburbano di una famiglia disfunzionale, avrebbe molto da insegnare a una società distratta dai peggiori pregiudizi di stato, sicura del fatto suo solo se certificato dai servizi sociali e dai magistrati minorili del partito del No, pronta a separare di forza ciò che l’amore e i cani e gli asinelli e le galline avevano unito in un trabiccolo di casa così lontano dalla villetta dei suburbia. Un caso isolato, raro, non replicabile, libero. Intanto bisognerebbe apprendere un semplice: non giudicate se non volete essere giudicati; e magari schiaffeggiati da un genitore preoccupato della discriminazione del voto e da una autorità diversa dalla sua nella competizione scolastica oppure pugnalati nella finzione triste della Soluzione finale, l’igiene del sangue, la psicologia dell’agguato, la pulsione a essere nel non essere degli altri. Eppure in casa di Repubblikas ce l’avevano uno psicoterapeuta intelligente, il primo che ho incontrato sui giornali, il professor Giuseppe Lavenia che insegna anche a Chieti, a due passi dal bosco e dai suoi bambini, e che spiega con tecnica e vera empatia quel telefonino appeso al collo che risolve l’azione nel suo contenuto, l’esperienza nella sua rappresentazione, tutta bonanza per un ragazzino che si sente invisibile, frustrato, unico, e che trova nella violenza lo sbocco di una peculiare forma di civiltà. 
Da qualche parte in Sicilia ci sono bambini tenuti nella merda dalla comunità di un guru. In certi accampamenti ci sono bambini educati a rubare per conto della comunità famigliare. Nelle scuole si fa molto, si fa quel che si può, che non è sempre molto, si fa più di molto, ci si ama e si comunica l’eros eterno dell’insegnamento, e che Dio preservi lo spirito repubblicano e laico della scuola, che si estenda la comprensione laica anche all’educazione cattolica, per carità. Esempi di familismo amorale e immorale, anche nella scuola anarchica che abbiamo costruito in mezzo secolo di cazzate, anche nella famiglia destrutturata che abbiamo amato e promosso in nome della libertà, sono molti e parlanti. Dovevano proprio prendersela, quelli del servizio sociale di procura, con una piccola comunità forse sbalestrata, piena di illusioni e magari di pessime idee, ma condotta da princìpi solidamente regressivi nella civiltà del progresso?