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Il ritratto

Chi è Paolo Guido, il pm scettico sulla Trattativa che ha arrestato l'ultimo boss di Cosa nostra

Salvatore Merlo

Il magistrato che ha coordinato le indagini che hanno portato all’arresto di Matteo Messina Denaro non è famoso tra il grande pubblico come Ingroia o Di Matteo. Schivo, grande lavoratore, pragmatico, pochissime le interviste

Schivo, grande lavoratore, pragmatico, pochissime le interviste, “insomma uno della nostra scuola” dicono oggi i magistrati più anziani che tra la metà degli anni Novanta e i primi anni Duemila, a Palermo, con Pietro Grasso, Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino e Maurizio De Lucia erano il gruppo sempre più scettico, per così dire, nei confronti degli eredi di Gian Carlo Caselli, ovvero Antonio Ingroia, Roberto Scarpinato, Nico Gozzo e Gaetano Paci, quelli insomma dei processi politici – quasi tutti persi – quelli del processo a Giulio Andreotti,  quelli della grande inchiesta su Corrado Carnevale, quelli infine sempre alla ricerca del terzo livello e dei mandanti occulti delle stragi anche con il processo (finito in nulla) sulla cosiddetta Trattativa. E allora eccolo Paolo Guido, cinquantacinque anni, calabrese di Cosenza, il magistrato che assieme al procuratore della Repubblica De Lucia ha coordinato le indagini che hanno portato all’arresto di Matteo Messina Denaro, lui che nel 2012 non aveva voluto firmare l’avviso di conclusione delle indagini preliminari sulla Trattativa: era convinto che non ci fossero prove sufficienti per poter vincere in aula. E aveva ragione. “Professionalità significa innanzitutto adottare iniziative quando si è sicuri dei risultati ottenibili”, diceva Giovanni Falcone.

 

Il pubblico italiano, i lettori dei giornali, gli spettatori dei talk-show, conoscono la voce e il volto dell’ex giudice Ingroia, passato dal Guatemala a una sfortunata carriera politica, o quelle del dottor Nino Di Matteo, consigliere del Csm, o quelle infine di Roberto Scarpinato, oggi combattivo senatore del M5s. Quasi nessuno conosce invece Paolo Guido, il procuratore aggiunto di Palermo che da circa sei anni è a capo delle indagini su Matteo Messina Denaro dopo quasi quindici anni spesi nella ricerca del boss di Cosa nostra, ma da semplice sostituto, da membro giovane di un pool più ampio. Pochissime le interviste di questo magistrato che arrivò in procura a Palermo da uditore giudiziario tra il 1995 e il 1996 e che assieme a Marzia Sabella, fino a pochi mesi fa procuratore reggente a Palermo, iniziò a indagare sulle cosche della provincia di Trapani, e dunque su Messina Denaro, prima con un ruolo marginale e poi via via sempre più importante. Oggi l’arresto.

 

“Quando ha preso lui in mano le indagini è cambiata la musica”, dicono i colleghi che ben ricostruiscono l’appartenenza ideale di questo magistrato a una scuola di pensiero assai lontana da quella che nel corso degli ultimi trentacinque anni ha caratterizzato una parte della magistratura non solo palermitana. “Ci sono quelli che andavano da Santoro e quelli che arrestano i capi della mafia”, dicono oggi questi magistrati, in amara polemica con la magistratura invece del clamore, dei tanti arresti e delle poche condanne, quella che  considerava (e ancora considera) per esempio il fenomeno criminale e stragista un mondo di moltissimi burattini e di pochi burattinai artefici di una storia fatta essenzialmente di complotti, trame,  e grandi vecchi che manovrano tutto: un monstrum che già ai tempi di Caselli imponeva radicalismo interpretativo, forte intensità etico-ideologica, diffusa indignazione popolare, dunque uso spinto dei mezzi di comunicazione e persino della politica politicatante. Ecco.

 

Il dottor Guido, invece, come il suo procuratore della Repubblica, insomma come De Lucia, appartiene alla fazione intellettualmente contrapposta. Quella che, in assenza di prove certe, non ha cercato di processare la storia, la politica tout court e persino il Ros dei carabinieri, ma ha invece arrestato Riina, Provenzano e oggi il suo erede Messina Denaro. Con i Ros. Antico è questo conflitto. Di metodo, prima di tutto. Ma anche personale, visto che, con alterne vicende, questa visione contrapposta portò anche alla rottura delle solidarietà fortissime all’interno del pool antimafia ai tempi in cui Francesco Messineo, “caselliano” per inclinazione, era procuratore della Repubblica di Palermo.

 

In un articolo del 25 ottobre 2007, su Repubblica, Peppe D’Avanzo contrapponeva l’eredità di Caselli alla tradizione di Pietro Grasso e Giovanni Falcone, fondata sulla necessità di lavorare sui fatti e non sulle teorie per quanto verosimili o suggestive potessero essere: “Alla resa dei conti, in aula, molte accuse si sbriciolano con esiti che dovrebbero imporre un ripensamento”. Tanti flop. Buchi nell’acqua, almeno in aula di giustizia. Ma una marea di trasmissioni televisive, libri e film. Secondo D’Avanzo c’erano dunque due modi di condurre un’inchiesta.

 

Il primo è quello di chi si pone come obiettivo la verifica delle responsabilità intorno a un fatto preciso. Il secondo è quello di chi cerca le prove per ricostruire la storia di un avvenimento che ritiene possa essersi verificato. “Non esiste ombra di prova o di indizio che suffraghi l’ipotesi di un vertice segreto che si serve della mafia, trasformata in semplice braccio armato di trame  politiche”, scriveva Falcone in “Cose di Cosa Nostra”, il libro intervista con Marcelle Padovani. “La realtà è più semplice e più complessa nello stesso tempo”, aggiungeva. “Si fosse trattato di tali personaggi fantomatici, di una ‘Spectre’ all’italiana, li avremmo già messi fuori combattimento: dopotutto, bastava James Bond”. Ecco.

 

Il dottor Guido, raccontano i colleghi, lui che nel 2012 rifiutò di firmare la conclusione delle indagini sulla Trattativa proprio perché non credeva alla Spectre, lui che aveva ragione a dubitare visto che quel processo nove anni dopo venne smontato in Appello con motivazioni coincidenti con le sue riserve, è nato proprio nel mondo “non caselliano” di Palermo. Quello su cui sono piovuti sospetti da parte dei colleghi più sbrigliati, tentativi di mascariamento e attacchi mediatici. Il mondo che invece oggi ha arrestato anche l’ultimo dei boss, chiudendo il cerchio con la storia.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.