Foto: Ansa/Angelo Carconi

il protagonista che non ti aspetti

Giuliano Amato show. Spiega i quesiti e striglia il Parlamento

Simone Canettieri

Il neo presidente della Consulta riscrive la prassi comunicativa della Corte: apre ai giornalisti, poi attacca, scherza e dà consigli alla politica. Ecco com'è andata la conferenza stampa

Parla del suo professore a Pisa che imponeva a lui e agli altri studenti la cravatta. Cita Clint Eastwood in Million dollar baby. “Si sente ferito” per alcuni editoriali. Scommette “due fustini di Dixan” con i cronisti. Scherza, pungola, attacca, svela retroscena, critica Marco Cappato (“poteva riflettere e risparmiarsi cattiverie”), parla di sé. Insomma: inaugura un nuovo corso della Corte Costituzionale. E’ il Giuliano Amato show. Mani all’aria che svolazzano. Un’ora esatta di conferenza stampa (pratica inedita) per comunicare perché sì e perché no.

Alla fine la Consulta boccia il quesito sulla cannabis (“inammissibile: si faceva riferimento alla liberalizzazione di oppio e cocaina”), ammette cinque referendum sulla giustizia, ma respinge quello sulla responsabilità civile dei giudici (“sarebbe stato innovativo, ma non abrogativo”). Amato rende pop un organo percepito nell’iperuranio e pizzica il Parlamento.

Una conferenza stampa a “caldo” dopo una decisione, quassù al quinto piano della Corte costituzionale, “non me la ricordo da quando lavoro qui, e ho i capelli bianchi”, ammette un’addetta del cerimoniale. E’ il debutto del nuovo corso Amato? “Questo lo dice lei, però”. Rimane lo stile.

La sala riunioni affaccia sul Quirinale, che per un momento è stata una destinazione plausibile per il dottor Sottile. Poi si sa com’è andata: da tre settimane è presidente della Consulta. Ed eccolo qui. Vitale, 83 anni “in cui ho fatto molte cose”.  Gli fanno trovare mezzo bicchiere d’acqua, ma non beve. Gli fanno notare che dovrebbe alzare la voce e risponde che oggi “è stata una giornata intensa per le mie corde vocali, ma non le posso cambiare”. Davanti a sé Amato ha un prisma con cinque schermi da cui escono fuori, in modalità Zoom, le facce dei cronisti e altri colleghi della Corte. Sta qui perché vuole mettere le cose in chiaro con tanto di spiegazione per il pubblico, per la casalinga di Voghera. “Eutanasia? Eh no: era omicidio del consenziente. Se due ragazzi di sabato bevono e si mettono d’accordo uno può uccidere l’altro senza che accada nulla. Ho letto invece parole fuorvianti, come se noi sapessimo cosa significhi la parola sofferenza”. Forma, dettaglio ed empatia.

Poi Amato diventa un comunicato stampa vivente (fa questa battuta) e legge l’esito degli altri quesiti referendari che ancora sono sospesi. Sulla responsabilità diretta dei giudici si è detto, sulla cannabis bocciata pure in quanto le tabelle prese in considerazione erano sbagliate perché comprendevano le droghe pesanti (“non mi pronuncerei mai contro l’ammissibilità di un quesito di uno che ha una piantina di marijuana sul terrazzo”). La sveglia al Parlamento accompagna questa ora che forse resterà. “Ci sono troppi conflitti valoriali, su questi temi si creano dissensi corrosivi sbagliati”, dice Amato, appunto a proposito del rapporto con le Camere, chiamate a legiferare ma non in grado di farlo. Ecco perché alla fine si finisce qui, fa capire.

Amato accorcia le distanze. Scoperchia il Palazzo. Altro che interna corporis, questa è l’ostensione della Consulta: siamo umani. “Dobbiamo spiegare e comunicare ciò che facciamo. Dobbiamo parlare con il Parlamento, magari anche di persona. Il nostro problema è proprio questo, d’altronde: il rapporto con le Camere”.  Poi si ferma e fa capire che non “bisogna esorbitare”. Con un giornalista che lo interroga, trovando una grande disponibilità nella risposta, Amato si fa mattatore: “Se vuole ho qui le carte e gliele faccio leggere, ma non dica certe cose”.  Forse arriverà un format su Youtube, di sicuro gli account Twitter sono stati già messi in azione. E’ una lezione totale. Per raccogliere le firme pro referendum meglio i vecchi gazebo o le nuove pratiche digitali? “Vanno bene entrambi, ma nel primo c’è più dialogo: il cittadino può chiedere e informarsi”. Si rimane un po’ tutti stupiti, ma con il sorriso. 

Alla fine della conferenza stampa, dopo essersi confrontato anche con le domande via Zoom, Amato si sfoga con i giornalisti: “Certi quesiti erano davvero scritti male, cosa potevamo farci?”, è il senso del suo rapido ragionamento. Un fuorisacco che è un degno epilogo. Prima che il presidente della Consulta, quasi saltellando con velocità rara giù per cinque piani di scale, scompaia nelle sue stanze. Il sottinteso è chiaro: alla prossima. Non è una minaccia, ma forse l’avviso di un organo costituzionale che non sarà più percepito come prima.

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.