La tragedia del Mottarone. Avidità è un movente di reato

Forse persino la custodia cautelare, per una volta, potrebbe avere una logica (questo non lo so, e lo lascio appeso alla pura ipotesi: ma l’ipotesi che qualcuno voglia nascondere qualche carta, ora che le ganasce sono state ritrovate, nel paese di lago piccolo e che non mormora, può starci). Ed è il caso di stare attenti, anche noi di provata fede garantista, noi che il sospetto che fare una azienda e profitto sia una colpa lo respingiamo al mittente, noi che pensiamo che manomettere i freni sia il contrario della cultura d’impresa e della gestione del rischio. Perché questa volta, la volta della funivia volata giù per l’avidità, bisogna evitare di nascondere le colpe per difendere i concetti. Non si può negare che i gestori della funivia abbiano agito per avidità e sete di profitto; non si può dire che, al massimo, la tragica conseguenza è un accidente preterintenzionale; suggerire anzi che la crisi della pandemia mordeva più delle ganasce. Una rapina a mano armata, che mette in conto i morti, è fatta per avidità e sete di profitto: questo va detto, senza timore che chi lo dica sia contro il profitto d’impresa. E nemmeno contro l’avidità in sé, per chi voglia intenderla come virtù. Di un barista che tenesse aperto anche nella certezza di essere malato e trasmettere il virus, perché altrimenti chiude, diremo che è rischio di impresa o crimine?
Così pure c’è un “ipercorrettismo ipergarantista”, per prendere in prestito l’espressione da Giuliano Ferrara, che finisce per negare una dinamica (ipotetica, fino al terzo grado di giudizio) criminosa. Ci sono in Italia migliaia di casi di carcerazioni preventive errate, di innocenti sbattuti in galera e persino processati e condannati. L’ex sindaco di Lodi è solo l’ultimo esempio. Ma che la detenzione cautelare sia, in quanto tale, contraria allo stato di diritto, come qualcuno ha pure detto, non è vero. Per molti, per la canea delle tricoteuses, significa invece condanna già fatta, testa già mozzata sulle picche? Purtroppo sappiamo che è così, e lo è anche per certuni politici o firme di giornali. Ce ne facciamo una ragione. C’è chi chiede come al solito “pene esemplari”? Continueremo a combattere questa barbarie. Ma non al punto di voler difendere come imprenditori che hanno calcolato male, o addirittura come innocenti vessati dalla magistratura, persone che per le loro ammissioni sono semplicemente sospettati, per ora e fino a processo, di aver provocato una strage mossi dal movente dell’avidità.
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"Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.
E' responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"