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Dopo 2.700 giorni finisce la gogna mediatico giudiziaria per Carolina Girasole

Riccardo Lo Verso

L'allora sindaca di Isola Capo Rizzuto finì in carcere con l'accusa di essere stata appoggiata elettoralmente dalla cosca Arena, offrendo in cambio favori negli appalti e nella gestione di alcuni beni confiscati. Era innocente

Ci volle un attimo per passare da sindaco in trincea contro la criminalità organizzata a politico in combutta con i boss della 'ndrangheta. Anzi una notte quella in cui, nel dicembre 2013, bussarono alla porta dell'abitazione di Carolina Girasole, allora sindaca di Isola Capo Rizzuto, per arrestarla. Una notte in cui da vittima divenne carnefice. Pochi mesi prima le avevano incendiato la casa al mare e si ipotizzò una ritorsione contro un pubblico amministratore rompiscatole. Ed invece Girasole finì in carcere con l'accusa di essere stata appoggiata elettoralmente dalla cosca Arena, offrendo in cambio favori negli appalti e nella gestione di alcuni beni confiscati.

 

Toccava alla giustizia garantire il contrappeso ad una così infamante ipotesi. Ed invece, come spesso accade, la giustizia sa essere ingiusta e crudele. Una notte per passare dalla parte dei cattivi che fingono di essere buoni, 7 anni e mezzo, 89 mesi, duemila e settecento giorni per uscire indenne dai processi. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della procura generale. Perché capita anche questo nella giustizia italiana, capita che una Procura, in questo caso quella di Catanzaro, proceda a oltranza nonostante talune evidenze. Primo grado: assolta. Ricorso in appello: assolta. Ricorso in Cassazione: assolta.

 

L'ex sindaca affida la sua amara riflessione ai social network: “Il calvario è finito. Sono però ancora perplessa, esterrefatta, sconvolta per quanto è accaduto. Dopo questo tempo ancora mi chiedo i perché di questo delirio che è accaduto. Tralasciamo gli errori, le intercettazioni sbagliate, quelle inesistenti, la realtà travisata, ma c'erano atti chiari e determinati della mia amministrazione che contrastavano contro le accuse che mi sono state mosse. Queste accuse erano basate sul nulla”.

 

La pensava diversamente la pubblica accusa che di gradi di giudizio ne vorrebbe quattro o più per dimostrare di essere, sempre e comunque, depositaria dell'infallibilità. Nel tritacarne per voto di scambio, corruzione elettorale e turbativa d'asta Girasole c'era finita assieme al marito Franco Pugliese. Sono stati gli stessi giudici a ribaltare le cose, mettendo sotto accusa il metodo investigativo utilizzato dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Non c'erano contatti diretti fra i boss e i coniugi, semmai erano stati altri imputati a citarli nelle conversazioni intercettate.

 

“Ma perché non ci uniamo e diciamo che glieli abbiamo dati i voti?”, dicevano. In primo grado al Tribunale di Crotone venne fuori persino un clamoroso errore nella trascrizione. La raccolta dei voti doveva favorire un politico uomo e non una donna. I giudici di appello di Catanzaro andarono oltre: “Non solo il contenuto delle conversazioni è equivoco ma oltretutto, ravvisandosi in esse il riferimento a soggetti terzi (il sindaco e il marito) è necessaria un’operazione di rigorosa contro verifica”.

 

Se una contro verifica fosse stata fatta magari alla Dda di Catanzaro si sarebbero accorti della inimicizia che la sindaca si era attirata da parte dei boss (gli stessi con cui, secondo l'accusa, aveva siglato un patto sporco) in quanto “fautrice di una politica contraria ai loro interessi”. Bastò una notte di dicembre a Carolina Girasole per rimetterci rispettabilità e libertà. Ci sono voluti 2.700 giorni per restituirgliele.

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