Assolto Tronchetti Provera, dopo sette processi in sette anni

In Cassazione cade l'accusa di ricettazione nel caso Kroll per l'ex presidente di Telecom. Anni di indagini, decine e decine di udienze e tanto fango sui giornali: un processo infinito, paradossale e kafkiano
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27 NOV 20
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Foto Stefano De Grandis - LaPresse&nbsp;<br />

Si è concluso uno dei casi più assurdi della storia giudiziaria del nostro Paese. Dopo sette processi in sette anni, incentrati su episodi risalenti a sedici anni fa, la Corte di Cassazione ha assolto in via definitiva l’ex presidente di Telecom e attuale vicepresidente esecutivo di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, dall’accusa di ricettazione nel caso Kroll. A riportare la notizia è stato il Corriere della Sera.
La vicenda, raccontata più di una volta sul Foglio, risaliva al 2004, quando l’allora presidente di Telecom Italia si scontrò con alcuni fondi di investimento brasiliani per il controllo di Telecom Brasil. Giuliano Tavaroli (all’epoca capo security di Telecom) e gli avvocati dell’azienda consegnarono a Tronchetti un cd contenente le prove di un’attività di spionaggio compiuta dall’agenzia Kroll nei suoi confronti su mandato dei rivali brasiliani.
Il manager diede disposizione di presentare denuncia in procura, non sapendo che le informazioni erano state ottenute in maniera illecita con un’attività di contro-spionaggio. Sulla base di questo episodio, la procura di Milano aprì un’indagine accusando Tronchetti (cioè la vittima dello spionaggio) di ricettazione. Prese così avvio un processo infinito, paradossale e kafkiano. Condannato a venti mesi in primo grado, nel 2015 Tronchetti venne assolto in appello. L’anno seguente, però, la Corte di Cassazione annullò l’assoluzione. Nel 2017 il nuovo processo di appello confermò l’assoluzione per il manager, ma la sentenza venne nuovamente annullata dalla Cassazione.
Nel 2018 il processo di appello ter vide riassolvere per la terza volta Tronchetti, che nel frattempo aveva pure rinunciato alla prescrizione per veder riconosciuta la propria innocenza. Trascorsi altri due anni, ora la Cassazione ha messo la parola fine alla vicenda, rendendo definitiva la sentenza di assoluzione. Due anni di indagini, sette processi in sette anni, decine e decine di udienze e di magistrati impiegati, spese (pubbliche e private) per migliaia di euro, fango sui giornali contro l’imputato: dopo tutto questo, si fa veramente fatica a chiamarla giustizia.