Plenum del Consiglio superiore della magistratura

Si fa presto a dire Palamara

Piero Tony

Correnti ingovernabili, teoremi e non prove. La nemesi del Csm senza ipocrisie

Contrappasso? Nemesi? Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi? Ora che il trojan sul cellulare di Palamara ha scoperchiato in diretta il vaso di Pandora dei malcostumi giudiziari noi così detti garantisti dovremmo essere contenti. Perché da anni, qualche volta forse eccedendo in veemenza quasi savonaroliana, andiamo denunciando quel tanto che non va nel sistema giustizia e che non è solo questione di risorse, sotto dimensionamenti e riforme insufficienti ma di anima, ossia di dignità e cultura della magistratura. Insomma andiamo denunciando invano – unico risultato le piccate accuse da parte dell'Anm di travisare i fatti – quelle tristi cose che in questi giorni sono clamorosamente sciamate dal vaso. Dovremmo gioire per uno scandalo finalmente scoperchiato – per carità, quasi un segreto di Pulcinella, niente più di un frame di una lunga storia sempre uguale da decenni – che ci dà ragione e conferme su tutta la linea, invece siamo solo scoraggiati e preoccupati per l'effetto delegittimante che ne potrebbe derivare.

  

Preoccupati perché da sempre sappiamo quanto per un paese sia vitale e insostituibile la funzione giurisdizionale esercitata in modo autorevole, credibile e terzo in nome del popolo (art. 101 della Costituzione) con il giusto processo (art. 111). Scoraggiati perché la naturalezza e sistematicità del loro operato sa di mala prassi organizzata se non di costume notorio; e allora non può sfuggire come, se da una parte i satrapi confabulanti non superino la cinquantina, dall'altra siano invece migliaia i magistrati che, pur senza partecipare a cene carbonare e pur lavorando alacremente e giudiziosamente, senza ribellarsi paiono restare in paziente e silenziosa attesa che arrivi il loro turno. Erano anni che, nella ferma convinzione che senza un efficiente sistema di giustizia il paese può solo arrancare pericolosamente, andavamo denunciando la resa a uno svogliato andazzo, disfunzioni e lentezze sempre più insostenibili, assenza di qualsiasi iniziativa tesa a ottimizzare o quantomeno a tentare di ottimizzare il sistema mediante individuazione di obiettivi ed organizzazione cronoprogrammatica.

  

Erano anni che andavamo denunciando l'occupazione del Csm e del ministero da parte dei pm; o indagini di rilievo politico manifestamente avviate e gestite dopo aver annusato il vento; o le nomine di dirigenti senza alcuna esperienza dirigenziale ma, sempre solo e comunque, benedetti dall'appartenenza al gruppo correntizio più forte… con l'assai frequente ed esiziale effetto di una selezione all'incontrario: onori dirigenziali ai più sfrontati intrufolini ai più maneggioni ai più carrieristi, frustrazioni ai magistrati più composti... secondo principii di proporzionalità e adeguatezza e, quel che più conta, con ulteriore calo qualitativo del prodotto giustizia. Avremmo dovuto gioire per i nodi finalmente venuti al pettine anzi... per lo zampino lasciato dalla gatta; e schernire: ve lo avevamo detto che non poteva durare ma avete fatto orecchio di mercante. Ma non è stato così in quanto riteniamo la magistratura primo baluardo di civiltà e siamo ben consapevoli che non c'è patto sociale o archetipo o norma vivente o costituzione materiale o santo che tenga: affinché la decisione sia accettata chi giudica deve essere, o almeno apparire, credibile ed autorevole e giusto e sovraordinato rispetto alle parti. Imperturbabile Salomone e non un gaglioffo qualsiasi. E' così da sempre e rileva al fine di un giudizio sull'allegra brigata dei frenetici magistrati e politici, commisti e scoperchiati.

  

La riformetta di Bonafede non ha senso. Soluzione: una composizione del Csm mediante sistema misto tra sorteggio ed elezione

Dobbiamo allora lavorare per far dimenticare le miserie messe in luce dal trojan e per recuperare immagine ed efficienza mediante riforme che non possono che essere radicali e di sistema. Partendo, lo si può fare ed è irrinunciabile se si vuole davvero cambiare, da una composizione del Csm mediante sistema misto tra sorteggio ed elezione, unico modo per evitare giri e promesse elettorali, aspettative e pretese, logiche di appartenenza. Anche se, purtroppo, già incombe la riformetta Bonafede che pare abbia invece incrollabile fede in un gattopardesco doppio turno con ballottaggio, ancora una volta. E poi continuare – per poter rimettere sui binari il sistema giustizia – con la separazione delle carriere; con l'abolizione sia dell'impugnabilità da parte del pm delle sentenze di assoluzione sia di quel divieto della reformatio in peius che impera solo nel nostro paese; con una sana depenalizzazione delle minchiate, con la rianimazione della fase dibattimentale, della difesa e del contraddittorio e così via. Ma già fin d'ora possiamo rasserenarci guardando il mezzo bicchiere pieno; sorprenderà ma è così, questo scandalo offre occasione di conoscenza, riflessioni e crescita culturale.

  

Primo. Il nostro pm intercettato – esemplare attendente, nel senso militare, di tutti e tutto – non è mica un mostro, è solo uno dei tanti snodi tra politica e magistratura, forse tra i più efficienti. Naturalmente secondo molte toghe non ci si dovrebbe scandalizzare più di tanto per così intima commistione perché bla bla bla è finita l'epoca dell'isolato giudice notaio bla bla bla e ora è il tempo del magistrato calato nella realtà del quotidiano bla bla bla per affinare sensibilità e capacità di comprensione bla bla bla inserito in tutti i settori della vita bla bla bla e dunque prima di tutto in quello politico che bla bla bla governa la vita di tutti bla bla bla. Ma siccome è ragionevole credere che codesti attendenti siano snodi navigati adulti e vaccinati che parlano a ragion veduta, snodi che intercettano i refoli più sottili e mai vanno contro vento e mai aprono bocca solo per lasciare andare, la conclusione è straziante perché le loro parole risuonano come sperimentato paradigma. E' terrificante il dialogo intercettato tra due alti magistrati che dovrebbero essere adamantini esempi di legalità, al limite dell'inverosimile: il primo – un procuratore della Repubblica se non ricordo male (ossia, come si impara a scuola, il titolare dell'interesse punitivo della stato) – esprime stupore per un'incriminazione del ministro dell'Interno, in relazione alla nave Diciotti, in quanto a torto o ragione la ritiene abnorme, tanto che conclude con un “siamo indifendibili” e si sente rispondere dall'altro apertamente, ovvero senza arzigogoli, proprio come fa chi sa di essere dalla parte della Giustizia, “hai ragione ma ora bisogna attaccarlo”. Ed il procuratore non ribatte con un insulto o con un “ma sei grullo?”, sarebbe stato il minimo. Perché terrificante? Terrificante perché siamo la patria di un procedimento “liquido” e scarsamente garantito dove, come scrisse Enzo Tortora a Francesca, tutto può succedere a tutti; la patria – come diceva anche Giovanni Falcone – di giudice e pm parenti tra di loro, del concorso esterno in concorso interno e chi non è d'accordo stia zitto, dell'applicazione retroattiva della legge Severino, del rito accusatorio che più inquisitorio non si può visto l'assoluto predominio di indagini preliminari svolte alle spalle della difesa, delle azioni penali obbligatorie ma chiuse nei cassetti fino al loro spirare, dei non pochi massacri mediatici, delle inchieste senza fine che durano decenni quanto agli esecutori ed altri decenni quanto ai mandanti e delle sentenze definitive che non arrivano mai in tempo utile, etc etc etc. Terrificante perché, in tale contesto, il paradigmatico invito “hai ragione, ma ora bisogna attaccarlo” da parte di chi – come le mitologiche tre Parche – quale potente componente del CSM presiede i destini professionali dei magistrati potrebbe far risorgere qualche ideuzza sospettosa sul passato; in particolare potrebbe evocare e rendere comprensibili alcune sgangherate stagioni di guerra giudiziaria finite nel nulla, tipo quelle di Carnevale e Berlusconi con Ruby e Mannino e Mori e Mafia Capitale; e potrebbe consentire finalmente di decifrare la sorridente e fino a oggi incomprensibile commiserazione per chi allora avesse temerariamente mostrato di dubitare sulla fondatezza delle impostazioni accusatorie.

  

Il Trojan contro Palamara è stato utilizzato sulla base di un’accusa che oggi non esiste più. Orrore della giustizia mediatica

Secondo. Altra riflessione. Per questo scandalo si è continuato a parlare di intercettazione, cioè di quell'ascolto segreto di comunicazione tra due persone presenti o in contatto telefonico che il codice di rito – articoli 266-271 cpp – ha sempre regolato da quando esiste il telefono. Pare insomma che non sia stata data la giusta importanza al fatto che lo scandalo è scoppiato a seguito dell'uso di qualcosa che è molto più dell'intercettazione mediante i tradizionali impianti presso la procura (art.268 c,3 cpp), ossia a seguito dell'uso (per certi versi devastante) del trojan, strumento di indagine che più potente e invasivo non si può, da legislatore e tecnici del diritto comunemente chiamato “captatore informatico”. Che sta all'impianto tradizionale come una risonanza magnetica sta alla percussione medica in semeiotica. Che oltre che “ascoltare segretamente” una conversazione tra due persone intercetta e riprende vita e frequentazioni del predestinato ossia – tanto per capire e ove ricorrano – anche sospiri e gemiti di una camera da letto. Perché il captatore (ideato per ragioni militari e di intelligence) consente di intercettare comunicazioni vocali e telematiche nell'ampia zona di portata, di sequestrare documenti da remoto, di pedinare via GPS, addirittura di attivare la telecamera. In definitiva uno strumento che, pervadendo capillarmente la vita di una persona anche per lungo periodo, può sviare l'attenzione investigativa dai fatti verso l'analisi di carattere e personalità; e così indurre a lambire pericolosamente giudizi su “colpa d'autore” – historia docet – ossia su responsabilità per come si è piuttosto che per cosa si è commesso. La vita è cambiata per il genere umano. Una svolta epocale a discapito di privacy e libertà individuale che – non sfugge il rischio di apparire contraddittori in relazione allo scandalo di cui si parla – potrebbe sembrare giustificabile sull'altare della sicurezza internazionale e dei delitti di offensività primaria di cui all'art 51 cpp (mafia, terrorismo ed altro) ma non su quello dei reati – investigabili in mille altri modi – di cui alla legge cd spazzacorrotti 9.1.2019, n.3 applicata nella presente vicenda. Balza agli occhi una colossale sproporzione sfuggita e che continua a sfuggire ai nostri governanti... ma il discorso sarebbe troppo lungo, alla prossima.

 

Terzo. Ultima riflessione. Per quanto riportato dai media l'imputazione che ha consentito l'attivazione del captatore sul cellulare del consigliere Palamara si riferiva al delitto di corruzione, che pare già archiviato o sul punto di esserlo. I reati minori a lui imputati non avrebbero consentito le intercettazioni. Comunque il rilievo penale delle  chat  rilevate è pari a zero o quasi. Non ci si può non chiedere, allora, come mai non risulti celebrata l'udienza così detta “stralcio” che, avvicendandosi nel tempo, gli articoli 268 e 268 ter cpp hanno previsto e prevedono proprio per l'eliminazione, dopo la conclusione delle operazioni, delle conversazioni irrilevanti ai fini delle indagini. Conversazioni che sono state pubblicate, non da tutti i giornali, evidentemente nella convinzione che l'autoregolamentazione deontologica lo consentisse e che fosse di interesse pubblico la loro conoscenza . E così tanti finirono nel tritacarne della solita giustizia mediatica.