Due proposte dei giuristi per curare le carceri dal Covid

L'associazione Centro Studi Borgogna indica le possibili soluzioni all'emergenza sanitaria negli istituti penitenziari: idee per favorire un deflusso controllato e contenere i nuovi ingressi

La lotta all’epidemia va garantita anche nelle carceri, per gli agenti di polizia penitenziaria e per i detenuti, a vantaggio di tutta la collettività. Il Centro Studi Borgogna, laboratorio giuridico e di idee che opera con l’obiettivo di diffondere la cultura del diritto e della legalità, ha fatto un’analisi della situazione negli istituti di detenzione e in questo report indica le possibili soluzioni all'emergenza sanitaria negli istituti, che si possono riassumere in due concetti chiari e sintetici: favorire un deflusso controllato dagli istituti penitenziari e, per quanto possibile, contenere i nuovi ingressi in carcere. “Per il futuro, la crisi può aiutare a risolvere annosi problemi del sistema penitenziario italiano”, scrive l'associazione di giuristi.

  

“Secondo il Garante nazionale dei detenuti”, continua Csb, “la capienza degli istituti di reclusione è di 51.416 posti, mentre quelli effettivamente disponibili sono circa 47.000; secondo gli ultimi dati diffusi dal dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria i detenuti presenti sono 57.137. Alcuni istituti arrivano a un tasso di affollamento del 190 per cento. Non solo sovraffollamento: le strutture sono fatiscenti e prive di basilari presìdi igienico-sanitari. Molte celle sono senza acqua calda, in buona parte mancano persino la doccia, e spesso prodotti per la pulizia e l’igiene personale. In questo quadro è difficile rispettare le indicazioni del decreto Cura Italia sul distanziamento sociale. Visto anche quanto accaduto nelle Residenze sanitarie assistenziali (Rsa), sarebbero drammatiche le conseguenze di un’eventuale diffusione del virus negli istituti di pena, dove l’unica iniziativa adottata è la sospensione dei colloqui con parenti e l’interruzione di attività sociali e rieducative”.

 

“Per il resto, nulla è mutato e le infermerie non riescono a rilevare quotidianamente la temperatura corporea come da regolamenti. Una vera 'bomba ad orologeria', dove risulterebbe complicato intercettare con tempestività eventuali focolai di infezione. In totale – secondo dati diffusi dal Dap – i detenuti positivi sono 37, di cui 9 ricoverati presso strutture ospedaliere, mentre sono 8 i detenuti guariti. Molto più numerosi invece i positivi tra gli agenti di polizia penitenziaria: sono 158 su un totale di quasi 38.000. Sedici sono ricoverati, mentre risultano 5 contagi tra il personale dell’Amministrazione penitenziaria appartenenti al comparto funzioni centrali. Questi dati sono da confrontare con l’esiguo numero di tamponi effettuati: in Lombardia, ad es., poco più di 150 su 8.700 detenuti”.

 

Il governo è intervenuto col decreto legge 18/2020 per prorogare sino al 30 giugno la durata dell’istituto della detenzione domiciliare, applicabile se la pena da eseguire non è superiore a 18 mesi (anche nel caso costituisca parte residua di pena maggiore) e se il condannato ha domicilio idoneo a soddisfare le esigenze preventive. Il beneficio è concesso con procedimento semplificato, entro cinque giorni, dal magistrato di sorveglianza. A queste misure si aggiunge l’estensione del periodo di licenza del detenuto semilibero oltre il limite previsto dall’ordinamento penitenziario. Ma non si applicano ai condannati per reati di particolare pericolosità sociale e a detenuti sanzionati nell’ultimo anno per infrazioni disciplinari o coinvolti nelle sommosse del 7-9 marzo”.

  

“Se la pena è superiore a sei mesi, il controllo viene effettuato mediante l’uso dei braccialetti elettronici. I dispositivi immediatamente utilizzabili sono meno di 1.000, contro i 5.000 messi a disposizione dal ministro Buonafede. Per l’attivazione completa della misura sono necessari ulteriori fondi ma soprattutto tempi rapidi che, a oggi invece, sono stimati  in almeno tre mesi: troppo lunghi, a confronto della velocità di diffusione del virus”.

 

Il centro studi propone un piano di svuotamento controllato delle carceri e, ove possibile, il contenimento di nuovi ingressi. 

 

“Tra le misure deflazionistiche individuate, c’è la scarcerazione immediata - a prescindere dall’utilizzo di braccialetti elettronici - dei detenuti con pene (o residui di pena) non superiori a 2 anni e che non siano stati condannati per i reati già previsti quale causa di esclusione del beneficio dal decreto. Per la riduzione dei flussi in entrata, è necessario dilatare ancor più il concetto di custodia cautelare in carcere quale extrema ratio, prediligendo misure meno afflittive ma comunque idonee ad assicurare le esigenze cautelari del caso. L’emergenza sanitaria dovrebbe essere considerata dagli organi giudicanti tanto in fase applicativa, quanto in fase di modifica della misura. Sull’eventuale adozione di una misura cautelare nei confronti di soggetti di età pari o superiore a 60 anni o affetti da patologie croniche pregresse, si dovrebbero disporre sempre gli arresti domiciliari, a esclusione dei casi di grave e comprovata pericolosità sociale. Tra le proposte anche la sospensione sino al termine dell’emergenza sanitaria dell’emissione di tutti gli ordini di esecuzione per pene fino a quattro anni divenute definitive. Solo lo svuotamento immediato delle carceri, sino ad arrivare al numero di detenuti, almeno, pari alla capienza massima consentita dalla normativa italiana ed europea, permetterebbe di garantire il distanziamento sociale”. 

 

“La crisi può aiutare a migliorare il futuro”, conclude il centro studi. “Auspichiamo che si possa finalmente affrontare il tema della situazione carceraria in Italia, con una progettualità in grado di risolvere il problema strutturale ed endemico del sovraffollamento degli istituti di pena”. 

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