Da sinistra verso destra, il pm Roberto Tartaglia, il pm Nino Di Matteo e il sostituto procuratore Francesco Del Bene

Carriere da separare: corruzione e mafia

Redazione

Ragioni per evitare un professionista antimafia alla guida dell’Anac

Da un pm anticamorra a un pm anti Cosa nostra. È questo il cambio che si prospetta alla guida dell’Autorità nazionale anticorruzione, dopo la decisione di Raffaele Cantone di tornare in servizio in magistratura al Massimario della Cassazione. Il rientro in ruolo di Cantone ha ottenuto il via libera del Csm l’11 settembre e diventerà operativo entro un mese. Il governo rossogiallo sarà così chiamato a scegliere il successore di Cantone nelle prossime settimane.

 

Il candidato che sembra essere in pole position per diventare il nuovo presidente Anac è Roberto Tartaglia, giovane magistrato di 37 anni, attualmente consulente della commissione parlamentare antimafia (presieduta dal grillino Nicola Morra), ma noto per aver lavorato a Palermo nel pool di pubblici ministeri (composto da Nino Di Matteo, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene) che ha concluso le indagini e poi condotto il processo di primo grado sulla cosiddetta trattativa stato-mafia.

 

Insomma, da un pm celebre per aver portato avanti le indagini e i processi contro il clan dei casalesi a Napoli, la presidenza dell’Anac potrebbe passare nelle mani di un giovanissimo pm che ha incentrato la sua carriera sulle indagini contro Cosa nostra. La nomina, che dovrà ottenere il via libera delle commissioni Affari costituzionali del parlamento, si porrebbe in assoluta continuità con l’approccio populista adottato dalla politica (e da alcune procure) negli ultimi anni volto a equiparare il fenomeno corruttivo a quello mafioso, con effetti devastanti sull’economia del paese.

 

In un convegno tenutosi mercoledì a Roma, l’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) ha denunciato i danni causati al sistema produttivo dalle recenti riforme (dalle modifiche del 2017 al codice antimafia alla legge “spazzacorrotti”), che consentono l’applicazione degli strumenti previsti per la lotta alla mafia anche ai casi di reati contro la Pa in presenza di meri indizi di colpevolezza, con buona pace del principio costituzionale di presunzione di innocenza: su 100 aziende confiscate in base alla legge antimafia, circa il 90 per cento cessano di esistere o sono in liquidazione.