“Anche i magistrati devono pagare quando sbagliano”, dice Antonio Leone

Ermes Antonucci

“Sì all’autonomia e indipendenza del magistrato, ma non si può dare l’idea di impunità”. Intervista al capo del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria

Roma. “Ormai in questa nostra povera patria può accadere di tutto:  anche che  un magistrato accusi il proprio organo di autogoverno,  presieduto dal capo dello stato,  di  usare ‘metodi mafiosi’ nella gestione delle nomine,  dimenticando di aver  fatto parte di correnti e associazioni fino all’altro ieri. Se tale accostamento lo avesse fatto un normale cittadino cosa sarebbe successo? Nel recente passato si è ipotizzato il vilipendio. E non potrebbe configurarsi l’ipotesi di colpa disciplinare?”. Intervistato dal Foglio, Antonio Leone (ex vicepresidente  vicario  della Camera ed ex membro laico del Csm, oggi  a capo del Consiglio di presidenza  della giustizia tributaria) non va per il sottile nel commentare le parole del  pm antimafia Nino Di Matteo sui “metodi mafiosi” che sarebbero utilizzati dalle correnti nel Csm. Un paragone spropositato che ha fatto storcere il naso a molte  toghe, provenendo da un collega in campagna elettorale per le suppletive del Csm e che ha ricoperto incarichi associativi, come la presidenza  dell’Anm palermitana.

 

Al di là delle ipocrisie, Leone riconosce che lo scandalo sulle nomine pilotate, con  gli incontri notturni tra membri  del Csm e politici, ha contribuito ad aggravare la crisi di legittimazione della magistratura: “E’ innegabile che tali fatti, oltre ad aver scoperto l’acqua calda,  abbiano compromesso, più di quanto già non lo fosse, l’immagine della magistratura. Vale però la pena ricordare che le condotte contestate all’ex presidente  dell’Anm  Luca  Palamara  erano note già da un anno. In un articolo del Fatto quotidiano di settembre 2018, dal titolo ‘Fascicolo a Perugia che  imbarazza il leader di  Unicost’, venne riportata tutta la vicenda extra Csm che lo interessava: ma non mi sembra che allora abbia avuto grande attenzione e tanto meno mi sembra d’ aver sentito parlare di fughe di notizie, di rivelazioni di segreto d’ufficio  o altro”. “La delegittimazione del Csm – prosegue Leone –  è partita  da qualche  tempo  dall’interno stesso della magistratura, così come accaduto per la politica”. 

 

“Possiamo dimenticare gli attacchi al Csm di numerosissimi magistrati, non esclusi lo stesso Di Matteo e l’attuale consigliere Davigo?  A proposito di quest’ultimo, dopo un anno al Csm, non mi pare abbia contribuito a ottenere cambiamenti  nella criticata gestione.  Il cambiamento più evidente, dopo il ‘caso Palamara’, è la modifica dei rapporti di forza, in  corso d’opera, fra le correnti. Prima fra tutte quella di Davigo.  In politica i ribaltoni e le azioni che li precedono si chiamano ‘nobilmente’ riposizionamenti. In magistratura non lo so”, dice Leone.

 

Non si può negare, tuttavia, che l’indagine umbra abbia evidenziato rapporti stretti fra toghe e politici, con buona pace dell’autonomia e dell’indipendenza del Csm. “Nella sua composizione vennero previsti i laici per evitare eccessi di autoreferenzialità dei magistrati – risponde Leone – Non penso sia disdicevole per un togato del Csm avere rapporti, nel rispetto dei ruoli, con un politico. Il tema è un altro ed è più generale: il magistrato può fare tutto in politica, il ministro, il presidente della Camera, il capogruppo, il responsabile giustizia di un partito. La grande ipocrisia è che può fare tutto a condizione  che non abbia in tasca la tessera di un partito. Sono anni, ero in Parlamento, che si discute di come impedire le porte girevoli fra politica e magistratura. Diciamoci la verità, la politica è un po’ pavida nei confronti di questo tema. Eppure la soluzione c’è con la risoluzione approvata  proprio  dallo scorso Csm.  Altre anomalie sono gli incarichi assegnati direttamente dalla politica ai magistrati”.

 

L’attuale presidente della giustizia tributaria dubita che lo  strapotere delle correnti si argini con il sorteggio dei togati, come proposto dal M5s e dal Guardasigilli Alfonso Bonafede: “La riffa, oltre che anticostituzionale, non va bene per il Csm. Lo strapotere si argina migliorando il sistema di  nomina dei dirigenti degli uffici.  Spesso si sono  chiusi gli occhi su come venivano  fatte scelte non legate sempre al merito.  Questo sistema è discrezionale e non tiene – o non vuole tenere – conto di parametri oggettivi.  E poi il Csm  la deve smettere di ritenersi un organo legibus solutus”.

 

Un altro sistema che pare non funzioni è il disciplinare:  le toghe non pagano per i propri errori.  “Il disciplinare è migliorato dopo la riforma del  2006 – spiega Leone, presidente   della disciplinare nella scorsa  consiliatura – ma andrebbe rivista l’efficacia delle sanzioni previste e applicate. Vanno rese più significative le conseguenze.  Ciò che  invece  non funziona, causa meccanismi lenti e farraginosi, è il sistema delle incompatibilità ambientali. Vi sono pratiche per incompatibilità che pendono anni e che si risolvono da sole con  trasferimenti e pensionamenti.  Senza dimenticare che esiste una incompatibilità, quella funzionale, che penso non sia quasi mai stata applicata. Mi spiego: se un  pm, ad esempio, vede sempre andare assolti gli imputati verso i quali ha chiesto la condanna, una misura cautelare o altro,  non è il caso di valutare per lui un ruolo diverso all’interno della magistratura?”.

 

“Terrorizzato” dall’abolizione, da gennaio 2020,  della prescrizione  (“non si possono scaricare sul cittadino le inefficienze del sistema”), Leone afferma che la riforma della giustizia deve partire dal ripensamento del potere in mano al magistrato: “Bisogna riflettere sull’autonomia e indipendenza del magistrato. La loro  esagerazione e iconizzazione può portare a una idea di impunità da parte del magistrato. Non voglio essere frainteso: il magistrato non deve creare il diritto ma deve limitarsi a interpretarlo.  La suprema Corte ha ribadito che un  giudice si può criticare sulla professionalità e sulla conoscenza del diritto. Eppure ci sono giudici che querelano chi ‘osa’ criticare! Il detto ‘chi sbaglia, paga’, non mi riferisco al risarcimento, deve valere anche per i magistrati.  Chi sbaglia volontariamente deve essere cacciato,  chi sbaglia  per incapacità… forse pure”.

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