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Giulia Ligresti e la giustizia schizofrenica

Innocente, dopo il calvario mediatico-carcerario. Le colpe del giustizialismo

3 Aprile 2019 alle 06:00

Giulia Ligresti e la giustizia schizofrenica

L'interrogatorio di Giulia Ligresti, ex presidente FONSAI in procura a Torino (foto LaPresse)

È finito il calvario mediatico-giudiziario di Giulia Ligresti, figlia secondogenita di Salvatore, l’ex re del mattone e della finanza scomparso lo scorso maggio. Lunedì la Corte d’appello di Milano l’ha assolta definitivamente dalle accuse di falso in bilancio e aggiotaggio nel caso Fonsai, revocando la pena di 2 anni e 8 mesi che lei stessa aveva patteggiato nel 2013 dopo un duro periodo di custodia cautelare in carcere, in cui perse sei chili. Venne scarcerata dopo un mese e mezzo solo in seguito a una perizia medica sui danni alla salute provocati dalla detenzione. Poi, stremata, patteggiò la pena. Il caso finì sulle prime pagine dei giornali con la pubblicazione di alcune intercettazioni telefoniche in cui l’allora ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, amica di lunga data della famiglia Ligresti, prometteva che avrebbe sensibilizzato il Dap per verificare le condizioni di salute di Giulia. Un atto umanitario su cui però si scatenarono le richieste di dimissioni del M5s e persino della parte renziana del Pd.

     

Due anni dopo, l’indagine nei confronti del ministro venne archiviata. Non basta: lo scorso ottobre, Giulia Ligresti ha dovuto trascorrere altre tre settimane in carcere, vedendosi negato un percorso di messa alla prova alternativo alla detenzione. In mezzo, le contraddizioni di una giustizia schizofrenica: il fratello Paolo assolto in primo e secondo grado per gli stessi fatti per i quali Giulia aveva patteggiato; il padre Salvatore e la sorella Jonella condannati in primo grado, prima che le sentenze fossero annullate per incompetenza territoriale, con il processo trasferito a Milano e azzerato.

  

Lunedì scorso la parola fine, almeno per Giulia, con l’assoluzione definitiva. “Finalmente dopo più di sei anni si è arrivati alla verità”, ha detto. “È stata durissima ma non ho mai smesso di lottare e di avere fiducia nella giustizia, nonostante la violenza di essere stata messa in carcere, con tutto ciò che ne consegue, da innocente. Troppo spesso, in nome della giustizia, si commette la più grande delle ingiustizie: togliere la libertà a un innocente e abbandonarlo alla gogna mediatica”. Di certo, nonostante l’assoluzione, si fa fatica a parlare di “giustizia”.

Redazione

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    04 Aprile 2019 - 10:10

    Un’altra pagina semplicemente vergognosa di un’interminabile stagione di gogna mediatico giudiziaria, volta ad incidere pesantemente sulla sorte di poveri cittadini che la Costituzione considera innocenti fino a sentenza definitiva, ma soprattutto ad incidere sulla politica. Alla fine la giustizia trionfa, si suole dire. Ma quando giunga questa fine e quel che accade ai malcapitati prima di giungere alla fine del calvario pare non importi ad alcuno. Sempre e comunque dobbiamo avere fiducia nella magistratura e negli organi di informazione che ne assecondano sempre e comunque l’operato. Osare ravvisarvi sospetti di finalità e strumentalizzazioni politiche, se non ancora reato pare di certo una bestemmia.

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  • eleonid

    03 Aprile 2019 - 07:07

    Sicuramente senza il nostro sistema giudiziario , non potrebbe esistere la nostra specie di società civile. Credo che sarebbe ancora peggio. Ma approfittarsi dell"insipienza giudiziaria che non voglio credere sia così diabolica come appare da certi epiloghi processuali è veramente doloroso per tutti , anche per chi crede che a lui non toccherà mai. Tutti possiamo sbagliare e proprio per questo la nostra giustizia prevede 3 gradi di giudizio. Ma non c'è dubbio che questa giustizia costa , e non se la può permettere se chi deve difendersi non ha le adeguate risorse finanziarie. Non è stato,credo, il caso della Ligresti , ma pur sempre rimane la necessità di un adeguata dote fisica e psicologica ,che tutti non hanno, per supportare il carcere , nel mentre continui a difenderti nei processi.

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