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Dire la verità sul caso Cucchi

Ristabilire lo stato di diritto e le regole della convivenza, non minarli

12 Ottobre 2018 alle 06:00

Il caso Cucchi, verità e non forzature

Foto LaPresse

La dolorosa vicenda che ha portato alla morte di Stefano Cucchi sembra vicina a trovare una soluzione giudiziaria. La confessione di un carabiniere, che smentendo la testimonianza resa nel primo processo ammette che c’è stato un pestaggio in caserma, sembra mettere fine alle falsificazioni e alle coperture che avevano caratterizzato per anni la vicenda e la parte iniziale del processo. Spetterà alla magistratura, ovviamente, determinare la portata dei reati e comminare le pene corrispondenti. Oltre al dolore per la perdita di una vita e per la successione di errori e insufficienze che l’hanno determinata, e per le successive e ingiustificabili manipolazioni, restano sul terreno molte macerie, che vanno rimosse senza isterie, tifoserie né strumentalizzazioni. Per il bene della verità, ma anche per rimettere sui giusti binari il dibattito spesso esasperato sui temi della legalità e della giustizia, in un paese che oscilla sempre pericolosamente tra l’invocazione da un lato di un giustizialismo muscolare (legittimato a colpire chiunque, dal “delinquente immigrato” al “drogato”) e dall’altro di un sospetto anarcoide (e populista) contro i corpi dello stato e il loro operato, che naturalmente prevede l’uso legittimo della forza.

     
La prima cosa da dire, senza remore, è che in uno stato di diritto chiunque sia sottoposto a misure restrittive ha il diritto a un rispetto assoluto della propria integrità. Se qualcuno è venuto meno a questo principio, ha sbagliato e va sanzionato. Ne va della convivenza e della democrazia. Per contro non è accettabile il tentativo – che in alcuni settori politici e informativi è una sorta di riflesso condizionato – di strumentalizzare casi come questo, screditando le istituzioni, trasformando storie come quella di Cucchi nella rappresentazione di un sistema repressivo generalizzato che non c’è. Dall’altra parte della barricata delle opinioni – e il punto su cui oggi bisogna concentrarsi è questo – non sono accettabili le pulsioni di chi sembra disposto a tollerare qualsiasi violenza giustificandola con l’esigenza di una lotta senza quartiere contro (in questo caso) le tossicodipendenze.

  

Alla politica e all’informazione spetta ora il compito di riportare equilibrio. Le colpe vanno riconosciute, così come vanno riconosciuti i comportamenti illegali. E va ricostruito il senso di una reciproca fiducia e convivenza. Senza reticenze e senza accanimenti fuorvianti. Ma ribadendo il principio fondativo dello stato di diritto: il rispetto inviolabile della vita umana.

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