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La riforma anti corruzione riaccende gli animi forcaioli anche tra i magistrati

Il daspo a vita sacrifica la rieducazione del condannato prevista dal nostro ordinamento. Dubbi anche sugli agenti sotto copertura 

9 Settembre 2018 alle 06:26

E’ ancora attuale la Costituzione italiana?

Foto LaPresse

Roma. La riforma anticorruzione riaccende gli animi forcaioli, non solo del governo Lega-M5s ma anche dei magistrati. Giovedì sera il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al disegno di legge finalizzato a rafforzare il contrasto alla corruzione e ribattezzato legge #SpazzaCorrotti. A ben vedere, sarebbe meglio definirla legge #SpazzaCostituzione, visto che molti dei provvedimenti contenuti si pongono in contrasto con la Costituzione italiana e alcuni principi basilari dello Stato di diritto. La principale misura prevista dal ddl è il daspo, vale a dire l’impossibilità di avere rapporti con la Pubblica amministrazione, e quindi di partecipare a gare, appalti o stipulare accordi con la Pa, per chi ha ricevuto una condanna superiore a 2 anni per una serie di reati (dal peculato alle varie tipologie di corruzione).

 

In realtà il divieto per i condannati per corruzione di contrattare con la pubblica amministrazione è già previsto dal nostro codice penale (articolo 32 quater), ma attualmente può essere stabilito per massimo cinque anni, non a vita. Il daspo a vita, infatti, si pone in palese contrasto con l’articolo 27 della nostra Costituzione (che gli strenui difensori della Carta costituzionale dimenticano sempre), secondo il quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. E quale rieducazione può dare lo Stato a una persona che, dopo essere stata condannata e aver espiato la pena, si vede negare a vita la possibilità di stringere accordi con la Pa? In seguito alle prime segnalazioni sulla probabile incostituzionalità della norma, il governo ha modificato il ddl, prevedendo la possibilità di ottenere la revoca del daspo in caso di riabilitazione, ma solo passati 12 anni dall’espiazione della pena. A questo periodo di tempo andrebbero poi aggiunti i tre anni previsti per ottenere la riabilitazione stessa. In totale, quindi, dovrebbero trascorrere 15 anni, un termine abnorme. Restano di conseguenza più che mai attuali i dubbi sul rispetto del principio di proporzionalità tra reato e pena, stabilito dalla Costituzione, da parte di questa norma. L’altra novità del ddl anticorruzione è l’introduzione della figura dell’agente sotto copertura, cioè di un agente delle forze dell’ordine che lavora da infiltrato per scovare un caso di corruzione. Qui la cosa meno chiara (nella testa dello stesso legislatore) è come dovrebbe funzionare questa figura, il cui uso è già previsto nell’ambito della lotta alla mafia o alle organizzazioni criminali. In quel caso, infatti, si ha a che fare con gruppi criminali, non singoli individui. Come fa un agente a infiltrarsi in una trattativa per corruzione? Va dall’imprenditore e gli dice: “Guarda posso unirmi alla corruzione che stai per compiere, per poi arrestarti?”? Senza contare che il M5s concepisce l’introduzione dell’agente sotto copertura come apripista all’ingresso nel nostro ordinamento dell’agente provocatore (previsto nell’originario programma di governo grillino), istituto che darebbe vita a uno Stato etico del tutto incompatibile con il diritto nazionale e internazionale.

 

Sull’altro fronte, quello delle toghe, lascia senza parole l’intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera da Francesco Minisci, presidente dell’Associazione nazionale magistrati. Il presidente Anm abbozza una critica alla riforma anticorruzione predisposta dal governo (“Rischia di essere inutile, i processi sono troppo lunghi”) per poi avanzare le proprie proposte di intervento da Stato di polizia: introduzione del daspo cautelare, cioè già durante la fase di indagini o dopo una sentenza solo di primo grado; estensione del divieto di contrattare con la Pa anche alle persone giuridiche (immaginiamo che un manager di una delle principali imprese private in Italia sia semplicemente indagato o condannato in primo grado per corruzione: ebbene, dal giorno dopo l’impresa perderebbe tutti gli appalti e non potrebbe più averne di nuovi!); sì all’agente sotto copertura; stop alla prescrizione dopo la condanna di primo grado (misura che non solo ci consegnerebbe processi a vita, ma non risolverebbe il problema, posto che oltre il 70% delle prescrizioni avviene prima del rinvio a giudizio); e infine divieto di aumentare le pene in secondo grado ai condannati (mai che si parli dell’eliminazione del ricorso della procura contro un’assoluzione di primo grado). Insomma, Minisci critica il ddl ma solo perché aspira alla realizzazione degli obiettivi più forcaioli espressi dal M5s. Come a dire, si potevano impiccare più in alto, questi italiani. 

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