Davigo perde follower

Ermes Antonucci

Arriva la scelta dei nuovi rappresentati togati al Csm. Gli occhi sono su Davigo. I numeri dicono che il flop è possibile

Roma. Domenica e lunedì i 9.500 magistrati italiani voteranno per l’elezione dei 16 nuovi rappresentanti togati del Consiglio superiore della magistratura e la notizia è che il candidato più atteso, l’ex pm di Mani pulite ed ex presidente dell’Anm, Piercamillo Davigo, rischia seriamente di essere bocciato dai propri colleghi e, quindi, di fare flop, nonostante la sua aura di notorietà mediatica (e politica).

 

Le toghe italiane saranno chiamate a scegliere tra 21 candidati per eleggere due magistrati della Cassazione, quattro pubblici ministeri e dieci giudici di merito. Davigo è tra i quattro candidati che si giocheranno le due poltrone in quota Cassazione (dove attualmente ricopre il ruolo di presidente della II sezione penale). Ma l’elezione per lui è tutt’altro che scontata, come si potrebbe pensare dall’esterno. Se ci sono pochi dubbi sulla nomina di Carmelo Celentano, il candidato del listone centrista di Unità per la Costituzione (Unicost) che raccoglie da tempo la maggioranza relativa dei consensi dei magistrati, la sfida di Davigo con gli altri due candidati (Loredana Miccichè di Magistratura Indipendente e Rita Sanlorenzo di Area, cioè la corrente di sinistra costituita da Magistratura democratica e Movimento per la giustizia), si giocherà probabilmente sul filo di lana.

 

Alcuni dati che circolano con insistenza in alcuni ambienti di Palazzo dei Marescialli dimostrano come Autonomia e Indipendenza (A&I), la corrente fondata da Davigo dopo l’abbandono di Magistratura Indipendente, abbia perso molti consensi da quelle elezioni di rinnovo della giunta dell’Anm che nel 2016 portarono l’ex pm a essere il candidato più votato con 1.002 preferenze. Premettendo che questo numero di preferenze sarebbe insufficiente a ottenere l’elezione in Csm (basti pensare che nel 2014 gli eletti tra i giudici di merito, Maria Rosaria San Giorgio ed Ercole Aprile, ottennero rispettivamente 2.491 e 2.184 voti), lo scenario si fa ancor più fosco se si guarda al calo di consensi registrato da A&I negli ultimi due anni. 

 

A Roma, dove svolge la sua funzione Davigo, A&I è risultata essere la corrente meno votata alle elezioni del 2016 per il rinnovo del consiglio giudiziario (113 voti, contro i 194 di Area, 196 di Mi e 349 di Unicost). La successiva presenza tambureggiante in televisione e nel dibattito politico di Davigo sembrano aver persino peggiorato la situazione. Alle elezioni del novembre scorso per il rinnovo della giunta distrettuale di Roma dell’Anm, A&I ha quasi dimezzato il consenso, scendendo a 60 voti, contro i 226 di Area, i 271 di Mi in forte ascesa, e i 296 di Unicost.

 

Le premesse, dunque, per Davigo non sono delle migliori. Come se non bastasse, non è piaciuto affatto a gran parte del mondo togato il comportamento da lui tenuto in seno all’Anm: prima ha accettato la rotazione annuale tra le varie correnti della presidenza del sindacato dei magistrati, poi ha preteso di rivestire per primo questo incarico (con grande visibilità), infine nel luglio del 2017, tre mesi dopo aver ceduto l’incarico a Eugenio Albamonte, Davigo ha annunciato in pompa magna l’abbandono della giunta con tutto il suo gruppo, in polemica con le modalità di conferimento degli incarichi direttivi da parte del Csm.

 

La campagna elettorale condotta negli ultimi mesi sembra aver persino peggiorato la situazione. Le continue bordate di Davigo contro lo stesso Csm, paragonato addirittura a Caligola per l’arbitrarietà delle nomine (delle quali però, a rigor di logica anche la corrente dell’ex pm avrebbe beneficiato fino a oggi), hanno indispettito diversi magistrati. Affermazioni orientate a rappresentare A&I come l’unica corrente lontana dalle logiche politiche, ma peraltro smentite dai fatti: la recente girandola di nomine ai vertici degli uffici ministeriali da parte del nuovo Guardasigilli, Alfonso Bonafede, ha coinvolto anche esponenti di A&I, come Giuseppe Corasaniti, nominato capo del dipartimento Affari di Giustizia.

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