Orlando replica con buoni argomenti alle critiche del Foglio. Risposta

Cosa è andato bene e cosa male sul terreno della giustizia negli ultimi anni? Le parole del ministro, la risposta del Foglio

14 Aprile 2018 alle 06:15

Orlando replica con buoni argomenti alle critiche del Foglio. Risposta

Andrea Orlando (foto LaPresse)

Al direttore - Nell’articolo pubblicato mercoledì a pag. 3 “Il tempo (politico) perso sulle carceri” vengo accusato di essere il responsabile del fallimento del tentativo di riforma del carcere, che “invece di impiegare gli ultimi mesi della legislatura appena conclusa per completare l’iter di una riforma che aveva apertamente sostenuto, li ha dedicati a una peraltro sterile campagna autolesionistica contro il segretario del suo partito”. Un’accusa, quella riportata, peraltro in un articolo che non viene firmato, che mi amareggia molto. In questa legislatura, come è facilmente dimostrabile, l’impegno finalizzato allo scopo di cambiare la filosofia dell’esecuzione della pena ha costituito uno dei miei obiettivi prioritari. Diventavo ministro della Giustizia mentre l’Italia era sottoposta a monitoraggio da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) a seguito della condanna nel procedimento Torreggiani contro l’Italia. La sentenza “pilota” obbligava il nostro paese ad agire strutturalmente per affrontare il tema del sovraffollamento carcerario e delle condizioni dei detenuti. Il duro intervento della Cedu è stato la conseguenza di una politica penale e penitenziaria che ha avuto come risultato un tasso di sovraffollamento superiore al 150 per cento e il raggiungimento nel 2010 del record storico di presenze di detenuti rinchiusi nei nostri istituti penitenziari: quasi 70.000! I numerosi interventi, sia di natura legislativa, ma soprattutto di carattere amministrativo e organizzativo portati avanti dal nostro paese per reagire alla condanna, hanno determinato la chiusura del monitoraggio da parte della Cedu e la restituzione all’Italia di migliaia di ricorsi pendenti in violazione dell’articolo tre della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ci sono voluti quasi quattro anni, anni di impegno e di battaglie politiche in Consiglio dei ministri, in Parlamento, nelle sedi europee ma anche all’interno del mio partito, in convegni e in riunioni con le rappresentanze della magistratura e dell’avvocatura, per arrivare a questo risultato. Ma alla fine sono diminuiti i detenuti, sono aumentati di oltre il 100 per cento gli ammessi a misura alternativa, sono cresciuti i posti disponibili, sono state migliorate le condizioni di detenzione e di trattamento penitenziario. La sentenza Torreggiani prescriveva al nostro paese un cambio d’approccio nelle politiche di esecuzione della pena, basato per l’appunto su un maggiore impiego delle pene alternative, sconsigliando vivamente una politica basata solamente sulla carcerizzazione. Per rispondere a questa sfida ho convocato immediatamente gli stati generali dell’esecuzione penale, un percorso innovativo di costruzione partecipata di una politica pubblica che ha coinvolto oltre duecento esperti di diversi ambiti disciplinari, i soggetti della giurisdizione e il vasto mondo del volontariato. Da questo percorso nascono i princìpi di riforma del sistema penitenziario. Per rispondere alle sue accuse mi sembra necessario fare una breve sintesi della storia dell’iter legislativo del provvedimento. Nel gennaio 2015, a soli 8 mesi dalla nascita del governo, il disegno di legge di riforma del processo penale e del sistema penitenziario iniziava il suo percorso parlamentare alla Camera, che lo approverà in prima lettura nel settembre 2015. Come è noto il ddl è rimasto arenato in commissione al Senato per quasi un anno a causa dell’ostruzionismo. Soltanto il 27 luglio 2016, tentandone l’approvazione prima dello stop estivo, arriverà in aula. Tuttavia, i veti incrociati di Ncd e di parte del Pd ne interruppero la trattazione fino al 15 settembre 2016. E poi ancora ulteriori rinvii che portarono il provvedimento a essere continuamente calendarizzato e successivamente eliminato dai lavori dell’Aula. L’approssimarsi del referendum e il timore che si trattasse di un tema troppo scomodo causarono infine un ulteriore stop. Soltanto a marzo 2017 e grazie all’apposizione della fiducia per cui a lungo mi ero battuto, il testo verrà approvato per poi andare al passaggio della definitiva approvazione della Camera a fine giugno 2017. Da quella data, in meno di cinque mesi, grazie al lavoro senza sosta delle commissioni di studio, sono stati elaborati e inviati alla presidenza del Consiglio i decreti delegati, il primo dei quali è stato approvato dal Cdm il 22 dicembre 2017 e trasmesso alle Commissioni per il parere. Anche in questo passaggio la necessità che entrasse in vigore la legge di Bilancio, al cui interno sono previste le risposte per attuare la riforma, ha prodotto un ulteriore rallentamento, per poi arrivare ai più noti e recenti fatti: la decisione di non approvare la riforma prima delle elezioni e la scelta della capigruppo di non assegnare alla commissione speciale il testo per il suo ultimo e definitivo parere.

 

Il tempo (politico) perso sulle carceri

La riforma non si farà più. Colpa del giustizialismo, sì. Ma Orlando che faceva?

 

Scelta sbagliata e rischiosa per un paese che solo da poco è uscito dal monitoraggio della Cedu, elemento che ho segnalato con preoccupazione ai due presidenti delle Camere, chiedendo una riconsiderazione della decisione. Io comprendo che il Foglio abbia pensato che fosse una ghiotta opportunità utilizzare un tema serio per esercitarsi nell’ennesimo atto di aggressione verso chi ha un’idea diversa all’interno del Pd. Ma ha sbagliato terreno, poiché le resistenze sulla riforma del processo penale e sulla riforma del carcere sono note anche al più distratto dei giornalisti. Mi dispiace che ciò venga fatto sulla pelle dei diritti dei detenuti. Non mi pare infatti che il Foglio abbia scritto granché sugli Stati generali dell’esecuzione penale, né organizzato una campagna stampa quando il Senato teneva immobile il disegno di legge per circa un anno, né una campagna per sostenere la mia battaglia affinché il governo ponesse la fiducia (richiesta che non ha avuto fortuna, se non dopo la sconfitta referendaria e il cambio di Governo), né le resistenze finali che hanno portato a non approvare il testo prima delle elezioni. Il Foglio, semplicemente, è stato più interessato alla polemica politica interna al Pd.

 

Insomma, la riforma del carcere ha avuto molti nemici, ma ha anche patito la timidezza di chi ha pensato che non fosse un tema elettoralmente conveniente. Io, come è noto, non sono stato tra questi.

 

P.S.: Al di là del fatto che non mi riconosco come il protagonista di una “sterile campagna autolesionistica contro il segretario del mio partito”, faccio notare al Foglio che l’aver condotto una battaglia politica nel mio partito non mi ha impedito di fare approvare: la legge sulla responsabilità civile dei magistrati, la riforma della custodia cautelare, gli ecoreati, la legge sul caporalato, il nuovo codice antimafia, la riforma del processo penale, la legge anticorruzione, la riforma del diritto fallimentare; non mi ha impedito di seguire l’iter della legge sulle unioni civili, il varo del processo civile telematico e gli interventi in materia di giustizia civile che hanno consentito all’Italia di abbattere arretrato e tempi medi rispettivamente del 30 per cento, e di recuperare prestigio internazionale, scalando di quasi 50 posizioni la classifica Doing Businnes nel parametro che misura l’efficienza dei sistemi giudiziari. Sono soltanto alcuni esempi di un impegno dedicato alle riforme della giustizia che ha costituito ben un terzo dell’intera attività legislativa di questa legislatura.

Andrea Orlando, ministro della Giustizia

Caro ministro, la sua lettera è bella, direi persino convincente, e ci porta a riflettere su alcune questioni sulle quali crediamo sia corretto esprimersi. Restiamo convinti che sia stato un errore per questo governo, e anche per il suo ministero, non essere riusciti a fare anche l’impossibile per approvare una riforma come quella dell’ordinamento penitenziario – ovvero estendere il ricorso alle misure alternative e l’accesso ai benefici penitenziari – che l’Italia aspetta dal 1975. E’ stato un errore non ricordare che quella riforma, se è stata a un soffio dall’essere approvata, è per merito suo ma crediamo anche che nel corso dei suoi anni alla guida della giustizia italiana ci siano state alcune occasioni perse sulle quali la invitiamo a una riflessione. Molte delle riforme elencate da lei nella lettera hanno aiutato l’Italia a essere un paese meno ingiusto rispetto a cinque anni fa ed è incoraggiante (dati 2017) che il numero di nuove cause (1,75 milioni) sia in linea con gli altri paesi dell’Unione Europea e che da questo punto di vista i tribunali italiani siano tra i più efficienti in Europa nel rapporto tra cause avviate e risolte (secondo il rapporto Ambrosetti 2017 il totale delle cause pendenti in Italia è sceso dai 5,9 milioni del 2009 ai 4,4 milioni del 2016). In una buona valutazione dei suoi anni da ministro non si può però non ricordare che gli sforzi fatti per migliorare il sistema della giustizia italiana sono stati in gran parte necessari ma, almeno su questo terreno, non del tutto sufficienti. Se pensiamo, per esempio, che in 82 tribunali su 140 una causa su cinque ha più di tre anni, oltre la “durata ragionevole” della famosa legge Pinto. Che ci vogliono ancora più di otto anni per avere una sentenza in Cassazione e 530 giorni per un giudizio civile in primo grado (la media Ue è di 237 giorni). Sulle questioni di merito la direzione data dal suo ministero negli ultimi quattro anni sulla giustizia è stata una direzione in larga parte corretta (con idee trasversali non schiacciate dall’ideologia progressista, spesso in continuità quantomeno sul tema delle carceri con le linee offerte tra il 2011 e il 2013 dal ministro Paola Severino, e con idee giuste sul fronte del processo penale, con l’imposizione al pm di concludere l’indagine entro un termine stabilito, sul fronte della riforma delle intercettazioni, che affronta per la prima volta la questione della segretezza di quelle irrilevanti, individuando anche il pm come responsabile delle fughe di notizie). Ma ci consenta di ricordarle che fare una riforma non significa necessariamente fare una buona riforma e tra le tante riforme da lei elencate (non parleremo delle riforme non fatte, dalla separazione delle carriere alla riforma del Csm, perché l’elenco, converrà, sarebbe troppo lungo) ce ne sono almeno due importanti che ci sembra abbiano avuto il demerito di lisciare il pelo al populismo. Due su tutte: il codice antimafia e la legge sugli ecoreati (in complicità questa con il ministero dell’Ambiente). In entrambi i casi si è scelto di offrire alla magistratura nuovi strumenti per poter decidere in modo del tutto discrezionale su temi sui quali sarebbe giusto avere più punti di equilibrio. Aver scelto di estendere alla corruzione una serie di parametri pensati appositamente per una fattispecie diversa di reato e aver scelto di delegare quasi interamente alla magistratura la definizione di ciò che può essere definito un delitto contro l’ambiente sono due normative che hanno contribuito non a combattere ma ad avallare il più pericoloso tra i cattivi istinti giudiziari che esistono nel nostro paese: la codificazione della cultura del sospetto. E mentre lo scriviamo sappiamo però perfettamente quale potrebbe essere la sua controreplica: se durante i miei anni al ministero sono maturate leggi che non hanno combattuto fino in fondo la cultura del sospetto non sapete cosa vi potrà attendere nei prossimi anni se il movimento 5 stelle e la Lega andranno al governo. E questa, purtroppo, è tutta un’altra storia. Un caro saluto e buon lavoro.

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