Marcello Dell'Utri (foto LaPresse)

Dell'Utri e la riscrittura della storia

Giuliano Ferrara

Le ovvie ragioni di umanità per cui l'ex senatore, che in carcere non ci dovrebbe proprio stare, dovrebbe ottenere almeno i domiciliari

Le amicizie palermitane di Marcello Dell’Utri, la sua bibliofilia compulsiva, qualche altra scelta personale e professionale, ecco, ci sono cose che uno preferirebbe dimenticare. Succede anche nelle storie di frequentazione e amicizia più chiare, e chissà quante cose Marcello vorrebbe dimenticare, e magari giustamente, di tanti suoi amici e anche del sottoscritto. Ma la condanna per concorso esterno in mafia è un’ingiustizia, non si regge, e non si regge mai e nemmeno nel suo caso specifico, perché è diffusa la convinzione che quel reato sia farlocco, impossibile da dimostrare in dibattimento, malamente formulato e intinto nella quasi totalità dei casi di veleno politico. Non parliamo poi della leggenda nera del braccio destro che sarebbe stato, lui e non Milano 2, lui e non “Drive In” e “Dallas”, all’origine delle fortune dell’uomo nero della politica e dell’immaginazione italiane, che è la sostanza della vicenda giudiziaria di questo detenuto speciale, perché non c’è malattia, vecchiaia, ragionevole presunzione di devastazione incompatibile con la detenzione in carcere, che tenga. Vittorio Mangano, e tutto è detto. Eppure a metà degli anni Settanta, oltre quarant’anni fa e in un paese così diverso, non era affatto irragionevole che un amico palermitano de panza, un amico di gioventù coraggioso a suo modo e noncurante, e collaboratore, procurasse un tipo malamente per proteggere dal pericolo di rapimento i figli di un nuovo ricco e potente nella Milano d’allora. E la gratitudine per quell’uomo deceduto, espressa da Dell’Utri e da Berlusconi, non era una scappellata al boss, come hanno voluto far credere i soliti noti, con ogni evidenza era un ringraziamento per non essersi lui aggiunto, ché sarebbe venuta benissimo la sceneggiata, al corteggio dei pentiti o collaboratori di giustizia che hanno detto tutto e il contrario di tutto, spesso, per salvare la ghirba e fare i postmafiosi con la reputazione degli altri. Un eroe in quel senso, ecco, dal punto di vista di coloro che non sono stati colpiti da deposizioni a tradimento, in senso personale e politico.

 

Accanirsi su Dell’Utri è impresa facile, per via della leggenda nera, della assurda fuga in Libano dopo la condanna, per via dell’intreccio di errori nella difesa, a partire dalla prima deposizione in giudizio istruttorio, che ha portato quest’uomo a suo modo scaltro e ingenuo a farsi fottere, com’era chiaramente nelle intenzioni di magistrati dell’antimafia chiodata e politicizzata d’antan, e di oggi. Sta di fatto che mentre Salvatore Cuffaro, un altro che ha fatto sette anni di carcere ingiusto e si è sputtanato da solo per tre gentili guantiere di cannoli servite con la faccia larga del vasa vasa, comportamento irresponsabile per certuni, ha curato una sua buona invidiabile salute e ha retto, Dell’Utri non ce la fa, ha un tumore, è cardiopatico, e dovrebbe andare ai domiciliari, quanto meno, per ovvie ragioni di umanità. Per non parlare del fatto che in galera non dovrebbe proprio starci, come appena detto con sicurezza morale assoluta. Ma accanirsi è una qualità quasi innata in situazioni del genere, alla vigilia di elezioni politiche, con il boss, unico vero boss di Marcello, che avanza nelle sue prestazioni quasi incredibili dentro un processo riabilitativo di tipo giudiziario, europeo, e politico, nazionale, dopo aver determinato con le sue libere scelte, dimissioni impeccabili e varo del governo Monti a parte, il governo dei tre anni che ha smosso il paese in continuità con la sua linea, e oltre, diciamolo, sotto la vigilanza istituzionale di Giorgio Napolitano. 

 

Va’ a spiegare alle prime vittime della leggenda nera, i giornalisti stranieri, e un’opinione pubblica imbambolata e come stregata dalle storie di mafia, che nella faccenda di questo palermitano intraprendente non c’è succo di Cosa Nostra. Quelli sono alla ricerca nei musei di quattro righe di Giovanni Falcone da una deposizione del pentito Mannoia che possano inchiodare al nulla, e Falcone quando c’era di mezzo il nulla nullificava la calunnia, gli oggetti del loro odio teologico-politico. La riscrittura della storia dell’ultimo mezzo secolo, a partire appunto dagli anni Settanta, è la loro specialità, ci hanno costruito su carriere e profili di integerrima onestà, è roba forte, che rassicura e perfino per quelli in buona fede, rari, dà conforto. C’è da sperare che Marcello Dell’Utri non tragga conseguenze depressive e autolesionistiche da quanto gli è accaduto, cioè qualcosa di grossolanamente tragico, che la condizione penale del palermitano amico e collaboratore di un potente o ex potente invidiato e aborrito non meritava e non merita. Non sarebbe una tragedia solo per lui e per i suoi.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.