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Un'altra P2 inventata

Dopo “Toghe lucane” di De Magistris, crolla anche “Toghe lucane bis”. Mai esistita la “loggia” anti Woodcock

Luciano Capone

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capone@ilfoglio.it

2 Novembre 2017 alle 06:00

Un'altra P2 inventata

Henry John Woodcock al teatro Verdi di Firenze

Il processo “Toghe lucane bis” è finto come l’inchiesta “Toghe lucane”, con una débâcle del teorema dell’accusa. Nessuna loggia segreta, nessuna associazione a delinquere, nessun complotto di magistrati ed ex 007 contro Henry John Woodcock e altri magistrati. Tutti e dieci gli imputati sono stati assolti dalle accuse più gravi. Resta solo una condanna a 1 anno e 8 mesi per corruzione all’ex sostituto procuratore generale di Potenza Gaetano Bonomi, ipotetico capo della presunta cupola, per aver ricevuto da un imprenditore, anch’egli condannato, un soggiorno in un albergo (costo 250 euro) in cambio di un interessamento. Ma si tratta di un evento marginale, rispetto all’enorme impalcatura della procura demolita dalla sentenza del tribunale di Catanzaro.

    

Per capire la genesi e l’esito di questo processo – conclusosi in primo grado dopo 8 anni, oltre 52 udienze e 250 mila pagine di carte prodotte – bisogna partire dalla prima “Toghe lucane”. Si tratta di una delle clamorose inchieste di Luigi De Magistris: nel 2007, l’allora pm di Catanzaro ipotizza l’esistenza in Basilicata di un “comitato d’affari” composto da magistrati, politici, imprenditori e uomini delle istituzioni, colpevoli di una lunga sfilza di reati. Tra gli indagati ci sono nomi eccellenti come l’allora sottosegretario del governo Prodi Filippo Bubbico, l’ex membro del Csm e senatore di An Nicola Buccico, l’ex presidente della regione Vito De Filippo, cinque magistrati tra cui l’ex procuratore generale di Potenza Vincenzo Tufano e Gaetano Bonomi. Alla chiusura delle indagini di De Magistris, che per le anomalie dell’indagine viene trasferito dal Csm, si contano una trentina d’indagati. Ma l’inchiesta, durata diversi anni, non arriva neppure al dibattimento. E’ lo stesso pm che eredita il fascicolo di De Magistris a chiedere l’archiviazione per tutti, decisione confermata nel 2011 dal gup per l’“impianto accusatorio lacunoso” e per la mancanza di “un qualunque accordo criminoso”. Nessuna “cupola”, nessun comitato d’affari. Non c’è bisogno del dibattimento: inchiesta abbattuta e tutti archiviati.

     

Il metodo Woodcock

Intercettazioni a strascico. Detenzioni spericolate. Carriere distrutte. Il caso Consip è solo la fine di un lungo viaggio. Sono almeno trecento le persone finite nel tritacarne mediatico sollevato dalle inchieste del pm più famoso d’Italia. Cosa succede quando la giustizia diventa un teorema

  

Dalle macerie del castello di De Magistis, l’allora pm di Catanzaro Giuseppe Borrelli – ora magistrato alla Dda di Napoli insieme a Woodcock – edifica una nuova inchiesta che architettonicamente sembra una costruzione di Escher: imputazioni che rimandano ad altre imputazioni, che si reggono sul presupposto che ognuna si poggi sull’altra, senza che però nessuna si tenga in piedi da sola. Una cosa a metà tra un labirinto chiuso e un castello di carte sospeso in aria. In pratica “Toghe Lucane bis” ipotizza l’esistenza di un’associazione segreta e di un’associazione a delinquere, composta da magistrati e sottufficiali al cui vertice ci sarebbe l’ex sostituto procuratore generale Bonomi, che raccoglie informazioni e prepara dossier e calunnie contro altri magistrati come Woodcock, ingiustamente accusato attraverso esposti anonimi di aver rivelato notizie segrete a giornalisti come Michele Santoro e Federica Sciarelli. La presunta associazione descritta dalla stampa come una loggia massonica – che Bonomi ha definito ironicamente “PPE, Propaganda Potenza Est perché mi dà fastidio mettermi in coda alla P2, P3, P4 ...” – viene accusata dal pm Borrelli di violazione della legge Anselmi, quella nata dopo lo scandalo della P2 di Licio Gelli, imputazione che a differenza di altri reati consente di utilizzare strumenti di indagine intrusivi come le intercettazioni telefoniche e ambientali.

     

Questa complessa struttura accusatoria è stata demolita: non c’era mai stata una P2 anti Woodcock che aveva lo scopo di paralizzare l’attività della procura di Potenza. Un’accusa che fa sorridere, vista la frizzante e rigogliosa attività investigativa della procura lucana in quegli anni, dal “Vipgate” al “Savoiagate” passando per “Vallettopoli” e altro. Ma è anche per questo, e alla luce di quanto sta accadendo negli ultimi tempi in altre inchieste, che va letta la genesi delle inchieste “Toghe lucane”: uno scontro tra la Procura generale e la Procura sul controllo dell’operato dei magistrati. Il procuratore generale Vincenzo Tufano, prosciolto in entrambe le “Toghe lucane”, è colui che aveva criticato la spettacolarizzazione delle inchieste, un uso quasi privatistico della polizia giudiziaria e l’eccesso di intercettazioni: “La procura di Potenza – disse Tufano nell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2007 – in tre anni ha fatto intercettazioni per una durata di oltre 129 anni e per un costo di 6.388.315 euro, 5.830 euro al giorno”. Facile intuire a chi si riferisse.

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