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A 25 anni dalla morte di Moroni non c'è bisogno di Di Pietro per capire i danni di Mani Pulite

L'ex pm avrebbe fatto autocritica sull'inchiesta. Ma se proprio vuole, promuova la separazione delle carriere o magari spieghi come certo uso dell’odio sia divenuto moneta corrente per le giovani generazioni

27 Settembre 2017 alle 13:55

A 25 anni dalla morte di Moroni non c'è bisogno di Di Pietro per capire i danni di Mani Pulite

Antonio Di Pietro ai tempi dell'inchiesta Mani Pulite (foto LaPresse)

La notizia sembra questa: che Antonio Di Pietro avrebbe svolto un’autocritica su Mani Pulite. Più in particolare, ha affermato di aver capito, a 67 anni, che “...ho fatto una politica sulla paura...la paura delle manette...la paura del, diciamo così, ‘sono tutti criminali’, la paura che chi non la pensa come me sia un delinquente”. E poi aggiungendo: “...con l’inchiesta Mani Pulite, si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima Repubblica: il male, e ce n’era tanto con la corruzione, ma anche le idee, perché sono nati i cosiddetti partiti personali”.

 

Mani Pulite, e la sua critica storico-sistemica accompagnano alcuni, pochi, convinti dubbiosi, da molti anni: perciò, per costoro, nessuno stupore. Critica ai suoi presupposti: la deliberata indistinzione fra piano individuale, il delitto; e piano generale, il finanziamento dei partiti di massa in un contesto internazionale parabellico. Critica, soprattutto, al suo svolgimento, che è diventato la sua più durevole conseguenza: la strumentale soppressione, per deformazione, del processo penale. E senza processo penale, non ci può essere democrazia, ovviamente.

E’ ovvio che la “Rivoluzione Italiana” sia stato questo. E nemmeno stupisce l’allocuzione del Nostro: che di uscite apparentemente sorprendenti, e irrelate le une alle altre, ha costellato il suo profilo pubblico.

 

Le parole su una qualsivoglia causa (qui, Mani Pulite) svaniscono nell’irrisorio, quando non ricevano nerbo e autorità da un’azione sulle conseguenze (qui, lo svuotamento democratico della Repubblica Italiana). Caso vuole che in questi giorni sia venuto il XXV anniversario di un certo fatto. Così ci capiamo.

Fu invece un fatto esplicativo, quello: non solo per lo specifico modo in cui cadde sulla vita civile della comunità nazionale. Ma perché svelò un Catone Uticense del nostro tempo: che seppe fissare, lucidamente, la portata di Mani Pulite sulla democrazia italiana. In corso d’opera. Con orgoglio tragico levò la sua voce contro quegli infausti fasti, intessendo la sua parola di umana verità, di suprema verità.

 

A capo chino, volgiamoci alla sua memoria: “...quando la parola è flessibile, non resta che il gesto. Mi auguro solo che questo possa contribuire a una riflessione più seria e più giusta, a scelte e decisioni di una democrazia matura che deve tutelarsi. Mi auguro soprattutto che possa servire a evitare che altri, nelle mie stesse condizioni, abbiano a patire le sofferenze morali che ho vissuto in queste settimane, a evitare processi sommari (in piazza o in televisione), che trasformano un’informazione di garanzia in una preventiva sentenza di condanna. Con stima. Sergio Moroni”.

 

Era il 2 Settembre di venticinque anni fa. Scriveva al Presidente della Camera, Giorgio Napolitano. Il “gesto”, come si ricorderà, prese la forma di un colpo di carabina con cui il deputato socialista si uccise: “l’atto conclusivo di porre fine alla mia vita”, nelle sue parole. Fu trovato la sera, riverso nella cantina della sua casa di Brescia. Aveva 45 anni.

Venne affermato che poteva averlo fatto per la vergogna. Oppure perché aveva un tumore. Il tumore fu smentito il giorno dopo dal fratello, con mesta nettezza. Sulla vergogna, su chi e perché, se ne potrebbe ancora discutere. Giustappunto.

Era Segretario regionale lombardo del Partito, e membro della Direzione Nazionale. Poco prima aveva ricevuto due avvisi di garanzia, per “tangenti”, come recava il “gergo originario” di Mani Pulite. Ancora nessun atto d’indagine nei suoi confronti: allora occorreva l’autorizzazione a procedere. A quel modo, la concesse lui: poiché aveva esordito scrivendo, in un empito di tragico sarcasmo, che “l’atto conclusivo” serviva, in primo luogo, a “lasciare il mio seggio in Parlamento”.

 

Nell’Ottobre dell’anno dopo, anche la democrazia parlamentare compiva il suo “atto conclusivo”: firmando una resa senza condizioni. Con la Legge costituzionale n. 3 del 29 Ottobre 1993, fu abrogata l’autorizzazione a procedere. Tuttavia, la tragedia fu più sfumata: perché quei Deputati e Senatori non disposero di un bene proprio, ma delle libertà costituzionali della Repubblica e, in relazione diretta, di ogni suo cittadino; da quel giorno in poi, e in un crescendo tuttora in atto, divenuto suddito di un Apparato burocratico sovraordinato ad ogni altra istituzione.

 

Da quel Settembre 1992, molto diritto è passato al macero; molte vite si sono spente. E Sergio Moroni l’aveva previsto. “E’ indubbio che stiamo vivendo un cambiamento radicale sul modo di essere nel nostro Paese, della sua democrazia, delle istituzioni che ne sono espressione.” Era leale, Sergio Moroni: “Mi rendo conto che spesso non è facile la distinzione tra quanti hanno accettato di adeguarsi a procedure legalmente scorrette in una logica di partito, e quanti invece ne hanno fatto strumento di interessi personali. Rimane comunque la necessità di distinguere...”.

Per deliberata scelta di taluni, è noto, non si volle distinguere. Si scelsero le monetine contundenti, autentica effigie fondativa di quella svolta autoritaria: “Non credo che questo nostro Paese costruirà il futuro che merita coltivando un clima da ‘pogrom’ nei confronti della classe politica...”.

 

No. Infatti. Nel crescente disprezzo verso quanti coltivarono e coltivano la necessità di distinguere, il Paese, nelle turbe, come dalle cattedre dell’Apparato, da allora, si è dato a ricostruire il suo passato più buio: per la convivenza civile, per la conoscenza, per la libertà personale.

E non c’era davvero bisogno di Antonio Di Pietro per scoprirlo. Se proprio vuole, promuova la separazione delle carriere, fra magistrati che accusano e magistrati che giudicano; o spieghi come, secondo lui (ricordando fatti, persone, luoghi, atti, però), certe centrali di propaganda sono sorte, come e perché si sono alimentate; come certo uso dell’odio sia divenuto moneta corrente per le giovani generazioni; come il Parlamento sia divenuta un’istituzione non più libera; e altro ancora, che più o meno ogni coscienza libera sa essere materia per il “Libro Proibito” della Seconda Repubblica.

Oppure, confidi nell’oblìo.

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Commenti all'articolo

  • romamor

    27 Settembre 2017 - 19:07

    Dionisio o Dionigi tiranno di Siracusa. Quando la parola è flebile, scriveva il compagno Maroni, alludeva non solo alla sua di parola, ma alla parola della politica che, vigliaccamente, si lasciò ammutolire dalla persecuzione della magistratura e dalla compiacenza di esponenti politici "dabbene" del calibro di Bossi, Fini, Occhetto e "pace all'anima sua" Oscar Luigi Scalfaro ......

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  • luigi.desa

    27 Settembre 2017 - 16:04

    Mattia Feltri sul Il Foglio raccontò nei dettagli il Termidoro messo in atto dal pool della procura di Milano con mani pulite . Fecero strame di molti articoli del codice penale e di procedura penale,ma come si sa in Italia i magistrati oltre che autonomi e indipendenti sono anche irresponsabili giuridicamente delle loro azioni e a volte sono anche irresponsabili nei comportamenti. La resipiscenza di Di Pietro non vale nulla è ancora protagonismo e menzogna.Mala tempora è un eufemismo ,è la radice quadra di una situazione incancrenita guardando allo strapotere sovra costituzionale delle toghe e con la incostituzionale Anm, associazione costituita dai i membri dell'ordine giudiziario che giurano fedeltà alla repubblica ma pare che spesso dimentichino il giuramento. Il futuro è ancor più nero. 2miliardi e mezzo spesi in intercettazioni in Italia altro che Grande fratello ,Orecchio di Dioniso .Per la storia Dioniso era un feroce spietato tiranno. Anche lui portava la toga, bianca.

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