cerca

girodiruota

Il tempo giusto è una strada in salita

L'unico rimpianto “è quello di non aver applicato la cosa migliore che mi ha insegnato la bicicletta: prendere il tempo a ciò che ti gira attorno”. Il nuovo Harm Vanhoucke, nel nome di Bjorg Lambrecht

19 Febbraio 2020 alle 18:26

Il tempo giusto è una strada in salita

Foto tratta dal profilo Twitter @sportwereld_be

Arrampicarsi su di una montagna in bicicletta non è solo una questione di gambe. È tutto un gioco di denti stretti, volontà di soffrire, propensione a non mollare. Soprattutto capacità di immaginarsi un mondo migliore. O forse di comprendere che non c'è nulla di meglio di quello che stai facendo. “Perché nessuno ti ha obbligato. Se pedali è perché hai scelto di farlo. E se continui è perché in fondo sai che questo è la cosa migliore che ti è capitata”, raccontò Raymond Poulidor prima del via del Tour de France del 2000.

 

Arrampicarsi su di una montagna in bicicletta può essere un passatempo, può essere una passione, può essere una missione. A volte è la cosa che viene meglio. “Mi è sempre venuto facile. Non è mai stato un problema per me la salita. I problemi sono arrivati dopo, quando ti accorgi che a qualcuno viene più facile rispetto a te”. Harm Vanhoucke il richiamo delle montagne lo ha sentito sin da piccolo. Era un'eco lontana, appena percettibile, ma ne era rimasto affascinato. “In Belgio ci sono tanti strappi, ma nessuna salita. Forse anche per questo che ne ho subito il fascino”, ha detto al Het Laatste Nieuws nella primavera del 2018, quando la Lotto-Soudal gli aveva offerto un contratto di praticantato, un primo passo verso il mondo del professionismo.

 

Le montagne le aveva scoperte alla televisione, vedendo il Giro d'Italia e il Tour de France. Poi nel 2015, in Austria, al Oberösterreich Juniorenrundfahrt, le incontrò finalmente in corsa. Commentò con semplicità: “Non pensavo potessero essere davvero così belle”. Finì terzo nella classifica generale dietro a Pavel Sivakov e Bjorg Lambrecht, il rivale e amico di sempre.

 

Lambrecht passò tra i professionisti a inizio del 2018, Vanhoucke tra i grandi debuttò invece il sette settembre al Grand Prix Cycliste de Québec. Sognavano un futuro di sfide, di scatti e controscatti, di vittorie. Non andò così. Bjorg morì al Giro di Polonia il cinque ottobre 2019 lasciando così Harm a sognare da solo.

  

 

Harm era con lui quel giorno. Nello stesso gruppo, con la stessa maglia, un destino diverso però. “Non ho mai avuto problemi a riconoscere che era migliore di me. Lo era sulle salite ripide e sugli strappi più corti che sembravano fatti apposta per le sue caratteristiche, per i suoi scatti. Sono sempre stato convinto di una cosa: avrebbe vinto molto più di me”, disse al Wielerflits. Vanhoucke è uomo da grandi cime, da montagne lunghe, uno che ha bisogno di strada, di fatica, di alte quote per carburare al meglio. O almeno, così sembrava, così doveva essere. Sicuramente così ancora non è stato.

 

Vanhoucke ha passato un 2019 disperso nella pancia del gruppo. Nascosto in una normalità che non gli è mai troppo appartenuta. Perché se a diciannove anni conquisti un Piccolo Giro di Lombardia e una Flèche Ardennaise, te la giochi con ragazzi di due anni d'esperienza in più le prime posizioni sulle montagne del Tour de l'Avenir, e a venti ti lasci dietro molti dei migliori talenti della tua generazione è ovvio che non sei uno dei tanti.

  

Non sempre però le cose vanno come uno le immagina. “Qualcosa non è andato? No. Ogni tanto uno dovrebbe capire che è meglio seguire i suoi tempi piuttosto che rincorrere quelli degli altri”, ha detto al Het Nieuwsblad. Vanhoucke l'ha capito un po' in ritardo: “Avevo bisogno di tempo per adattarmi alla nuova categoria. A pensarci bene probabilmente avrei dovuto rimanere una stagione in più tra gli under. Sono passato nell'estate del 2018. Ho seguito l'ambizione, ho perso molto tempo”. L'unico rimpianto “è quello di non aver applicato la cosa migliore che mi ha insegnato la bicicletta, ossia la facoltà di gestire il proprio tempo, di prendere il tempo a ciò che ti gira attorno”.

  

Harm l'ha compreso pochi giorni prima dell'avvio della Vuelta dell'anno scorso, quando prese il posto dell'amico di una vita non c'era più. L'ha applicato quest'inverno, quando ha smesso di inseguire gli altri per andare al passo di se stesso. Oggi alla Vuelta a Andalucia Vanhoucke ha applicato tutto ciò che ha imparato. Non ha inseguito gli altri, ha messo sui pedali ciò che aveva a suo modo. Si è staccato, ha recuperato, ha superato decine di corridori, è rientrato, si è piazzato nono a poco più di un minuto da Jakob Fuglsang.

 

L'idea di non essere adatto a fare il corridore sembra essere sfumata. Il suo futuro è meno fosco, ha iniziato a prendere una fisionomia diversa, ha preso le sembianze di Bjorg: “Ora ho una grande motivazione in più: vincere una tappa in montagna e puntare verso il cielo al traguardo, direzione Bjorg. Da lì lui scatenerà la musica attraverso le nuvole. Con il suo caratteristico sorriso: lo ricorderò per sempre”.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi