Fausto Coppi e Riccardo Filippi al Trofeo Baracchi del 1953 (foto tratta da Wikipedia)

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Quando il 4 novembre era il giorno del Trofeo Baracchi

Giovanni Battistuzzi

Era l'Epifania della stagione, la corsa che tutte le altre corse portava via. Era un residuato del ciclistico pionieristico, la cronocoppie. Era una stramberia unica e inimitabile

Il 26 ottobre 1991 Tony Rominger scese dalla bicicletta, salutò il pubblico di Bergamo con un sorriso, si guardò attorno, notò un'assenza. Non quella del suo direttore sportivo della Toshiba che l'aveva visto sfrecciare a oltre quarantasette all'ora per i sessantaquattro chilometri della corsa a cronometro. Non quella del direttore di corsa che si complimentava con lui per il successo. E neppure quella del pubblico che dalle tribunette di tubi Innocenti lo applaudiva. Guardò chi non c'era. Il compagno di viaggio e di fatica che con lui non era mai partito. Sorrise amaro. E chi gli chiese della corsa rispose che era contento, perché quando si vince lo si è sempre, ma che "correre una corsa del genere da solo è un peccato. Il prossimo anno spero si possa ritornare al vecchio regolamento". Le speranze dello svizzero rimasero deluse. Non solo non si ritornò al "vecchio regolamento", la corsa saltò, sparì, non venne più disputata. Il 26 ottobre 1991 andò in scena il canto del cigno del Trofeo Baracchi.

 

Rominger quel giorno avrebbe voluto festeggiare con qualcuno la sua vittoria. Perché il Trofeo Baracchi era condivisione, avventura a due, passo doppio, ballo di coppia. Era stramberia e unicità. Un po' per stravaganza di chi gli diede i natali, quel Giacomo Baracchi, detto Mino, che sosteneva che "cose vanno fatte bene, ma soprattutto a modo proprio perché altrimenti vengono a noia" e che per oltre trent'anni cercò di rinnovare la sua Bergamo con l'idea, un po' estemporanea, di farla diventare la capitale sportiva d'Italia. Un po' per pietas cristiana nei confronti degli atleti: "Diceva mio padre, grande appassionato di ciclismo (e a cui la corsa era dedicata, ndr), che questo era uno sport di fatica grama e solitaria. E allora io ho pensato di raddoppiarla per dimezzarla". Soprattutto per spirito solidaristico, perché il Baracchi del ciclismo era l'Epifania, quella che tutte le corse porta via, il saluto finale all'annata ciclistica e in certe occasioni "è meglio avere qualcuno al fianco per non pensare a quello che è stato e immaginare il riposo che ci sarà".

 

Un finale di stagione novembrino, almeno nell'epoca d'oro del Trofeo, quella che unisce gli anni Cinquanta agli anni Settanta, Bergamo a Milano, Coppi e Bartali a Gimondi e Merckx. Perché il Baracchi si correva o il giorno dei Santi o il giorno dell'Unità Nazionale, ché "il Baracchi è unione", ma soprattutto, "c'è più gente e i giornalisti hanno meno da scrivere del resto e più della corsa". Perché il Baracchi è la Cassazione, "l'ultimo grado di giudizio". E così a Bergamo si ritrovavano (quasi) sempre i più forti: un'ultima corsa, un'ultima bevuta e tanti saluti: "Alla Sanremo".

 

Non sempre però i più forti vincevano. Perché "è un casino il Baracchi, un salto nel buio", raccontò Jacques Anquetil nel 1959. Il francese, in coppia con André Darrigade finì terzo a quasi cinque minuti da Ercole Baldini, già in fase calante della carriera, e Aldo Moser, nonostante fosse partito con i favori del pronostico. Jacques aveva appena vinto le due più importanti corse a cronometro internazionali, il Trofeo Tendicollo Universal e il Gran Premio Campari-Lugano, mentre André aveva conquistato i Mondiali a Zandvoort (Olanda). Erano potenzialmente imbattibili, ma il potenzialmente non fa mai storia al Baracchi. Perché, raccontò Fausto Coppi, "questa è una corsa che necessità abilità non solo di gamba, soprattutto di testa, serve giocare con il bilancino". Perché, raccontò Louison Bobet, "il Baracchi è una formula magica, la puoi imbroccare alla prima occasione o non indovinare mai". Perché, raccontò Meo Venturelli, "il Baracchi è uno scherzo del destino, ti finisce sulla collottola a seconda di quanto al Mino gli piace divertirsi". Perché al Trofeo Baracchi ci finivi solo se Mino voleva e ci partivi con chi Mino decideva di farti partire. Anche se poi tutto era molto meno dittatoriale, ma a lui piaceva far pensare questo. E mai si andava sotto i cento chilometri, perché "già corrono in coppia, che almeno se la sudino la coppa".

  


Jacques Anquetil e Louison Bobet al termine del Trofeo Baracchi del 1954 (foto LaPresse)


  

Ed era una sudata di grandi firme e strane coppie. Gino Bartali e Ferdi Kübler che perdono contro Fiorenzo Magni e Pipaza Minardi. 1951. Il meglio che la Svizzera aveva da offrire, Ferdi Kübler e Hugo Koblet, che si arrende al meglio che la Francia aveva da offrire Jacques Anquetil e Louison Bobet, entrambe però regolati dal meglio che il ciclismo aveva da offrire, ossia l'Airone e la sua migliore ombra: Fausto Coppi e Riccardo Filippi. 1954. La coppia dei grandi avversari nelle corse a tappe francesi, Jacques Anquetil e Raymond Poulidor, beffati per nove secondi da una coppia di corridori da plotone, ma "capaci di vicendevole soccorso e di sapiente gestione del passo", commentò il Corriere: Joseph Velly e Joseph Novales. 1963. I fratelli Gösta e Tomas Pettersson, che battono i nemici giurati Ole Ritter e Leif Mortensen. 1970. I rivali incompatibili Francesco Moser e Giuseppe Saronni che uniscono le forze e danno due minuti (almeno) a tutti gli altri. 1979.

 

 

Il Baracchi non c'è più. E pure le cronocoppie sono estinte. Strano che gli animalisti non abbiano ancora protestato. Perché il Baracchi, raccontò Jean Stablinski, "è corsa per bestie rare, animali da competizione a tal punto da riuscire addirittura ad allearsi col più acerrimo rivale pur di vincere".

 

Il Baracchi non c'è più. E da tempo. Un po' se lo sono dimenticati. Un po' non lo rimpiangono neppure, ché tanto era una cronometro e per di più a coppie, esibizione ciclistica ormai blasfema in un ciclismo che la considera discriminatoria e male letale per gli scalatori. Epperò ritorna nella bruma novembrina, nella nebbiolina che sale dai campi, nella pioggia che scende dal cielo in quella festa sparita (nel 1974) che celebrava la fine della Grande Guerra. È il 4 novembre, si mangiavano le castagne col vino novello mentre alla radio si parlava del Baracchi.

 


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