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Inizia il Tour de France e tutti speriamo di vedere Godot

Chi aspettano Vladimir ed Estragon? “Un ciclista, soltanto un ciclista”. L’attesa nel capolavoro di Beckett è la stessa che provano gli appassionati a bordo strada

6 Luglio 2019 alle 06:08

Se ne stava seduto su di una poltrona in pelle mentre la colonna di fumo che saliva dalla sigaretta lambiva gli incavi profondi della sua faccia. Aveva appena detto all’intervistatore che trovava conforto nelle sue rughe, ma quello non aveva ritenuto di approfondire la questione. E così i suoi occhi azzurri vagavano alla ricerca di qualcosa fuori della stanza, tra i rami sgombri di vita che facevano cucù dalla finestra, scossi dal vento freddo che rabbrividiva Parigi da nord. Stava solo aspettando quella domanda, la solita. Non poteva non esserci, non sarebbe stata una vera intervista. Si ricordava ancora di quando aveva scommesso con Boris Vian che avrebbe risposto a quel quesito almeno trenta volte in un anno. Aveva vinto una cassa di vino. E infatti arrivò anche quella volta. “Nelle sue opere c’è un forte senso dell’assenza che richiama una necessità, quella di avere qualcosa in cui credere, sia Dio o qualsiasi cos’altro. Ma chi è davvero Godot?”. L’intervistatore aveva pure fatto un preambolo, si era sforzato, non l’aveva posta in modo piatto e scialbo come avevano fatto in tanti. Lui sorrise, volle dargli un suggerimento, uno sprazzo di verità: “Un ciclista, soltanto un ciclista”.

 

Nessuno credette a Samuel Beckett. Godot un ciclista? Impossibile. Eppure, almeno a quanto disse al Times Suzanne Dechevaux-Dumesnil, sua moglie, il drammaturgo irlandese era meno complicato e meno criptico di quello che si è portati a credere. “Molte volte inseriva la verità nell’ironia, rendeva assurdo il vero – aveva aggiunto –, specialmente quando doveva parlare di ciò che non voleva. E quasi sempre erano le sue opere”.

  

Godot un ciclista? Impossibile. Doveva essere altro, la metafora di qualcosa, di Dio per esempio, della felicità o del senso delle cose, della vita. D’altra parte i critici lo hanno studiato e analizzato, l’hanno sondato e carotato. Hanno provato a comprendere il detto e soprattutto il non detto. Perché era senz’altro una bugia quello che diceva a proposito di En attendant Godot: “Non conosco questo dramma più di chiunque riesca a leggerlo attentamente”. Oppure “non so chi sia Godot. Non so nemmeno se esiste”.

  

Se Godot esistesse o meno non lo sapremo mai, così non sapremo mai cosa rappresentasse davvero. Quel che è certo è che è esistito un Roger Godeau. E Samuel Backett lo attese. In Francia, al Tour de France.

  

E chissà se a qualcuno dei corridori che, domenica 28 luglio a Parigi, concluderanno la centoseiesima edizione della Grande Boucle (la corsa a tappe francese parte sabato 6 luglio, da Bruxelles), passerà per la mente che forse la soluzione di uno dei più grandi misteri della letteratura del Novecento, ossia chi era o cos’era Godot, riguardava da vicino i loro predecessori. Perché, indipendentemente dal significato che il drammaturgo voleva dare all’attesa, Godot era una storia che con il ciclismo c’entrava poco eppure al ciclismo era profondamente legata.

  

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Samuel Beckett la bicicletta la scoprì adolescente. Per lui, scrisse, “era una possibilità di evasione dalla noiosa caoticità di Dublino. La possibilità di immaginare il mondo attraversandolo”. Prima la utilizzò per salire sulle colline di Wicklow, poi la fece entrare nelle sue opere.

  

In Mercier e Camier il vecchio vagabondo immobilizzato si rincuora nei ricordi di una bicicletta che diventa immagine di gioia e speranza. In Molloy si trasforma in nostalgia dell’infanzia e allo stesso tempo capacità di evasione, un modo per fuggire da tutto ciò che non va nella vita: “Quanto alla bicicletta, avevo buone speranza che mi aspettasse da basso in qualche posto, anzi forse davanti alla scalinata, pronta a portarmi via, lontano da questi luoghi orribili”.

  

Beckett conosceva nei minimi particolari il funzionamento delle bici, sapeva ripararle e metterle a punto. Era per lui un piacere, tanto che in una lettera a un’amica la moglie se ne cruccia: “È riuscito a stare tutta la mattina chino su di una bicicletta. Poi è uscito e l’ho rivisto solo a tarda sera. È tornato sudato e felice, sembrava un bambino. Mi chiedo se preferisca lei a me”.

  


Per il drammaturgo la bicicletta rappresentava “la possibilità di immaginare il mondo attraversandolo”. La Grande Boucle, quel viaggio in Francia nel 1948 all’inseguimento di Gino Bartali e l’apparizione di Godeau


 

Una passione che lo portò in Francia più volte in occasione del Tour de France. Il critico canadese Hugh Kenner colloca Beckett al seguito della corsa, vicino a una folla di persone che non si muoveva nonostante la questa fosse già passata da un pezzo. Per Kenner il drammaturgo chiese per quale motivo fossero ancora lì. Risposero: “Stiamo aspettando Godeau”. Tutto molto poetico e affascinante. Ma inverosimile per il semplice fatto che nessun Godeau ha mai corso la Grande Boucle.

  

Eppure Samuel Beckett conobbe Godeau.

  

Accadde alla fine del Tour del 1948, quello vinto da Gino Bartali. Lo scrittore si era recato in Francia a inizio luglio assieme a un amico, Jerry MacNamara, giornalista dell’Irish Times. Con lui si era arrampicato sul Col d’Aubisque e poi sul Col de Granier. E assieme raggiunsero Parigi per vedere la tappa finale del Tour al Parco dei Principi. Senza tuttavia vedere Ginettaccio sul podio e nemmeno assistere al giro d’onore. Scrisse MacNamara al suo direttore: “Arrivammo tardi, quando tutto era ormai finito. Ma la gente non si muoveva dalle tribune. C’era una kermesse, un evento imperdibile per tutta Parigi: la grande rivincita tra (Henri) Lemoine e Popeye”.

 

E Popeye non è altro che Godeau, Roger Godeau. Nel 1948 era già un mito al Vélodrome d’Hiver. Sul mezzofondo dietro motore era un fenomeno. Erano anni nei quali ai velodromi c’era sempre il tutto esaurito, ogni riunione su pista era un evento imperdibile. Ernest Hemingway racconterà così quelle corse: “Dirò della magia del demi-fond, del rumore dei motori con i rulli sulla ruota posteriore che gli entraineurs guidavano (…) per riparare i corridori che li seguivano dalla resistenza dell’aria, i corridori (…), le gambe a girare l’enorme moltiplica e le piccole ruote anteriori a sfiorare il rullo dietro la macchina (…), e i duelli che erano più eccitanti di qualsiasi corsa di cavalli, lo scoppiettare delle motociclette e i corridori gomito a gomito e ruota a ruota su e giù intorno a velocità pazza finché qualcuno non riusciva più a reggere il ritmo”. E sarà proprio Hem a raccontare di Beckett al Vel d’Hiv, impazzire per le gare su pista, “matto di vita e ciclismo quell’irlandese”, e raccontargli di quella volta “che nessuno al Parco dei Principi se ne voleva andare, nonostante i campioni del Tour avessero lasciato la pista. Aspettavano i pistard, aspettavano Popeye”.

  

Che Godot fosse davvero Godeau non lo sapremo mai. Quello che però possiamo facilmente percepire leggendo (o guardando) Aspettando Godot è quell’attesa speranzosa e disperata, ossessiva e vana, la stessa che ha provato chiunque si è messo a bordo strada per vedere i corridori passare. Soprattutto prima dell’avvento della tv, quando lungo le salite alpine o pirenaiche, lungo i vialoni cittadini o campagnoli, tra le colline e le piane di Francia, in milioni aspettavano l’estate per poter avvicinare i loro beniamini. Cercavano di conquistare il posto migliore, un paracarro buono per riuscire a scorgere anche solo due secondi in più il gruppo. Raccontò Roger Walkowiak, vincitore del Tour del 1956, che tra gli anni Quaranta e Cinquanta “il ciclismo era più di uno sport, era passione viscerale. Ci si spostava in gruppo dai propri paesi, con qualunque mezzo, a qualunque condizione pur di vedere i corridori. Li si attendeva per ore e ore, senza sapere cosa stava succedendo. E quando passavano vedevamo soltanto una nuvola di polvere e di colore. Ma era un’emozione comunque”.

  

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Godot è atteso come venivano attesi i campioni. In Godot c’è una speranza disperata, un senso di vuoto che cerca di essere riempito, fosse anche soltanto a parole. Ma Godot non arriva, come non arriva a volte quello che speriamo. È l’attesa della rivoluzione in salita, lo scatto che scombussola tutti i piani e i presunti vincitori, l’azione imprevedibile e impensabile che apre le bocche dei tifosi in un ohhh. Gli ultimi Tour hanno riproposto Godot. Era lì nelle attese che qualcuno potesse mettere in scena il coup de théâtre capace di ribaltare il dominio della Sky (ora Ineos), magari in salita, il palcoscenico d’elezione di ogni stravolgimento ciclistico. E Godot lo aspetteremo anche quest’anno. Lo attenderemo l’11 luglio lungo i chilometri de La Planche des Belles Filles, il 20 luglio sul Col du Tourmalet o il giorno seguente mentre le ruote dei corridori si arrampicheranno sul Foix-Prat d’Albis. Sarà un’attesa alpina verso la cima dell’Izoard o del Galibier, dell’Iseran o di Tignes, che avrà come ultima chiamata il 27 luglio sulla strada che porta a Val Thorens.

 

Godot non arriva quasi mai, ma quando arriva è una festa, qualcosa di indimenticabile.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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