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Uno, nessuno, Van der Poel

Il numero al Giro delle Fiandre, la vittoria alla Freccia del Brabante e l'immediato dopo corsa. Le due facce di Gunny e il piacere di vederlo pedalare

18 Aprile 2019 alle 12:14

C'è qualcosa di essenziale e allo stesso tempo estremo in Mathieu Van der Poel. Un contrasto netto e stridente di immagini, pose che sembrano incompatibili eppure rappresentano due facce del tutto coincidenti e sovrapponibili.

 

C'è il lungagnone in bicicletta, quei suoi movimenti tanto disarmonici quanto affascinanti, quella sua capacità di fare con le due ruote ciò che vuole: scattare, rincorrere, schivare, saltare uomini e ostacoli, sprintare. Lascito di uno straordinario passato (e presente) da ciclocrossista.

  

  

Quello che riesce a far sembrare elementare ciò che semplice non è: tipo recuperare in solitaria un gruppo intero lanciato verso il traguardo su e giù tra i muri di pietra del Giro delle Fiandre; tipo tentare ieri il colpo grosso a 57 chilometri dal traguardo della Freccia del Brabante, divorarsi nelle poche centinaia di metri dell'Holstheide lo svantaggio su Tosh van der Sande e Mikkel Honore, accorgersi che non c'era modo per andare avanti se non trascinando i due, rientrare nei ranghi, salvo poi chiudere con una facilità disarmante l'allungo di Julian Alaphilippe; tipo, sempre ieri, affrontare lo sprint a quattro in prima posizione, cioè la peggiore, e non farsi nemmeno sfiorare dal recupero del francese, di Tim Wellens e Michael Matthews, tre che in volata fermi non sono.

 

 

Van der Poel ha fatto tutto questo quasi senza faticare, almeno a prima vista. A Overijse, conclusione della Brabantse Pijl, ha alzato le mani al cielo, ha esultato, ha gridato la sua gioia alla radiolina, quasi non avesse corso. Poi è sceso di bicicletta ed è crollato, svuotato da ogni energia, col cuore a palla e il respiro affannato. È in quell'esatto momento che la maschera ha svelato il volto, l'apparenza il reale, l'essenziale si è fatto estremo. È in quell'esatto momento che tutto ha iniziato a stridere. Gunny ha lasciato spazio a Mathieu, la sua forza è apparsa per quello che è, classe, ma non solo, soprattutto voglia di non mollare, desiderio di arrivare, capacità di stringere i denti oltre ogni fatica immaginabile. 

 

"O scoppiano loro o scoppio io, ma io non scoppio", disse, nella Cortina d'Ampezzo - Bolzano del Giro d'Italia del 1951, Fiorenzo Magni mentre sul Costalunga Fausto Coppi e Ferdy Kübler continuavano a scattare. "Sono andato oltre me stesso...poco male, ritroverò i miei pezzi", commentò a fine tappa il toscano di Brianza. Il Terzo uomo divenne l'esempio di come la determinazione e la capacità di superarsi possa tanto, non tutto, anche contro avversari più forti. Mathieu Van der Poel, quasi sicuramente inconsciamente, è stato battezzato con la stessa tigna.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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