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Quando la Parigi-Roubaix divenne l'Inferno del nord

Era il 20 aprile 1919 quando i corridori tornarono a pedalare verso il confine con le Fiandre. In coda al gruppo su di un taccuino qualcuno si appuntò un nome divenuto leggenda

13 Aprile 2019 alle 06:03

Quando la Parigi-Roubaix divenne l'Inferno del nord

Foto tratta dalla pagina Facebook della Paris-Roubaix

Dalle collinette di Suresnes si vedeva, al di là della Senna, Parigi svegliarsi piano piano nel tentativo di sfuggire a un incubo che si ripresentava ogni notte. Il Bois de Boulogne era avvolto in una nebbiolina fitta come un cattivo pensiero, del tutto indifferente ai raggi del sole che tiepidi cercavano di scoprirne in verde intenso. Era però a nord che i settantasette uomini in bicicletta guardavano. E lì vedevano nubi nere che promettevano il peggio.

 

Era il 20 aprile 1919 e si erano ritrovati tutti di buon’ora. Parlottavano piano, raccontando il dolore degli ultimi anni, le assurdità che avevano visto e vissuto. D’altra parte “su di una bici si è tutti uguali”, d'altra parte "pedalando le sensazioni sono le stesse per chiunque", aveva scritto sul finire del 1913 Henry Desgrange. Peccato non l’avesse ascoltato nessuno, l’Europa e il mondo avevano deciso di farsi comunque la guerra.

 

Per cinque anni Desgrange era sopravvissuto in qualche modo. Quando la guerra finì, ritornò a fare ciò che più gli piaceva: organizzare corse in bicicletta. Era da mesi che lavorava al grande ritorno del Tour de France. Il Giro era già ripartito, la Grande Boucle non ancora. Le prove generali le fece con la Parigi-Roubaix. “Guarda! La Pasqua riporta il suono delle sue campane, i boccioli in fiore, la nascita della primavera. Pasqua ci dà ancora una volta, per la ventesima volta, la classica Parigi-Roubaix, il bel evento nel quale giovani di belle speranze si battono per un nuovo futuro, e le vecchie glorie provano a far barriera alla marea delle ambizioni dei nuovi arrivati”, scrisse il giorno prima della partenza.

 

A Suresnes il silenzio iniziò con uno squillo di tromba. Un minuto per rendere omaggio a chi non c’era più. Poi le bici iniziarono a scorrere sulle strade di Francia, verso nord, verso Roubaix.

 

La pioggia colse i corridori dopo un centinaio chilometri, anticipata da un vento gelido che scendeva dal Baltico. Le gocce si riversarono sulla schiena dei corridori all'uscita del paese di Saint-Pol-sur-Ternoise. Fu lì che Henri Pélissier si alzò sui pedali e scattò con alla ruota il fratello Francis. Ci volle qualche chilometro prima che Philippe Thys, Dieudonné Gauthy, Jean Rossius, Alfons Spiessens, Louis Heusghem, Honoré Barthélémy e Robert Jacquinot riuscissero a rientrare su di loro. Tra Cambrin e La Bassée, toccò a Francis provare l’assolo. Ma mentre sognava una cavalcata solitaria verso Roubaix la sua gomma posteriore iniziò a sgonfiarsi, vide Thys, Barthélémy e il fratello Henri volare sulle pietre di Annœullin, capì che per lui era finita.

 

La bufera intanto imperava per la campagna francese. I lampi si riflettevano negli specchietti d’acqua di buche profonde metri, tra spettri di alberi bruciati, rimasugli di case, monconi di palazzi, mentre la desolazione di campi in cerca di coltivatori faceva da teatro a quei tre uomini curvi sulle loro biciclette. Da una delle auto che li seguiva un uomo scrisse sul suo taccuino “Questo è davvero l'inferno del Nord”.

 

Victor Breyer vedendo le spoglie di Roubaix non cambiò idea. E non mutò opinione neppure quando scorse Henri Pélissier abbattere le resistenze di Thys e Barthélémy, sorridere dopo l’arrivo, dire che “oggi è una rinascita. Per me, per il ciclismo. Forse per la Francia”. L'indomani iniziò il suo articolo così. Da quel giorno la Roubaix fu questo: l'Inferno del nord.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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