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La Parigi-Roubaix ti cambia. Facce dall'inferno del nord

La prima esperienza di Franco Ballerini e Laurent Fignon. La prima e l'ultima di Tanguy Turgis. Il pavé è "è una stretta al cuore. Ti cambia i connotati"

11 Aprile 2019 alle 18:28

Quando il 9 aprile del 1989 Franco Ballerini superò il traguardo della Parigi-Roubaix, scese di sella, si guardò attorno, respirò a pieni polmoni e biascicò due parole: "Che corsa". Era la prima volta che si avventurava nell'Inferno del Nord, la prima volta che pedalava su quelle pietre. Al velodromo era arrivato trentaquattresimo a oltre dodici minuti dal vincitore, il belga Jean-Marie Wampers, in ogni caso venti minuti prima dei fanalini del gruppo: Jelle Nijdam e Hans-Rudi Marki. Gli ci vollero diversi minuti prima trovare le parole giuste, quelle che riassumevano l'emozione: "La Roubaix è qualcosa che...che non ti vengono le parole. È una stretta al cuore. Ti cambia i connotati, subito capisci che non sarai più lo stesso", disse mentre si levava almeno un po' della polvere che gli si era incrostata in faccia.

 

 

Esattamente un anno prima, il 10 aprile del 1988, un altro corridore si era approcciato a questa corsa. Era andata meglio a lui che all'italiano: terzo a un minuto e cinquantacinque secondi dal vincitore Dirk Demol, che nel rettilineo fuori dal velodromo (tra il 1986 e il 1988, lo striscione d'arrivo fu piazzato fuori dalla struttura) piegò le resistenze del compagno di avventura Thomas Wegmüller. Laurent Fignon sorrise, disse che "come debutto non è andato male, peccato non aver essere entrato velodromo. L'unico dispiacere che ho è che l'ho scoperta solo a 28 anni". Disse sopratutto che "questa più che una corsa è una visione: ti regala una nuova prospettiva. Ti cambia. Profondamente".

 

 

 

Dopo aver sperimentato il pavé della Roubaix sia Fignon sia Ballerini non poterono esimersi dal tornare. Il francese non riuscì mai a portarsi a casa una pietra come premio. Il toscano invece la conquistò due volte (1995 e 1998) dopo aver rischiato di abbandonarlo per sempre. Nel 1993, al suo quinto tentativo e dopo aver imparato a domare le pietre facendosi guidare da loro, si portò in giro Gilbert Duclos-Lassalle per la campagna francese. Il transalpino boccheggiava da metà corsa, ma non mollava. Aveva seguito l'attacco del Ballero a 25 chilometri dall'arrivo, gli si era messo a ruota, non gli aveva dato un cambio: "Io sono vecchio, portami con te al traguardo. Sei giovane cosa ti costa? Non c'è storia! In volata mi batti anche con la sigaretta in bocca”. Si fidò e fece male. Ballerini sbagliò la volata, Duclos-Lassalle lo infilò al fotofinish. Franco iniziò a bagnare la sua maschera di polvere con le lacrime: "Ho perso, so solo che ho perso. Volevo vincere questa corsa l'ho persa e non la vincerò mai più. Non la farò mai più". E ancora: "Non ho sbagliato a fare la volata, ho sbagliato a fare il corridore".

 

 

Per fortuna sua – e nostra – cambiò idea. D'altra parte era stato lui stesso a dire che "è una stretta al cuore. Ti cambia i connotati".

 

Chi invece non potrà più farla è Tanguy Turgis. Il francesino ex Vital Concept si era innamorato della Roubaix guardando Tom Boonen: "Il suo pedalare era magnifico, classe pura. Mi ha fatto innamorare del pavé". Il primo appuntamento arrivò che era ancora un ragazzino: "Ho preso parte alla mini Parigi-Roubaix per under 16 e poi a quella per Juniors, dove sono riuscito ad arrivare al terzo posto nel 2016. Ho subito amato questo terreno e verso questo obbiettivo avevo deciso di costruire la mia carriera". Nel 2018 corse la sua prima Roubaix tra i professionisti. "Un'emozione indescrivibile. Quando arrivi al traguardo e ti lavi nelle stesse docce nelle quali si sono lavati tutti i campioni, capisci che qualcosa in te è diverso". A fine anno la scoperta di un malformazione al cuore: più nessuna corsa, più nessuna Roubaix. "Col passare del tempo i bei ricordi prevalgono su quelli cattivi. Se potessi far cambiare il mio cuore per una sola gara, non lo sceglierei il Tour o qualsiasi altro grande giro: sceglierei la Parigi-Roubaix".

 

La Roubaix è una trincea, è un fronte: da una parte c'è chi la brama, dall'altra chi non è sensibile al suo fascino. C'è chi scappa ancor prima di correrla, chi lo fa solo dopo essere stato respinto da lei, chi addirittura dopo averla vinta, Bernard Hinault. 

 

La Roubaix è un'invasione, qualcosa che non puoi scordare. Se ti va bene ne porti i segni nell'anima e nei ricordi. Se va male ne porti i segni sul corpo. In ogni caso ne porti i segni in faccia, all'arrivo. Perché va sempre a finire così: da Parigi si parte corridori, a Roubaix si arriva maschere. Maschere sopravvissute a un inferno di pietre, polvere e fatica.

 


 

Nel 2009 il fotografo Franck Faugere realizzò un reportage dalle docce della Roubaix, un collage di volti stravolti, sporchi, felici. Tutte le foto sono di LaPresse

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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