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Il Giro di Sicilia è uscito dal bradisismo del ciclismo italiano

Dal 3 al 6 aprile sulle strade siciliane torneranno a sfidarsi le biciclette. Una buona notizia nel panorama carsico delle corse nostrane, sempre in bilico tra scatti e precipizio

2 Aprile 2019 alle 17:20

Il Giro di Sicilia è uscito dal bradisismo del ciclismo italiano

Foto LaPresse

Era scomparso in un giorno di luglio sulla spiaggia di Trapani dopo aver visto un ragazzino di cui si diceva un gran bene precedere tutti a braccia alzate e un altro ragazzino di cui si diceva ancor meglio sul gradino più alto del podio finale. Nella città tra i due mari quel 14 luglio del 1977 Giuseppe Martinelli e Giuseppe Saronni erano felici, sorridevano della loro gara e del loro futuro, mentre la festa attorno a loro cresceva di tono, di entusiasmo. D'altra parte era stata una corsa bella, combattuta, che aveva appassionato i tifosi, mettendo in luce buona parte della meglio gioventù del ciclismo italiano. Si vociferava di un grande futuro, di una rinascita solida e in grande stile dopo due anni di oblio. Rimasero però solo promesse che si persero nella calda aria siciliana. Perché da quel giorno, da quel 14 luglio del 1977 il Giro di Sicilia fece perdere le sue tracce, sparì nel nulla, allontanandosi da un ciclismo che aveva già iniziato a vestire abiti buoni e a scappare da chi non poteva o non voleva permetterselo.

 

Dopo quarantadue anni è riapparso. All'inizio come un'ipotesi, poi come un progetto, da domani – per quattro giorni – invece ritornerà a occupare le strade dell'isola. Partirà da Catania, toccherà Milazzo, Capo d'Orlando, Palermo, Caltanissetta, Ragusa, Giardini Naxos, prima di concludersi in cima all'Etna, lì dove sorge il Rifugio Sapienza.

 


Tutte le tappe e le altimetrie del Giro di Sicilia 2019


  

Ci hanno pensato Regione Siciliana e Rcs Sport a richiamarlo alla luce, a levargli la polvere di dosso, a rifarlo sedere nel palcoscenico carsico del ciclismo italiano, dove le corse sprofondano, cercano di riemergere in qualche modo, prima di scomparire per sempre. La speranza è che il bradisismo ciclistico possa assestarsi, che la corsa a tappe siciliana sia solo la prima a ritornare in calendario e che le altre riescano ad ancorarsi saldamente a un calendario ormai sempre più internazionale. Ma siamo ancora nella dimensione della speranza. Vedremo.

 

E proprio di questo bradisismo il Giro di Sicilia è stato esemplificazione ed archetipo.

 

Apparve nel 1907 che il Tour de France era agli albori e il Giro d'Italia neppure in programma: prima corsa a tappe di una settimana nel panorama italiano. Nacque per volontà di un nobiluomo siciliano che tra le attività di armatore e produttore di vini si ritagliava volentieri il tempo per dedicarsi alla sua passione più grande, la velocità. In ogni sua forma. Vincenzo Florio l'anno prima aveva dato vita alla Targa Florio, corsa di velocità per automobili vinta dal torinese Alessandro Cagno al volante di una Itala 35/40 HP. Aveva poi bissato lo sforzo (su pressione del fratello maggiore Ignazio, che in sella a una Bianchi si muoveva per le strade di Palermo e sognava di vedere i suoi idoli sfrecciare nelle sue terre) organizzando una corsa a tappe di otto giorni che "attraversasse la totalità delle beltà che la nostra Isola ha da offrire". Furono otto giorni di lotta tra Carlo Galetti e Luigi Ganna, ossia due tra i migliori corridori dell'alba del ciclismo italiano, due de "I tre moschettieri" (l'altro era Eberardo Pavesi). Finì con la vittoria dello Scoiattolo dei Navigli sul Luisin. Galletti primeggiò anche l'anno successivo, piegando questa volta le resistenze di Pierino Albini.

 

"Un’avventura di picari”, la descrisse a Gianni Brera, l'Avucatt Pavesi. Talmente folle che non superò il secondo tentativo. Il Giro d'Italia aveva levato le ancore alla 2,53 del 13 maggio 1909 e i Florio capirono che non avevano nessuna possibilità per competere in grandezza con la corsa – che diventerà – Rosa.

 

Il Giro di Sicilia da allora scomparve e ricomparve senza soluzione di continuità, legato com'era alle voglie di chi si prendeva la briga di organizzarlo. Si disputò nel 1926, nel 1929, nel 1932, nel 1936 e nel 1939, riapparve con una certa continuità dal 1948 al 1960 (saltò solo nel 1952), inserita in calendario a seconda dell'annata tra le gare d'apertura o di chiusura della stagione. All'inizio degli anni Settanta provò addirittura a trasformarsi in una corsa di un giorno con l'aspirazione, nemmeno troppo velata, diventare un giorno una Classica. Chiamò nell'Isola signori corridori si face domare da Enrico Maggioni (che batté Michele Dancelli di un niente) nel 1973 e da Roger De Vlaeminck l'anno successivo. Poi svanì nella stessa ambizione dalla quale era riapparsa.

 

Il suo ritorno, almeno per tre anni in pianta stabile (l'accordo tra Regione e Rcs è valido l’isola ospiterà anche tre tappe del Giro d’Italia nel 2020 e la Grande Partenza della Corsa Rosa nel 2021), è la dimostrazione che le corse nel nostro paese si possono fare, ma per farle ci vuole un progetto sostenibile, un'occhio strizzato agli sponsor, e il coraggio di andare incontro a un surplus burocratico complicatissimo. Solo il tempo dirà se riuscirà pure a resistere.

 

Per resister ci vorrà l'interesse di andare avanti e questo interesse dipende molto dalla passione degli organizzatori e dal parterre che si schiererà al via. Perché niente genera interesse come i nomi dei campioni che si sfidano in una corsa. E se l'Uci vuole davvero mantenere le promesse con la quale si è riempita la bocca negli ultimi anni – "Cercheremo di valorizzare il più possibile le corse storiche del panorama ciclistico" – forse dovrebbero partire proprio da questo: riportare i campioni alle corse, fare in modo che inizino a sfidarsi ovunque.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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