La legge di Bonifazio e il magico mondo di Frapporti alla Tropicale Amissa Bongo

Il velocista della Direct Énergie ha conquistato il secondo successo nella corsa in Gabon. Il bresciano della Androni Giocattoli-Sidermec è stato l'ultimo della fuga a resistere al ritorno del gruppo

Giovanni Battistuzzi

Se Marco Frapporti non corresse in bicicletta generazioni e generazioni di corridori non sarebbero rappresentate nel ciclismo di oggi. Se Marco Frapporti non corresse in bicicletta il ciclismo sarebbe senz'altro più povero. Se Marco Frapporti non corresse in bicicletta probabilmente cambierebbe poco tra le pagine degli albi d'oro. Ma tant'è. Gli albi d'oro sono un prodotto fatto per gli statistici, per i fissati dei numeri. Tutti gli altri, tutti quelli che vogliono bene alla bicicletta e non soltanto ai vincitori, sanno che c'è altro che conta e questo non è nient'altro che la volontà di pedalare verso l'ignoto, verso l'improbabile. Marco Frapporti sa benissimo cosa vuol dire tutto ciò, lo fa da una vita. Marco Frapporti è uscito da un romanzo di Salgari, vive per l'arrembaggio. E' un Clint Eastwood del pedale diretto costantemente da Don Siegel: le sue corse sono degne di Fuga da Alcatraz. Non importa a che gara partecipi, che sia in Italia oppure in Belgio, che sia in Spagna oppure in Asia, Marco Frapporti sa che il suo destino è uno e uno soltanto: essere avanguardia, essere coraggio, essere ardore, essere inseguito. In fuga c'è stato quasi tutto un Giro d'Italia. C'ha passato 640 chilometri su poco più di tremilacinquecento, come lui nessuno mai. Marco Frapporti non ha smesso, ha continuato, lo ha fatto pure oggi nella seconda tappa della Tropicale Amissa Bongo. Ha attraversato i centosettanta chilometri tra Franceville e Okondja, in Gabon, a prendere il vento dell'Africa. Prima con Sirak Tesfom, Jayde Julius Kibrom Haylemaryam, Samuel Mugisha, Romain Le Roux, Justin Mottier, Yohann Gene, Damien Gaudin, Daniel Teklehaimanot, Youcef Reguigui, Brice Feillu e Rohandu Plooy. Poi assieme soltanto a Jayde Julius. Infine da solo, perché i sogni si coltivano in solitaria, perché quando ci si trova da soli con se stessi non si possono campare scuse e non ci possono essere rimpianti.

 

Non è andata a finire bene. A otto chilometri dal traguardo il gruppo lo ha inghiottito, ne ha annullato l'insurrezione. Poco male, ci saranno altre occasioni, d'altra parte "il regno dell'immaginario è un mondo che va alimentato continuativamente, bisogna sforzarsi di curarlo e coccolarlo per poterlo davvero toccare", scriveva Jules Verne.

 

E così è andata a finire che il plotone ha imposto le sue leggi sugli avanguardisti e Niccolò Bonifazio ha imposto la sua legge sul plotone. E lo ha fatto anche questa volta di potenza e di voracità, agguantando e superando André Greipel quando il tedesco pensava ormai di potercela fare. Lo sprinter della Direct Énergie si è ripresentato ancora una volta a braccia alzate e al contrario di ieri questa volta mentre gli brillava addosso il giallo di una maglietta di prestigio, quella del capoclassifica, quella che si terrà addosso anche domani. Poi dopodomani chissà.