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Le biciclette sono un problema culturale. Almeno per la Lega

Per la segretaria leghista di Prato Patrizia Ovattoni le piste ciclabili sono "una misura favorevole ai migranti, a discapito dei residenti pratesi". Una strizzata d'occhio ai commercianti

17 Ottobre 2018 alle 16:48

Le biciclette sono un problema culturale. Almeno per la Lega

Foto LaPresse

L'assurdità è una striscia sottile, un territorio di tutti e di nessuno, un filo teso – in questo caso – tra una pista ciclabile e una strada. E a sentire certe cose sale una nostalgia bislacca nel rileggere Dino Buzzati quando al termine del Giro d'Italia del 1949 chiedeva alla bicicletta di non mollare, perché "se tu capitolassi, non solo un periodo dello sport, un capitolo del costume umano sarà finito, ma si restringerà ancor più il superstite dominio dell'illusione, dove trovano respiro i cuori semplici".

 

In giro per Prato il dominio dell'illusione s'è rattrappito, è evaporato, sparito, kaputt. Forse, anzi quasi sicuramente non in tutta Prato, ma senz'altro nelle parole della segretaria della Lega pratese Patrizia Ovattoni che alla trasmissione radiofonica condotta da Giuseppe Cruciani e David Parenzo, La Zanzara, ha detto che le piste ciclabili sono "una misura favorevole ai migranti, a discapito dei residenti pratesi". Che le strade fossero sovraniste e le piste ciclabili invece pericolose rotte migratorie non era ancora dato a sapersi. Ora che siamo stati avvisati sapremo come comportarci. D'altra parte secondo l'Ovattoni, "noi, ovvero chi va a lavorare, di solito si sposta con la macchina. Oppure, chi ha i bambini piccini che devono andare dal pediatra, non li porta in bicicletta. Chi ha un lavoro e dei bambini rischierebbe di esser messo sotto un camion, come è successo una volta a me".

 

 

Appare evidente che ci sia un noi, italiani e lavoratori ossia automobilisti, e un loro, immigrati e parassiti ossia ciclisti. Un noi e un loro che non si può far stare in un unico luogo come vorrebbe fare la giunta comunale. Il progetto in questione è quello dell'ammodernamento, tra l'altro grazie ai fondi del Ministero dell’Ambiente per la mobilità sostenibile, di viale Montegrappa. Il piano prevede la creazione di una pista ciclabile su entrambi i lati della carreggiata, la sostituzione degli alberi, una nuova illuminazione, la ridefinizione dei posti auto e il restringimento della carreggiata da 6 a 4,5 metri. Nulla più e nulla meno di quello che sta succedendo in altre città italiane. L'idea è semplice: favorire lo spostamento in bicicletta per ridurre quello a motore. E' qualcosa che in tutta Europa conoscono bene e ha semplici ma significativi benefici: tra i tanti, la riduzione delle auto in città, il miglioramento della qualità della vita, la riduzione delle emissioni, la riduzione degli incidenti e quindi delle spese sanitarie.

 


Foto tratta dal sito del comune di Prato


  

Tutto ciò, ben prima delle dichiarazioni della segretaria leghista, era stata criticata dai commercianti di viale Montegrappa. A loro modo di vedere "con una sola corsia non sarebbe più possibile fermarsi vicino al negozio anche per breve tempo", ha spiegato al Tirreno un commerciante della zona, Maurizio Torrini. "Abbiamo paura così di perdere i clienti, perché se non trovano parcheggio o non si possono fermare vanno via".

 

Questo spiega bene perché l'Ovattoni ha detto quello che ha detto alla Zanzara. La macchina, almeno secondo una certa visione delle cose, significa commercio. E modificare la mobilità, renderla vicina alla standard europei, in questa ottica diventa sinonimo di sconquasso, di golpe, di distruzione di ogni cosa.

 

E poco importa se tutti gli ultimi studi fatti hanno dimostrato che gli esercizi commerciali abbiano solo da guadagnare dalla chiusura dei centri storici. L'ultimo è quello fatto dalla Camera di Commercio di Amburgo che ha evidenziato come i commercianti che hanno un esercizio all'interno di una zona chiusa al traffico guadagnino il 29 per cento in più rispetto a chi ha attività commerciali in strade aperte al traffico e che gli stessi esercizi commerciali abbiano in media raddoppiato gli introiti da quando la loro zona è stata chiusa al passaggio delle automobili.

 

In Italia però quando si parla di biciclette e di mobilità non si fa riferimento alla testa, si ragiona di pancia. E allora ecco che dire che una pista ciclabile è "una misura favorevole ai migranti" è il meglio che si può dire per farsi applaudire da chi si vuole che applauda.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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