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L'otto porta bene, almeno ai Mondiali

Baldini, Adorni, Fondriest, Ballan. Storie di treni, solitudini infinite, patatrac e urli iridati, storie uniche che riappaiono in storie che si ripropongono

27 Settembre 2018 alle 18:20

L'otto porta bene, almeno ai Mondiali

Ercole Baldini con la maglia di campione del mondo (ma su pista) (foto LaPresse)

Ci sono corse e rincorse, a pedali, che diventano corsi e ricorsi, storici. Ci sono storie uniche che riappaiono in storie che si ripropongono. Uomini come numeri primi, perché indivisibili da un luogo e da un momento. Un luogo che è sempre uguale anche se ogni volta diverso, una striscia d'asfalto, uno striscione d'arrivo, braccia alzate, gioia, libidine. E poi una maglia con i colori dell'iride, il mondo in una maglia: campioni del mondo.

 

Era di agosto, un agosto francese. Era il 1958, c'erano una sessantina di bici, la Marna che scorreva e le vedeva scorrere, Reims tutt'attorno e un nome e un cognome che doveva vincere, per la Francia, per la carriera già fatta, perché in fondo era giusto così: Luison Bobet. Andò diversamente. Andò che il galletto sgambettò presto, al secondo dei quattordici giri previsti. Provò a fare il vuoto, ma era vuoto affollato: alla sua ruota Gastone Nencini, Gerrit Voorting ed Ercole Baldini. Dietro il gruppo con francesi e italiani che disturbavano l'inseguimento, che inseguivano gli inseguitori, che congelavano sogni di rimonta. Davanti c'erano due italiani, un francese e un olandese. E non era una barzelletta, ma quattro uomini che filavano dritti verso tre medaglie, anche se non c'era amore tra loro, giusto un po' d'accordo. Finì con Bobet che allunga, Nencini che lo rincorre, Baldini che parte, saluta, si eclissa. Lo vedranno solo dopo l'arrivo. Secondo anno da professionista e già un Giro d'Italia e un Mondiale in bacheca.

 

 

Era di settembre, un settembre italiano. Era il 1968 e dieci anni erano passati dal passaggio trionfante del Treno di Forlì, dieci anni di beffe mondiali e occasioni perdute, dieci anni che mezzi ne sarebbero bastati. Era Imola e un ciclismo che come il mondo ribolliva, si trasformava, assisteva alla rivoluzione e in questo caso non solo presunta, reale: Eddy Merckx. Ma per la rivoluzione definitiva c'era tempo e ci pensò un ragazzo di Parma, anzi di San Lazzaro Parmense, a ridare gloria a chi c'era prima del Cannibale. Vittorio Adorni ce la fece con un colpo di classe, di genio o forse di follia, con un assolo di novanta chilometri, un volo come pochi se ne ricordano, come pochi ce ne sono stati. D'altra parte non aveva scelta. Era quella l'unica cosa da fare, l'unica possibilità per evitare l'ovvio, ossia un piazzamento. Perché per uno come lui, talentuoso e intelligente, in mezzo a due come loro, Rik Van Looy e Joaquim Agostinho, non aveva possibilità di arrivare primo in volata. Se li era ritrovati accanto quando la fuga era partita, si era visto battuto, aveva inseguito il sogno sino a raggiungerlo.

 

 

Era di agosto, un agosto belga. Era il 1988 e tutto accadde all'ultimo giro per poi risolversi agli ultimi metri. L'enfant du pays, Claude Criquielion che provò la sortita solitaria, la nouvelle vague, Maurizio Fondriest che gli si mise a ruota e non ci pensò un secondo ad affannarsi l'anima per non perdere un metro, il terzo incomodo, Steve Bauer, che li raggiunse a poche centinaia di metri dal traguardo, quando tutto sembrava risolto, pronto e imbastito per un testa a testa Belgio-Italia, gran classico ciclistico. E già che c'era attaccò, il canadese. Provò a prendere tutti alla sprovvista. Ma Criquielion era un duro, uno tosto e pure veloce. E recuperava, eccome recuperava. E così Bauer non trovò meglio da fare che chiuderlo alle transenne. Il belga finì per terra e con lui le speranze di vittoria di un'intera nazione. E così Bauer si trovò ancora davanti, ma per poco, perché Fondriest era lì, sui pedali, in accelerazione e un attimo dopo più avanti a braccia alzate, mani sulla faccia, felicità mondiale.

 

 

Ed era di settembre, un settembre ormai al termine, un settembre italiano. Freddo, umido, piovoso. Era il 2008 e un urlo risuonò a Varese, raggiunse tutta l'Italia, tutto il mondo. Un urlo che era un cognome musicale, Ballan, ma con molte più A del dovuto, non del necessario: Ballaaaaaaaan. Una botta improvvisa. Un missile in bicicletta che apparve sullo schermo e scomparve dalla vista dei rivali. Uno scatto di forza, di rabbia, di coraggio, uno scatto disperato e alla disperata, ma perfetto per tempismo. E per noi. Alessandro Ballan che menava sui pedali, che non perdeva smalto, che non si voltava e andava avanti, che si voltava solo quando era tutto fatto, compiuto, il traguardo a un palmo, campione del mondo.

 

 

Sarà di settembre, sarà domenica, sarà Innsbruck, sarà ancora una volta Mondiale, questa volta 2018. Sarà un'altra storia, con altri protagonisti e un'altra trama. Sarà come sarà, ma è ancora di otto che finisce. E almeno un po' porta bene.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    27 Settembre 2018 - 18:06

    Grazie al Foglio per avere riportato alla mente il ricordo di un ragazzo tredicenne quel giorno del 1968 a Imola e dell'urlo della folla "Adorni è solo" quando il parmense iniziò la sua trionfale impresa.

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