Pantani, 20 anni dopo

Pantani sul Piancavallo, un inno alla salita

Era il 30 maggio 1998 quando sulle rampe della salita friulana il Pirata dimostrava che il "Giro d'Italia era scoppiato", con una serie di scatti che lo portarono al successo

30 Maggio 2018 alle 11:58

Tutto è iniziato con quattro lettere più quattro. Prima una domanda: "Vado?". Nemmeno il tempo di una risposta e quel "vado" diventa affermazione: "Vado". Marco Velo si gira, guarda l'uomo che ha addosso la stessa maglietta, non dice una parola. Marco Pantani non lo guarda più, sembra in estasi, si alza sui pedali e accelera su quella strada che tira verso il cielo e che tradisce a metà il suo nome. Piancavallo. Ma non c'è piano, non si va piano, si trotta e lo si fa forte.

 


La 14esima tappa del Giro d'Italia 1998, la Schio-Piancavallo, 165 chilometri


 

Tre chilometri di salita percorsi, centocinquantadue già pedalati, dodici suppergiù all'arrivo, ore quattro e venti del pomeriggio, quello del 30 maggio 1998, quello della 14esima tappa del Giro d'Italia. Il cappellino era volato già dalla sua testa, finito nel bosco, raccolto da qualcuno come ricordo. Rimanevano gli occhiali a coprirgli lo sguardo, quello giusto, quello determinato che sa che saranno guai, ma per gli altri, perché lui l'aveva detto a tutti a cosa sarebbero andati in contro: "Oggi attacco", aveva detto alla partenza. Promessa mantenuta che ancora si vedevano i tetti di Aviano. Scatta Pantani, dice Adriano De Zan, e lo si vede subito che è tanta roba, che in cento metri ne prende quaranta a tutti. Certo resta Pavel Tonkov alla sua ruota, ché il russo è uomo coriaceo, uno che mica si impressiona dei numeri che fanno gli scalatori, uno che non si scompone mai, che va su in salita come andrebbe in pianura: fermo, elegante, potente.

 

In salita però la compagnia è sgradita, perché la sofferenza impone l'astrazione e la solitudine. Cuori che accelerano e respiri che si fanno affannosi sono fastidi da eliminare, l'ascetismo diventa un'esigenza. Pantani diventa anacoreta un paio di chilometri dopo. Da schiena diventa una macchia gialla in bicicletta in lontananza anche per Tonkov. Quattro accelerazioni che sono lame sulle gambe del russo, la quarta quella a cui non può resistere. Il Pirata nemmeno si gira, la sua è ascensione, mette in saccoccia una dozzina di secondi, poi le gambe sotto i cubetti della maglia Mapei riprendono ritmo, il motore per un attimo inceppato ritorna a funzionare.

 

E tutto si congela. Per chilometri.

 

Stessa distanza tra i tre grandi protagonisti, stesso distacco. Pantani davanti che vive in piedi sui pedali, Tonkov in mezzo seduto in sella che pare una statua, Alex Zülle che fa un po' e un po', che sale del suo passo, che se ne frega dei secondi che gli ha dato il Pirata, perché l'indomani c'è la cronometro e sul cronometro questi saranno solo una parentesi tra i minuti che infliggerà a tutti. Lo svizzero è preciso come si confà a uno che viene da un cantone di cultura tedesco. Pedala e non cambia andatura, ma è andatura sostenuta che gli fa salutare tutti i suoi avversari. Gli resta appeso alla ruota solo Giuseppe Guerini, per un po' più degli altri la maglia rosa Andrea Noè.

 

E così le rampe che portano al Piancavallo diventano una sfilata. Ma di diversi stilisti. Pantani veste gli abiti del grimpeur, Tonkov quelli dello scalatore un po' passista, Zülle quelli del passista un po' scalatore, che sono inezie, ma un bel vedere. 
Che sono una corsa uno contro gli altri, tutti contro tutti.

 

Poi la strada si placa. Zülle trova il suo terreno. Non scatta neppure lì, ma il suo ritmo è acido, cattivo, corrosivo. Invade le gambe di Turbo Guerini e le imballa. Ingloba Tonkov, dimezza la distanza con Pantani. Il ragioniere che vuole divorarsi il pasionario, che i calcoli li fa bene, o quasi, perché sbaglia di una dozzina di secondi. Poco male, la maglia rosa è di nuovo sua.

 

Non sono i secondi a interessare a Pantani, non questi almeno. Sono tredici, bene, ma sono un intervallo e monito. Perché quello che conta davvero è la vittoria, quelle braccia alzate sotto il traguardo, la dimostrazione, lampante, che in salita nulla c'è meglio di lui. Uno spettacolo concesso a tutti: a chi era sulla strada, a chi stava seduto sul divano. Una questione di temperatura: "Sono partito presto perché volevo provarmi la febbre e volevo provare quella degli avversari". E la sua è alta, quella degli altri pure. Ma al Piancavallo, in quel Friuli che sa di Veneto, il Giro d'Italia ha detto che quando l'asfalto si impenna Pantani sa volare. E questo basta per immaginarsi un futuro prossimo di lotte meravigliose. Dice il Pirata: "Non volevo soltanto vincere la tappa, volevo far casino e guadagnare un bel gruzzolo di secondi. Ho vinto, ma ho guadagnato poco. Non fa niente, il Giro è scoppiato. Qui è incominciata la mia vera corsa e Zülle deve avere paura: per me è abbastanza".

 

 

Qui trovate tutte le puntate di Pantani, 20 anni dopo.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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