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Pantani, 20 anni dopo

L'inizio del capolavoro di Pantani è una cronometro finita male

Da Nizza partiva il Giro d'Italia 1998. Un cronoprologo dominato da Alex Zülle. Il Pirata finì 76esimo a 39 secondi dal corridore svizzero

16 Maggio 2018 alle 06:10

Vent'anni fa, oggi, iniziava un viaggio incredibile. Un viaggio di due mesi attraverso Italia e Francia. Un viaggio a pedali che divenne storia, che divenne ultimo atto di un ciclismo che non c'è più, di un ciclismo che già allora non esisteva più, ma che per rivisse per un attimo. Era il ciclismo di Marco Pantani, quello che sapeva di antico e di imprese, quello che per due mesi regalò al nostro paese forse l'impresa più incredibile di quegli anni: la doppietta Giro-Tour. Perché vincere una grande corsa a tappe è già tanta roba, vincerne due in due mesi è qualcosa capitata solo ai migliori. A Fausto Coppi, a Jacques Anquetil, a Eddy Merckx, a Stephen Roche, a Miguel Indurain. A Marco Pantani, appunto.

Pantani, 20 dopo cercherà di ripercorrere i passi del Pirata, giorno dopo giorno, tappa dopo tappa. Lo troverete qui e sulla pagina Facebook di Girodiruota.

 


  

C’era Nizza vestita di rosa e la Promenade des Anglais vestita di bici. C’era un colpo d’occhio che il cineasta Jacques Rivette, capitato in Costa Azzurra per caso in quei giorni, descrisse come “palpitant”, entusiasmante. C’erano 162 biciclette che sfrecciavano, una dietro all’altra, alla ricerca della velocità, con l’unico scopo di combattere le lancette, l’avanzare del tempo. Cronoprologo del Giro d’Italia, passerella della Corsa rosa nella passerella per eccellenza della città.

 

Era il 1998, il 16 maggio, vent’anni fa oggi. Era un mondo diverso, almeno per il ciclismo, un'altra epoca. Era un Giro quello che onorava alla partenza Alfredo Binda, che era nato a Cittiglio, Varese, ma che a Nizza era finito a fare stucchi e da Nizza era partito per conquistare con la bicicletta l'Italia e il ciclismo. C'era il ricordo, una corsa da vivere, c’erano tante storie che si sarebbero intersecate per i 3.811 chilometri dell’ottantunesima edizione. Storie di vita e di uomini, ancora prima che di successi o débâcle, a dirla alla francese, lingua di casa dell'avvio.

 

E c’erano allora tre volti che tutti aspettavano, che dovevano essere quelli buoni a riempire il podio finale di Milano: Ivan Gotti, l’ultimo vincitore, Pavel Tonkov, lo sfidante, Alex Zülle, il grande favorito.

  

C’era poi un altro volto che tutti attendevano, un volto che era un nome, ma che in molti erano intimoriti a pronunciare. Ed era più per timore che ancora una volta potesse andare male, che per reali disinteresse o disistima. Perché c'era sempre qualcosa che non andava, qualcosa che ogni anno dopo quel fantastico 1994 si frapponeva tra lui e i suoi obbiettivi. Sfortuna spesso, imperizia a volte. Quel volto era sereno, sorridente, ma di un sorriso timido, quasi sfuggente. Quel nome era Marco Pantani. Ed era nome marino che evocava salite, Romagna con vista Alpi. Pantani era ascendente, volava in salita quando la sorte non lo stendeva a terra.

  

L’anno prima il suo Giro d’Italia si era fermato sull’asfalto che dal Valico del Chiunzi scendeva verso Maiori. Nel 1996 non era neppure iniziato: c'aveva pensato un fuoristrada a centrarlo, un fuoristrada che correva dove non doveva correre, in una strada che doveva essere chiusa per il passaggio della Milano-Torino. Nel 1995 un'altra macchina l'aveva investito in allenamento prima della corsa rosa. Aveva dovuto ripiegare sul Tour de France: vinse due tappe. All'Alpe d'Huez stracciò le resistenza altrui, a Guzet-Neige trionfò dopo un assolo di quaranta chilometri iniziati con un pallido sole e finiti tra pioggia e nebbia. Finì tredicesimo a Parigi. Disse: "Ritornerò". Nel 1997 si ripeté in cima all'Alpe d'Huez, strapazzò tutti verso Morzine, riuscì nella difficile impresa di farsi applaudire da tutta la Francia. Chiuse terzo quella Grande Boucle, sul podio affianco a Jan Ullrich e Richard Virenque. In Francia rividero quello che fece strabuzzare gli occhi agli italiani nel giugno del 1994, quando Pantani si involò prima sul Passo di Monte Giovo e piombò a Merano trionfalmente e poi sul Mortirolo e sul Santa Cristina, domando le Alpi più cattive di quell'edizione.

 

Da Nizza Marco Pantani ripartiva come Pirata, con la voglia di fare l'impresa e la consapevolezza che per farla davvero avrebbe dovuto evitare la sfortuna.

 

Da Nizza Marco Pantani parte senza il caschetto da cronometro, con la sicurezza che sarebbe stata una mattanza. Sicurezza che arriva come una sentenza. In sette chilometri Alex Zülle vola: 53 chilometri all'ora di media e prima Maglia Rosa. Dirà l'elvetico: "Era solo una prova da specialisti. Ero il favorito, ho vinto. Mi sono fatto un regalo. Ma non si vince un Giro dominando un cronoprologo: si deciderà tutto sulle montagne e là saranno Pantani e Gotti i favoriti". Pantani, arrivato 76esimo con 39 secondi sul groppone, non si scompone: "Zülle ha fatto i 53 di media. Io non riesco a pedalare oltre i cinquanta. Me lo aspettavo".

 

Scriveva Eugenio Capodacqua su Repubblica: "Trentanove secondi pesano davvero sul groppone del cesenate. La matematica dice che ha perso circa 5 secondi e mezzo a chilometro e, se la proporzione dovesse essere mantenuta anche nella temuta cronometro di Trieste (40 chilometri, 15a tappa) prima delle montagne, l' azzurro potrebbe accusare oltre 4' minuti di distacco. Roba da richiedere ben più di un' impresa isolata per rimediare".

 

Rimediò. Eccome se rimediò.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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