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"Il ciclismo è uno sport di merda" e ci piace proprio per questo

Una frase del direttore sportivo del Team Unicash Due C, Imere Malatesta, e quello che si capisce benissimo ogni volta che si esce in bicicletta

21 Marzo 2018 alle 09:20

La California o giù di lì, Toscana. Esterno. Giorno. Una macchina, ripresa dall'interno, fuori pioggia, qualche ciclista. Uno si affianca, fa un freddo cane, chiede qualche zucchero, un "boccettino". Il direttore sportivo del Team Unicash Due CImere Malatesta, è alla guida lo incita, gli dice di alleggerire il rapporto. Poi all'ammiraglia arriva un altro ragazzo.

 

"C'ho freddo".

"Eh lo so che c'hai freddo, io non ci posso fare niente, vuoi venire qui in macchina?".

"No...qualcosa di caldo c'è?".

"Eh a voja. Ci fermiamo al bar e ci facciamo il té ... Vai in testa e mettiti a menare e non stare a ruota, lo so Matteo che c'è freddo ... grinta ci vuole, grinta, è uno sport di merda".

 

E c'ha ragione Imere Malatesta, il ciclismo è uno sport di merda.

 

Lo capisci ogni volta che esci in bicicletta che è così. Lo capisci ogni volta che inizia una salita e i muscoli iniziano a tirare, il cuore ad accelerare, i polmoni a far male, la bocca a seccarsi, a riempirsi di un gusto metallico, e serve acqua, acqua da bere, da versarsi in testa quando fa caldo. Lo capisci ogni volta che alla partenza c'è il sole e poi giunge il temporale, quello solito, la personalissima nuvola di Fantozzi che ti allaga fino alle ossa, che entra nelle scarpe quasi a farti uscire le rane. Lo capisci quando d'inverno esci con tutto il vestiario giusto, ma in discesa, nonostante i guanti, le tue mani si congelano e sai che il naso e le orecchie non sono presi tanto meglio, iniziano a far male e ci vuole un'ora sotto la doccia bollente per rimetterti a posto. Lo capisci quando è estate e la città dorme e tu sei già sveglio a pedalare che l'alba è arrivata da meno di un'ora perché devi rientrare per mezzogiorno per non scioglierti al sole. Lo capisci quando un camion ti supera a ottanta all'ora e lo spostamento d'aria quasi ti fa cadere e il respiro ti si strozza in gola e le gambe ti si fanno molli per lo spavento. Lo capisci quando una macchina non ti dà la precedenza o se ne frega della tua presenza e al respiro e alle gambe succede quello che t'è successo prima. Lo capisci quando ti arriva il vento contro, magari forte, magari agli ultimi dieci chilometri e non ce la fai ad andare avanti ché le forze ormai ti hanno abbandonato, ma non puoi far altro che andare avanti e sperare che le forze non ti abbandonino per davvero.

 

Lo capisci e lo capisci mille e mille volte. Anche quando sei a casa e vedi lo Zoncolan e lo Stelvio e quegli uomini a tutta, quei volti che diventano maschere e smorfie, che diventano immagine di una fatica infinita. Eppure continui, perché in fondo va bene così, in fondo è giusto così, in fondo te lo sei scelto e ti piace e non puoi farne a meno.

 

Ha ragione Malatesta, il ciclismo è uno sport di merda, talmente di merda da risultare magnifico, perché fatto della stessa dimensione e della stessa sostanza della bicicletta, cioè la felicità. Ed è così chimicamente: surplus di endorfine. Ed è così soprattutto per mille altre ragioni, che con la chimica non hanno nulla a che vedere, ma riguardano il tempo, lo spazio, che riguardano in fondo la vita, della tua dimensione dell'essere. Perché la bici non è altro che un mezzo che accelera te stesso, non solo la comandi, devi spingerla; è un pezzo di acciaio (o di qualche altro materiale) che rispecchia fedelmente quello che hai da dargli, che non ha altro movimento se non il tuo, che impone sacrificio, voglia e coraggio.

 

E in sella a una bici per forza ci si trova a dover dare il giusto peso alle cose, la giusta dimensione.

 

Luciano Berruti e la metafisica della bicicletta

L'estate, le strade sgombre e una domanda: lasciare la bicicletta in un garage, per sempre, può essere lo stesso che lasciare la vita?

 

Lo capisci quando sei all'inizio dell'ascesa e la montagna sembra un gigante insormontabile e sei già a tutta che nemmeno è passato un chilometro e chissà quanti ne mancano alla vetta. E poi quella vetta la raggiungi e ti guardi indietro e vedi la valle alle tue spalle, sotto i tuoi occhi e tutto assume un'altra dimensione. Sui pedali ti fai piccolo, affronti un problema per volta, e così ascendi, scali, arrivi. Se sei bravo sfrutti questo anche quando sei sceso dalla sella. Altrimenti ti tocca risalire il prima possibile.

 

Un giorno a un Tour de France, Gianni Mura chiese a Marco Pantani perché andasse così forte in salita. Lui ci pensò un attimo e poi quasi di getto rispose: "Per abbreviare la mia agonia".

 

Quell'agonia è la stessa che chi va in bici conosce bene, quella fatta di fiato corto e corpo pesante. Quell'agonia noi ciclisti normali, noi gente comune che va in bici, non la possiamo abbreviare andando più veloci, ce la gustiamo fino in fondo, perché è giusto così, non è altro che quello che cerchiamo, il ciclismo è uno sport di merda, un lunga agonia, ma ci piace un sacco proprio per questo, perché ci fa sentire vivi.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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Commenti all'articolo

  • fabriziocelliforli

    04 Maggio 2018 - 20:08

    Ho pianto perché è tutto vero; ho pianto perché a me, per piangere come un vitello, basta che si dica: "Pantani". E' un riflesso pavloviano: sono un cane di Pavlov cui piace talvolta andare in bicicletta vestito normalmente da lavoro e cioè con le scarpe antinfortunistica, per andare da Forlì a Ravenna sull'argine destro che fu ferrovia ravenna-meldola ai tempi dei bachi da seta che sbacavano a ravenna per essere lavorati a meldola..insomma: per tutta una serie di cose adoro il ciclismo senza limitismo.

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