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Facce da Milano-Sanremo /4. Le mani di Claudio Chiappucci, elogio alla follia

L'ultima fuga da lontano andata a segno alla Classicissima è stata quella del Diablo nel 1991. Un romanzo sui pedali

16 Marzo 2018 alle 06:12

Facce da Milano-Sanremo /4. Le mani di Claudio Chiappucci, elogio alla follia

Le mani sulla faccia e poi sopra la testa e ancora sulla maglietta, sul caschetto. Mani baciate e aperte, mani esultanti e poi chiuse a pugno a percuotere il cielo, mani che non sanno dove stare se non lontane dal manubrio perché sul manubrio non servono più. E quel volto, un'esplosione, un sorriso che riempie e illumina, che non sa neppure lui dove stare. In quegli ultimi duecento metri di quella Milano-Sanremo, Claudio Chiappucci quasi non si rende conto di quello che è successo in quei 294 chilometri partiti sotto un pioggerella fine e fastidiosa sino al Passo del Turchino e poi esplosa in una tempesta, non metereologica, ciclistica.

  

Quel giorno, quel 23 marzo 1991, è tutto nato per caso, o forse per follia, perché nessuna persona dotata di senno poteva pensare di fare la sedizione a oltre centocinquanta chilometri dall'arrivo in un gruppo unito che sa che per raggiungere i due avanguardisti sarebbero bastati una decina di chilometri tirati come si deve. Che sia stato caso o follia però poco importa. Perché quanto accade quel giorno alle spalle dei due avventurieri del mattino, William Dazzani e Stefano Zanini, non è solo ciclismo, è un romanzo, una lettera d'amore indirizzata a questo sport, un elogio alla tenacia.

 

  

La strada che porta al Passo del Turchino è da sempre la via per vedere il mare, sale poco ma costante, sale leggera che quasi non si sente, poi fa uno sprint verticale finale, quasi a invogliare i coraggiosi. E se c'è una dote della quale non difetta Claudio Chiappucci è proprio il coraggio. E così il Diablo si gira, parlotta con il suo compagno di squadra Guido Bontempi e gli chiede di dare una botta, di allungare il gruppo, che la pioggia a salire è un fastidio, ma quella a discendere è pericolo e bisogna stare davanti. E così Guido Bontempi che era gigante di fisico e di tempra, si mette davanti, la botta la dà e la Sanremo si sconquassa. Quando l'Aurelia si presenta sotto i palmer dei corridori il gruppo è uno spezzatino senza né capo né coda. Davanti i soliti due, al loro inseguimento rimangono solo nove uomini: i due della Carrera, gli olandesi Van der Poel, Jelle Nijdam e Peter Stevenhagen, lo spagnolo Marino Lejarreta, il danese Rolf Sorensen, i francesi Charlry Mottet e Thierry Marie.

  

Nove uomini contro tutti, in pratica una missione impossibile. Ma davanti c'è gente tosta, che di arrendersi all'evidenza non ha voglia. Pedalano di buona lena, guadagnano quattro minuti sul gruppo che intanto si è organizzato: troppo poco dicono tutti. Tutti meno che uno: Claudio Chiappucci. Il Diablo accelera sul Capo Cervo. Con lui restano Sorensen, Nijdam e Mottet, ma solo il danese collabora, gli altri sono al gancio e infatti sul Capo Berta mollano. Lo scricciolo di Uboldo e il gigante di Helsinge se ne fregano, continuano. Sulla Cipressa salgono forte, ma dietro di più. Il gruppo si avvicina e per loro il destino sembra segnato. Il fato è però un giogo per creduloni e Chiappucci se ne frega pure di quello. Imboccato il Poggio accelera, Sorensen impreca. Al sesto tornante scatta, Sorensen impreca ancor di più, cerca di resistere, si stacca. I due non si vedranno più. Perché il Diablo sembra posseduto, non si volta un secondo, sale di rabbia e di follia. Scollina. E in discesa è un turbine che spacca l'asfalto, raggiunge Sanremo, trionfa in un altro turbine di gesti, di mani, di espressioni.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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