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Dal Team Sky all'Oscar a Icarus, il triste risveglio del ciclismo

Ha ancora senso credere in questo sport dopo il presunto caso di aggiramento delle regole antidoping della squadra inglese e la dimostrazione di come sia facile barare? Forse sì

5 Marzo 2018 alle 18:05

Dal Team Sky all'Oscar a Icarus, il triste risveglio del ciclismo

Foto LaPresse

Quando sembra che tutto sia marcio e corrotto e sembra folle l'idea che la bicicletta, almeno nella sua dimensione agonistica, possa ancora essere – come sosteneva Curzio Malaparte – una "parte del patrimonio artistico nazionale, allo stesso titolo della Gioconda di Leonardo da Vinci, la cupola di San Pietro e la Divina Commedia", è il momento di chiedersi se credere nel ciclismo abbia ancora un senso. Perché, anche quando la passione è profonda e radicata, viene il dubbio che l'attaccamento a questo sport possa essere davvero irragionevole e scalfibile.

 

Due eventi nelle ultime ore hanno acuito tutto questo: le conclusioni del comitato parlamentare d'inchiesta britannico sul doping nello sport britannico e il premio Oscar al docufilm Icarus.

 

La Sky e il (presunto) aggiramento delle regole antidoping

Il documento del Department for Digital, Media and Sport accusa il team Sky, la squadra ciclistica che ha vinto il Tour de France con Bradley Wiggins e Chris Froome, di avere aggirato le regole dell'antidoping prima della Grande Boucle del 2012. Il team britannico avrebbe infatti sfruttato il sistema di esenzione terapeutica della Wada (ossia il permesso di usare sostanze o metodi  contenuti nella Lista delle sostanze vietate e dei metodi proibiti in presenza di una patologia documentata) per far assumere a Wiggins un corticosteroide, il triamcinolone: un farmaco con proprietà antinfiammatorie e antiasmatiche che ha però anche la capacità di ridurre la percentuale di grasso corporeo e di diminuire il senso della fatica. Si tratta di una sostanza appartenente alla seconda classe di sostanze non consentite, quelle proibite solo durante le competizioni, in quanto utile soprattutto in fase di preparazione, perché permette di affaticare meno il fisico e smaltire più facilmente i chili in eccesso. Non dà quindi benefici evidenti in corsa, ma aiuta ad affrontare l'avvicinamento a un grande evento. L'esenzione richiesta per Wiggins dai medici della Sky porta la data 26 giugno 2012, quattro giorni prima dell'inizio del Tour de France: 40 milligrammi una volta sola per curare una forte allergia. Wiggins è asmatico e allergico dall'adolescenza, il dosaggio è comparabile a quello normalmente utilizzato in caso di forti attacchi allergici. Non sembra dunque uno scandalo che l'inglese abbia utilizzato questa sostanza.

 

Eppure non è il caso singolo a stupire e a stordire, quanto il rapporto dei ciclisti con la farmaceutica (l'inglese si era curato sempre con il triamcinolone anche l'anno precedente a pochi giorni dal Tour). Il ricorso alle esenzioni terapeutiche è cresciuto a dismisura negli ultimi anni e, nonostante non sia scandaloso che molti ciclisti soffrano di crisi asmatiche (studi medici dimostrano che allenamenti intensivi all'aperto e cambiamenti altimetrici rilevanti in soggetti con un massa grassa inferiore al dieci per cento creino una elevata incidenza di spasmi della muscolatura bronchiale), viene da chiedersi che senso ha ancora tifare uomini con un fisico al limite della malattia. Certamente non è una novità che i ciclisti siano esseri umani tanto forti e resistenti quanto fragili e poco difesi da quelle che noi consideriamo come semplici malanni stagionali: sono uomini che fanno una fatica immane per centinaia di chilometri in qualsiasi condizione atmosferica. Nella storia di questo sport sono innumerevoli i casi nei quali banali bronchiti hanno fatto perdere corse importanti. Eppure tutto ciò ora sembra essere diventato estremo, poco credibile.

 

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Se un tempo il doping era considerato un cancro esclusivamente legato al mondo professionistico, ora non è più così. E' una stortura che abbraccia tutto il ciclismo, anche lì dove l'aspetto agonistico non dovrebbe essere centrale. E' assurdo che l'amatore, ossia chi si diletta in un'attività per pura passione, utilizzi farmaci per migliorare le proprie prestazioni, eppure è quello che accade.

 

E il problema in questo caso non è il ciclismo, ma chi vede nel ciclismo un modo come un altro per affermare il proprio ego, la propria supremazia. E questo con la bicicletta non c'entra niente, è anzi totalmente opposto a ciò che è stato questo mezzo, almeno nella sua dimensione ludica, cioè un mondo "fatto di ebbrezze trepidanti e di fatiche smaltite sulla strada della scuola e del lavoro o della passeggiata, spesso in polveroni da soffocare", almeno secondo Mario Fossati. Fatica mossa da una passione che è radicata e cristallina, inscalfibile, che si può trasformare in ragione di vita. "Pedalo perché non c'è nulla di meglio per ritrovare il filo dei miei pensieri, perché è in quel momento, quando il corpo è stanco ma mai domo, che sento la completezza di me", scrisse Goffredo Parise.

 

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E questo spirito continua a vivere in chi ancora prende la bicicletta come puro gesto d'amore, in chi sa cosa vuol dire salire in cima a un passo con la sola forza delle gambe e della volontà, in chi pedala solo per il gusto di farlo, fregandosene del risultato, della competizione, degli altri. Per questo nonostante tutto, nonostante la Sky, Icarus e quello che non vogliamo vedere, il ciclismo avrà ancora un futuro, rimarrà come rimangono le cose meravigliose e imperfette. Sta a chi pedala preservarlo.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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